i racconti di Milu
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La settimana scorsa per la prima volta ho tradito mio marito. Ne sono ancora sconvolta, la mia testa affronta per la prima volta questo turbinio di sensazioni. Da una parte il senso di colpa per aver fatto ciò che ho fatto. Dall'altra la consapevolezza che se ho commesso adulterio una volta, potrei essere in grado di ricascarci ancora. Perché la verità è che mi è piaciuto. Tanto.
È successo tutto all'improvviso. Mio marito era tornato da lavoro, tutto contento. Mi aveva annunciato che quel pomeriggio lo aveva contattato Salvatore, un suo vecchio compagno di università. Era di passaggio a Milano, e visto che avevano ricominciato a sentirsi per messaggi, finalmente avevano deciso di rivedersi, perché Salvatore aveva degli incontri di lavoro in città e si sarebbe fermato per un paio di giorni. Mio marito mi disse che aveva insistito per ospitarlo, anche se Salvatore, specificò, di tutto aveva bisogno tranne che di risparmiare. Era un uomo di successo, girava il mondo, e francamente io mi trovai subito a pensare che magari per questo motivo non sarebbe stata una grande idea metterlo a dormire nel nostro appartamento. Per carità, un appartamento decoroso, in cui avrebbe avuto una camera tutta per lui. La camera che dovrebbe diventare quella del nostro bambino, non appena saremmo riusciti ad averne uno. Infatti da circa un anno ci stavamo provando, finora con scarsi risultati.
Mio marito sarebbe andato a prendere Salvatore in aeroporto, per condurlo poi a casa nostra. Io li avrei trovati poi a casa, perché sarei tornata da lavoro non prima delle sei di sera. Mio marito invece aveva preso addirittura mezza giornata di ferie, per prelevare il suo vecchio amico. Ci teneva molto.
Appena arrivata a casa sentii provenire dal soggiorno risate, i due evidentemente stavano ripercorrendo i vecchi tempi. Mi accolsero con un'ovazione, dettata probabilmente dal fatto che si erano ingurgitati già qualche birra. Era comprensibile, era la loro serata.
Salvatore lo osservai. Indossava una camicia con le maniche arrotolate, i pantaloni eleganti ricordo del vestito intero. Scalzo, perché mio marito Luca gli aveva detto di mettersi comodo. Erano proprio due vecchi amici che finito il lavoro si godevano la libertà. Salvatore però non tradiva la sua eleganza. Notai il grosso orologio al polso, l'abbronzatura perfetta, il taglio di capelli fresco, un fisico asciutto e tonico. Aveva la stessa età di mio marito ma pareva suo fratello minore. Più fresco, agile.
Mi misi al loro passo, bevendo un prosecco. Salvatore aggiornò anche me del suo lavoro. Girava il mondo vendendo pannelli fotovoltaici. Da alcuni anni aveva spostato la residenza in Sudafrica, dove viveva con la moglie tedesca e due figli piccoli in una villa con piscina. Ci mostrò le foto, avevano due bellissimi bimbi. E anche sua moglie era una donna incredibilmente bella. Mi sentii inferiore. Come donna, moglie, come persona. Noi eravamo in quei novanta metri quadri pensando di vivere in una reggia. Biasimai ulteriormente la scelta di Luca di non fare andare in albergo Salvatore.
Certo è che il vecchio amico di mio marito era molto sicuro di sé, molto deciso, anche un po' antipatico dovetti ammettere, soprattutto quando accennava alla libertà che il girare per il mondo da solo, come maschio, gli garantiva. Sottintendeva che la moglie doveva avere molte corna!
Mi intromisi dicendo che da quel punto di vista ero fortunata. Salvatore, complice l'alcol, fece un'uscita fuori luogo.
-Ma guarda che a mia moglie il cazzo non lo faccio mai mancare.
Accompagnò questa uscita infelice con un gesto rozzo, stringendosi il pacco con la mano. Un pacco notevole, avevo potuto osservare attraverso il tessuto.
Mio marito rimbrottò bonariamente l'amico, che si scusò. Quello stupido di Luca aggiunse.
-Mia moglie non è abituata a questo linguaggio!
E giù risate virili e sboccate.
Rimasi perplessa, più per la frase di mio marito che per altro.
Decidemmo di ordinare delle pizze da asporto, perché lì sui divani stavamo bene, era una dimensione intima e casalinga. Salvatore provò a insistere per portarci fuori a cena, ma decidemmo che saremo andati il giorno dopo. Quella sera eravamo tutti stanchi, lui compreso.
Chiese di potersi fare una doccia, prima di cena. Gli indicammo il bagno, e gli portai degli asciugamani. Lo trovai in camera già in boxer, e nient'altro. Si era messo subito comodo. Aveva un culo bellissimo, sodo. Spalle forti, tatuaggi che lo coprivano per molta parte del busto. Un tipo di uomo che su di me non aveva mai fatto effetto, ma che così repentinamente messo sotto gli occhi invece stuzzicava una morbosità insolita.
-Scusa, pensavo fossi ancora vestito.
