i racconti di Milu
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Io sono rientrato a casa, ebbene sì, ma in realtà quale casa? Da anni, a questo punto, non mi sento più a casa da nessuna parte, perché quando stavo con la mia ex era come se fossi un estraneo, in quanto sono stato quasi sei mesi a mille chilometri dal mio borgo e logicamente mi sentivo esplicitamente un ospite, anche perché nella concretezza lo ero. Al presente, invero, da quando sono ricomparso non è cambiato nulla, dal momento che mi sento fuori posto anche a casa dei miei anziani genitori, giacché io vorrei abitare da solo, tanto sono sempre da solo dovunque io mi trovi.

Oggigiorno sono tornato, eppure la mia testa e soprattutto il mio cuore vorrebbe una boccata d’ossigeno, visto che sono sempre in apnea, perché ormai ci sono talmente abituato, dato che la paura di soffocare non mi sfiora neanche, tuttavia è impossibile farlo subito. Passano un paio di giorni, finalmente io e Ignazia riusciamo a organizzarci nel migliore dei modi per sorseggiare un digestivo a fine cena, almeno potremmo rivederci per un paio d’ore, dopo chissà quanto tempo e quanti numerosi guai e seccature frattanto avvenute. Il posto e l’orario dell’incontro sono quelli di sempre, eppure per l’occasione mi sento alquanto bizzarro e pure strambo, tuttavia non riesco a capirne realmente il perché. Intanto che sono sotto la doccia cerco d’assimilare e di comprendere le sfumature che m’assalgono sconcertandomi più del dovuto, dato che l’unica cosa di cui sono certo, almeno credo, è che quest’ultima esperienza m’ha drasticamente cambiato per l’ennesima volta, chissà. Io non mi sento neanche notevolmente emozionato, e conoscendomi bene la faccenda onestamente mi preoccupa affliggendomi per un istante, di questo andare nel tempo in cui m’appronto con perizia, giacché in queste situazioni sono più intricato e macchinoso d’una femmina, m’impegno predisponendomi nel tentativo di richiamare alla memoria com’era andata nel conclusivo evento in cui ci siamo ritrovati insieme tempo addietro.

La mente nondimeno opportunamente si ritrae, perché quella è stata indubbiamente l’unica volta in cui io abbia veramente sperimentato delle sensazioni decisamente e nettamente per nulla piacevoli. Ignazia al presente è visibilmente mortificata, per il fatto che m’aveva riferito che stava facendo una cura e tra le tante pericolosità dei farmaci c’era anche quella, eppure a me era rimasto sempre il dubbio, poiché lei non era mai stata in tal modo prima d’ora. Io come al solito arrivo in anticipo, non posso farci niente, dopo un po’ la vedo arrivare, evito però di guardarla prima che salga in macchina. Lei apre la portiera ed entra in macchina come solamente lei sa fare, dato che sembra un leopardo che s’aggomitola abulico e svogliato su d’un caldo giaciglio. Nella penombra della notte vedo che indossa un completo gessato che non lascia proprio nulla agli occhi, visto che sembra fatto apposta per nascondere ingegnosamente tutto. Se Ignazia avesse addosso solamente una scatola di cartone, in ogni caso lei riuscirebbe a essere sensuale da morire: dalla scollatura della giacca, infatti, si vede il top che ha di sotto, poco vistoso, però bastano pochi secondi appena, giustappunto il tempo necessario fintanto che l’odore della sua pelle e il suo profumo raggiungano ben presto le mie narici: il mio cuore accelera bruscamente i battiti, i miei occhi vengono agganciati dai suoi, in quanto è più splendida e notevole di prima, avrà perso qualche chilo, però riesco a vederla unicamente più incantevole, più donna che mai.

In quell’istante riusciamo a malapena a dirci un debole ciao, poi le nostre bocche si trovano in un automatismo rapido quanto incontrollabile e trascinante. Io mi sento improvvisamente esplodere dentro, il contatto delle sue labbra, della sua lingua, il suo calore, il suo sapore, in quanto perdo subito il contatto con la realtà. E’ davvero incredibile che sia così, eppure lo è. In quell’occasione, infatti, disinteressati e incuranti dei fari delle auto e delle luci della strada, non riusciamo a staccarci l’uno dall’altra, dato che io riesco soltanto a percepire vagamente quanto sia inesistente e inutile tutto il mondo che ci circonda. Io devo fare uno sforzo immenso per tornare in me, perché sappiamo entrambi che dobbiamo toglierci da lì, finalmente metto in moto e andiamo via, giriamo diversi locali, uno però è chiuso, l’altro è già pieno, nel terzo invece c’è una festa privata. Ci stufiamo e alla fine decidiamo per un posto per niente intimo, addirittura al posto dei muri ci sono soltanto dei vetri, in altre parole ti vede anche la gente dall’esterno. In quell’occasione ordiniamo due bevande alcoliche con il ghiaccio, siamo nettamente a disagio e ce lo diciamo subito confrontandoci, perché non riusciamo neanche a parlare in mezzo a quel caos, ma al momento non abbiamo neanche un posto dove andare, poiché è una di quelle sere a rischio per entrambi, comunque fuggiamo dal locale e mentre comincia a piovere c’infiliamo nella mia macchina.

