i racconti di Milu
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Dedicato alla mia Wendy che la mia mente non può dimenticare.

Scendo a portare la spazzatura come sempre, il brutto della raccolta differenziata porta a porta è il dover scendere ogni giorno dopo cena. Come sempre ho le maniche corte, ma ora non è più inverno, si sta bene. Il fresco è piacevole, l’aria fresca riempie i polmoni e sembra donare nuova linfa dopo una giornata interminabile. Butto il sacchetto e mi torno verso il portone, mentre faccio quei pochi passi la mia mente vaga e i ricordi si mischiano alla realtà. Un freddo pungente mi coglie e ripenso ai giorni d’inverno quando scendevo a buttare la spazzatura, rigorosamente a maniche corte, e percorrevo di corsa i pochi metri che mi separavano dal portone alla ricerca di un luogo anche solo leggermente più caldo. Rientravo congelato, aspettavo l’ascensore saltellante da un piede all’altro nella vana speranza di non sentire il contatto con il pavimento che caldo non era. Appena la porta dell’ascensore si apriva mi ci lanciavo dentro alla ricerca di un po’ di tepore che in un ambiente piccolo come quello era più facile trovare. In realtà non ero pazzo, sapevo che avrei sentito freddo ma sapevo che sarebbe stata un’ottima scusa per chiederti di materializzarti nella mia stanza, ogni sera speravo di rientrare e trovarti magicamente nel mio letto. C’è chi ti avrebbe voluta nuda, chi, magari, in lingerie. Io nessuna delle due, io volevo te, ti volevo così com’eri, non volevo niente di diverso dalla tua natura. Ogni sera rientravo e accesa la luce vedevo il letto vuoto, tu non c’eri, a ricordarmelo un trillo del cellulare dove mi rimproveravi bonariamente per la mia iniziativa. Tutto quello che desideravo era infilarmi sotto le coperte con te e abbracciarti e stringerti, coccolarti e baciarti, avrei voluto farti sentire il mio calore, quel calore umano che ti manca.  Desideravo sempre di restare in eterno in quel letto con te, di fermare il tempo e vivere nei sogni dove magari avrei potuto essere più di quello che sono, avrei potuto essere quello che volevi e averti davvero.


Un respiro e sento il fresco, sono in strada, non nei miei ricordi. Riconosco il piccolo viale, sono praticamente rimasto fermo a fantasticare. Chino la testa e desidero ancora, non voglio smettere. 


Mi infilo nel letto da solo, chiudo gli occhi sospirando e li riapro alla ricerca dell’interruttore. Qualcosa mi sembra diverso. Sono dietro di te, a cucchiaio. Respiro sul tuo collo, lo vedo pulsare. Non mi faccio domande, ti mordo ogni tanto e mi strofino sui tuoi capelli, ti do dolci bacetti a lenire il dolore. Ti accarezzo e ti stringo a me, non voglio che tu possa scappare, non adesso. Ti giri e ti ho di fronte, mi perdo nei tuoi occhi, con quel colore che non so descrivere, ma che mi ricordo tanto il mio mare. I nostri respiri si mischiano, si fondono, si uniscono ancora prima di noi, le nostre labbra sono rosse di desiderio. Ci vogliamo, so che lo vuoi anche tu. 


Sbatto contro qualcosa, il tempo dei ricordi è finito per ora. Sono arrivato al cancello e il bernoccolo sulla fronte me lo ricorda in maniera molto chiara. I miei sogni e i miei desideri devono ritornare nel cassetto, adesso ho il portone da aprire e devo risalire a casa in quell’ascensore che ora mi sembra solo una prigione. Una prigione per la mente che, anche se soffocata, non può smettere di vagare per ricordi e desideri alla ricerca di te, perché, in verità, vorrei fosse qualcosa di più di un vecchio desiderio e di un ricordo, vorrei fosse realtà. Adesso.


Metto la chiave nella toppa di casa ed entro, il silenzio mi accoglie, mi trascino in camera, non c’è nessuno. Come sempre. Stanco e solo mi butto sul letto e una mano mi accarezza, mi volto stranito, mi volto e tu sei lì, sei nel mio letto con me. Mi giro e ti bacio. Ti mangio, ti divoro, non so se sei reale, ma non voglio lasciarti. Mi mordi una guancia, fa male, ma un male piacevo. Sei vera, sei reale. Voglio fare l’amore, voglio festeggiare. In quel letto si consuma il mio desiderio più bruciante, possederti. Non posso più tenere i vestiti addosso, mi sento bruciare dal calore, dall’eccitazione. Le nostre mani si cercano, percorrono rapide i nostri corpi, anche tu hai voglia, lo sento. Non resisto più e ti spoglio mentre continui a riempirmi di baci e morsi, mi sento onnipotente mentre sono con te. Se ho te, ho tutto, posso fare tutto. Entro dentro di te, sento il calore del tuo sesso, non puoi più nascondere il tuo desiderio e non vuoi farlo. Mi stringi a te, mi graffi, mi sento tuo, mi sento marchiato, mi sento una proprietà. Mi piace. Ti prendo, ma è una battaglia. Siamo due fuochi che ardono e si combattono per decidere chi sia il più forte. Non siamo mai domi, e come due animali che lottano per stabili chi sia il più forte, non risparmiamo le nostre energie continuando la nostra lotta fino al culmine del piacere quando stanchi ed esausti crolliamo sul letto abbracciati a suggellare la  pace dopo il combattimento. Il letto porta i segni della nostra battaglia e non troviamo più il lenzuolo per coprirci, ma non serve. Il calore che emano basta a scaldare entrambi e tu ti rannicchi vicino a me alla ricerca del meritato riposo. Siamo ancora nudi nel letto quando un raggio di sole fa capolino dalla finestra, ma è presto per l’alba. Mi giro a guardare e la luce è forte, mi da fastidio. Mi alzo e vado alla finestra per chiudere le ultime stecche della serranda, ti sfugge un lamento mentre allunghi il braccio alla mia ricerca, sorrido. Chiudo le ultime stecche e mi giro, ma non ti vedo. Non ci sei più, il letto non più disfatto, niente vestiti sparsi, mi guardo e i miei li indosso. Stanco, triste e sconsolato torno a letto a pensare che dev’essere esistere un luogo speciale dove i sogni non finiscono e mentre cado di nuovo nell’oblio della ragione, nella mia memoria scorgo un titolo: “Peter Pan”  e penso alla sua Isola che non c’è, dove il tempo non scorre e dove tutti vivono di pensieri felici. Il pensiero felice ce l’ho, devo costruire la mia isola, anzi la nostra.