Lui si girò subito, senza vergogna, mostrandomi anche la facciata del suo corpo. E che corpo. Doveva fare parecchio sport, perché un fisico così lo avevo visto soltanto a degli atleti. Beata sua moglie, pensai. E pensai beate anche tutte le sue amanti in giro per il mondo!
Mentre facevo questi sporchi pensieri però mi stavo evidentemente soffermando su quella visione, così che lui mi tolse gli asciugamani dalle braccia, poggiandoli sul letto. Avvicinatosi, sentii il suo afrore. Era l'odore di un uomo che per un giorno non si è lavato. Non sgradevole. Qualcosa di più sporco, animale. Ne fui spaventata. Feci appena in tempo ad ammirare il suo grosso pacco, che adesso i boxer bianchi mettevano ancora più in risalto. Era troppo, girai su me stessa e me ne andai, sentendo soltanto la sua voce ringraziarmi.
-Grazie, Ilaria.
Ci cambiammo tutti, mettendoci in tenuta comoda e casalinga. Io indossai degli shorts non troppo aderenti, una maglietta e senza reggiseno (cosa di cui mi pentii subito), i capelli legati.
Mio marito Luca in tuta, Salvatore in bermuda e maglietta aderente. Un vero tamarro piombato in casa nostra. I capelli corti rilucevano di gel. Lo presi un po' in giro, per questo. Sembrò esserci rimasto male, mi guardò severo.
Dopo la pizza venne naturale abbioccarsi un po', per effetto anche dell'alcol. Sul divano grande stavamo io e Luca, Salvatore ci osservava dalla poltrone. E come ci osservava, anzi mi osservava. Continuava a guardarmi i seni e le gambe, alternativamente. Ero imbarazzata, avrei dovuto coprirmi, ma adesso sarebbe stato un gesto visto con sospetto. Lo lasciai fare. Tutto sommato quelle attenzioni non mi spiacevano, occhi così bramosi alle donne fanno piacere. Certo, davanti a mio marito, essendo lui un suo amico, era un po' spudorato. Ma si sa che gli uomini davanti a una femmina superano ogni inibizione. Questo mi sentivo? Una femmina in mostra? Mi pentii di quei pensieri. A mezzanotte decidemmo di rintanarci, perché l'indomani tutti ci saremmo dovuti svegliare presto.
Verso le due, colpa della pizza, mi venne molta sete e andai verso la cucina per bere dell'acqua. Vidi la luce accesa provenire dalla camera di Salvatore. Decisi di vedere cosa stesse facendo, e quello fu il primo errore.
Stava evidentemente interloquendo attraverso il pc con qualcuno. Anzi, qualcuna, perché aguzzando le orecchie sentii una voce femminile provenire dallo schermo. Non potevo vedere chi fosse, ma ne percepii l'accento francese. Non era sua moglie quindi!
Salvatore era nudo, il cazzo duro messo in bella mostra. Se lo scappellava e parlava anche lui in francese, bisbigliando. Mostrava a lei il suo cazzone grosso, muoveva le mani su e giù. Le diceva porcate che potevo solo intuire. Ogni tanto rideva. Quella doveva essere una delle sue tante amanti. Che schifoso.
Quella scena mi turbò, non avevo mai avvicinato quel tipo di malizia, quelle pratiche online che reputavo soltanto materia per ragazzini arrapati. Chissà se anche mio marito usava fare quelle cose. Ma figuriamoci, pensai.
Salvatore vidi che iniziava a sbuffare, a indurire il corpo. Diomio, stava per venire!
Sborrò tantissimo, per terra, sulle lenzuola, forse anche sullo schermo. Sbuffava, il suo corpo si muoveva a singhiozzi. Disse ancora due o tre frasi e poi sentii anche dall'altra parte provenire degli urletti, dei sospiri di goduria. Mi resi conto di essere eccitata. Tra le gambe ero bagnata, il seno gonfio e i capezzoli duri.
Corsi via senza andare più a bere l'acqua, anche se avevo la bocca asciutta. Almeno quella.
Non riuscii a prendere sonno facilmente, anche perché Luca russava molto. Non era abituato a bere.
La mattina ci trovammo tutti e tre in cucina, per colazione. Salvatore, nonostante la notte allegra, sembrava il più fresco di tutti.
-Allora ci vediamo questa sera! Festeggiamo sul serio!
Io e mio marito annuimmo, quasi comandati da quell'energia.
A cena bevemmo ancora tanto, non ci eravamo abituati. Io provai a contenermi, invece Luca per stare dietro al suo amico, forse ricordando i tempi dell'Università, si ubriacò. Tanto che in auto, al ritorno, dormiva sui sedili di dietro. Anche Salvatore era sbronzo, ma pareva reggere meglio.
Certo, parlava ad alta voce. Gesticolava. Ma sembrava ancora in grado di reggersi. A me toccò guidare, anche se mai mi sarei messa alla guida in altre circostanze, in quello stato. Ero molto presa dalla guida, appunto, quando sentii una mano sulla gamba. Distolsi per un secondo gli occhi dalla strada per osservare quel gesto.