Io metto in moto, ci guardiamo negli occhi un attimo e svolto a destra sul lungomare. Nella strada semibuia noto che ci sono tante macchine parcheggiate e non sono vuote, così parcheggio anch’io, malgrado non stia più in macchina con una donna da tanti anni. All’epoca ne avevo ventitré mi pare, quando ci ritrovammo due pugnali puntati sotto le rispettive gole e da allora non l’ho fatto più, non sono stato giammai più in macchina appartato e solitario con una donna. Preferisco qualsiasi altra cosa, però non la macchina, tranne che adesso in quanto è totalmente diverso. Non sono io a decidere, giacché avverto esclusivamente un sottofondo d’irrequietezza e di tensione dovuto alla situazione, eppure il desiderio che abbiamo è incontrollabile e prorompente, così senza rendermene conto mi ritrovo nella sua dimensione, perché sento il suo gradevolissimo sapore in bocca, la sua mano che s’insinua dentro la mia camicia, mentre percepisco sotto le mie mani i suoi fianchi e la sua schiena.

Io sono sbigottito e smarrito, come sempre avviene quando sono con Ignazia e di quel contatto con la realtà, dal momento che le sue natiche e le mie mani hanno una contrazione involontaria, a lei sfugge sennonché un gemito inatteso di piacere. Una remota parte del mio cervello in quel momento mi ricorda che siamo in macchina, ma tutto il resto del mio essere la zittisce brutalmente disapprovando. E’ come illudersi e sognare una cosa bellissima, una situazione che sai in modo corretto non potrà mai accaderti realmente, con una sola differenza che quando sono con Ignazia la realtà è talmente sovrastante al sogno stesso, dominante da essere difficilmente confrontabile e paragonabile. Il mio desiderio fa male ormai, i suoi gemiti, il suo odore e il suo calore mi stordiscono infervorandomi ancora di più, poi d’improvviso la sento sussurrare in modo animoso:

“Ho bisogno di sentire il tuo sapore, di prendertelo in bocca, non resisto più”.

Io credo d’aver detto qualcosa come non farlo, però sono talmente eccitato ed euforico che sborrerei subito, infatti, Ignazia si mette cavalcioni e sento subito il suo calore attraverso i suoi pantaloni e i miei jeans. Lei preme contro il mio cazzo ormai indolenzito e oppresso dentro quei calzoni, nel frattempo le sfugge un urlo di piacere, io non riesco più a farla stare zitta, anzi, i suoi strilli e i suoi gemiti mi fanno farneticare ancora di più, come sempre d’altronde. Inaspettatamente però, avverto distintamente che sta spostandosi, perché in pochi attimi le sue mani mi tirano giù i jeans e la sua bocca finisce su quello che cercava, stavolta sono io a strepitare rumoreggiando di felicità per l’insperata mossa. Il piacere è talmente notevole, malgrado ciò so benissimo che cosa sia abilmente capace di farmi provare, perché per un attimo credo di perdere i sensi. Io sono senza fiato e anche Ignazia lo è, in quanto riesco solamente a distinguere vagamente spezzoni di frasi dal seguente contenuto:

“E’ gustoso più del solito, che delizia, non credevo. Dio mio, è talmente duro che ti sta scoppiando, cazzo. Io non riesco neanche a prendertelo tutto. Come ho fatto a lasciarti andare via per tutto questo tempo”.

Io non resisto, cerco d’oppormi, passano pochi istanti, la giro su sé stessa e mentre le lecco i seni e il collo le tiro giù i pantaloni e il perizoma. E’ un piacere travolgente gustarla ancora, un magnifico spettacolo. Lei sa che cosa l’attende, malgrado ciò si morde il braccio per non urlare, dato che penso che ci abbiano sentito su tutto il lungomare. La mia bocca adesso la desidera, io la lecco golosamente e voracemente come so fare, mentre le mie mani scorrono all’interno delle cosce fino ad arrivare in quel paradiso che sto testualmente dilaniando e divorando. Io mi sento come uno che ha vagato nel deserto senz’acqua dandosi per morto e trova all’ultimo istante un’insperata pozza d’acqua per dissetarsi. La mia lingua e le mie labbra sembrano vivere di vita propria, il suo sapore, il suo odore sono qualcosa che non riesco a indicare né circoscrivere né definire né qualificare. La testa mi gira, però non mi fermo, il suo piacere m’inonda totalmente in modo burbero e sbrigativo, io bevo dissetandomi dalla sua inesauribile e gustosa fonte di piacere, i suoi continui orgasmi sono delle tempeste, il suo corpo vibra assestandosi talmente forte da far scuotere anche la macchina, adesso non ce la faccio più e sbotto:

“Ti voglio, so che durerò soltanto mezzo minuto, ma ti voglio, desidero che tu mi senta per bene” - le enuncio io infervorato e invasato al massimo.

Lei stava per dirmi che mi voleva dentro, in quell’istante io entro in lei e questa volta il suo urlo sembra veramente grandissimo, sconfinato, quasi di rabbia, dato che senza fiato riesce soltanto a balbettare frettolosamente tra un gemito e un altro con la voce strozzata:

“Mi stai arrivando al cervello, spaccami, non fermarti, sì così, non fermarti, sei un autentico fenomeno”.

Le miei mani stringono con forza le sue natiche, il suo piacere esplode ancora una volta, perché io non ho più nemmeno la certezza né la sensazione del tempo. Ricordo unicamente che quando sto per travolgerla investendola con il mio nettare, lei capisce subito e scende con la bocca su di me per farmi sborrare di vero piacere, come d’altronde solamente lei sa fare, assaporandosi tutto quel denso e lattiginoso nettare di vita. Appresso abbiamo un momento di netto sbandamento, quasi di sconcerto, per il fatto che è trascorsa più di mezz’ora dal mio orgasmo e siamo attaccati l’uno all’altra, mentre il mio cazzo è duro come prima, praticamente è come se non avessimo fatto nulla.

La sua mano lo stringe al momento con attenzione, con premura e con tenerezza, però nello stesso tempo con fermezza, accompagnata da un’allusiva e da una velata ostinazione, così come se avesse il panico e la paura di perdermi ancora un’altra volta.

{Idraulico anno 1999}