Salvatore aveva posato la sua mano grande, venosa, abbronzata, sulla mia coscia bianca. Avevo indossato un vestito leggero, adatto al caldo. Ora lui risaliva, piano. La sua mano era calda, più della mia pelle.
-Che cazzo fai?
Non rispose, lasciando lì la mano.
-Salvatore, smettila subito.
Lo dissi piano, vergognandomi quasi. Guardai nello specchietto se mio marito si fosse svegliato. Macché.
Salvatore seguitava a tenere la sua mano su di me. Anzi, avanzava verso l'interno delle mie cosce. Serrai le gambe, per arginare quell'assedio.
Anche io avevo bevuto, e dovevo perciò stare attenta alla guida. Il bastardo se ne approfittava, intuendo la mia difficoltà.
Lo guardai severamente, intimandogli di smettere. Poi, quasi implorante.
-Ti prego, cosa stai facendo...
Lo stronzo non parlava. Poi, all'improvviso, tolse la mano, e si accese una sigaretta aprendo il finestrino.
Stavo per dirgli che non si poteva fumare, nella nostra macchina, ma mi sembrava il male minore, a quel punto. Almeno aveva smesso di importunarmi. Una volta a casa lo avrei messo al muro.
Messo a letto Luca con grande difficoltà, tornai in soggiorno, dove Salvatore si era già messo in libertà. Boxer e maglietta, piedi nudi poggiati su una sedia.
Lo affrontai.
-Beh, che cosa ti è saltato in mente?
Rimaneva zitto.
-Rispondi, cazzo!
-Sei bella, arrabbiata. Sei sexy.
-Salvatore, io...ma cristo...mio marito...
Lui per tutta risposta si tirò fuori il cazzo dai boxer. Era già semiduro. Era un cazzo grosso, scuro, volgare come lui.
-Ma..rivestiti...cosa fai?
-Sei bella e mi piaci. Vieni qua.
-Ma non ci penso nemmeno...tu...tu...sei un porco.
-Sì, lo sono. Vieni qua.
Il suo cazzo era come un amuleto, svettava prepotente e non potevo smettere di guardarlo. Mi attraeva e faceva schifo allo stesso tempo. Era una scena cui non ero preparata. Era una situazione cui non ero preparata.
Senza accorgermene stavo facendo dei passi in quella direzione. Senza accorgermene mi ci avvicinai, attratta magneticamente.
-Brava Ilaria, vieni qui. Mettiti giù.
Lo guardai rabbiosa, ma feci quello che mi chiedeva.
Mi abbassai, in ginocchio, rimanendo a pochi centimetri dal suo cazzo, dalle sue gambe muscolose.
-Non devi fare questo, Salvatore. Sei sporco.
Perché mi venne quella parola? La sporca ero io, che stavo facendomi soggiogare.
Mi avvicinai ancora. Adesso potevo sentirne l'odore e anche il calore che emanava.
Chinata come ero, il vestito lasciava intravedere il mio seno. Lui mi spiava. Ma a quel punto che importava. Si allungò e mise una delle sue mani dentro il vestito, raccogliendo come fosse una manciata di ciliegie una mia tetta. La prese in mano per qualche secondo, tirandola infine fuori dal reggiseno. Poi si spostò sull'altra. Adesso ambedue le mie tette ballavano fuori dal vestito, nude, e il mio viso quasi toccava il suo cazzo. Stuzzicò i miei capezzoli duri da far male. Me li toccava con sapienza. Il porco ci sapeva fare.
-Dai, prendilo in bocca. Fai la brava.
Lo feci.
Me lo misi in bocca dopo pochi secondi soltanto di titubanza. Superando il confine tra la moglie che ero prima e quello che, mi rendo conto, sono adesso.
Il suo cazzo nella bocca mi piacque subito. Grosso, invadente, caldo, saporito. Iniziai a leccarlo con devozione, mi spostai sui coglioni grossi come albicocche. Leccai anche quelli, senza che lui me lo avesse chiesto.
-Sei brava.
Mi poggiò una mano sulla nuca, dandomi ritmo e spinta.
-Succhia bene, brava Ilaria.
Mi impegnavo, mi piacevano i suoi complimenti sozzi. Il suo essere inopportuno. Quella situazione assurda. Già, eravamo in salotto, e mio marito dormiva a pochi metri.
Ebbi un attimo di panico.
Mi rialzai da quel fiero pasto e provai a ricompormi. Salvatore continuava a guardarmi, ghignando serafico.
-Non dovevi...non dovevamo. Cosa mi hai fatto fare.
-Non ti preoccupare. Adesso io vado a controllare se tuo marito dorme ancora profondamente, come penso. Tu spostati in camera mia.
-Ma...ma non ci penso nemmeno!
-Sono convinto che hai la figa fradicia. E allora ti scopo per bene, adesso.
-No, no, non è vero, tu sbagli.
Mi arrivò addosso in pochi istanti. Le sue mani dappertutto. La mia figa in effetti fradicia preda delle sue dita.
-Lo vedi? Adesso ti dò una bella lezione.
Mi trattava come una sgualdrina. Una delle sue tante. Questo pensiero mi eccitò, anziché fermarmi. Ero una puttana al suo servizio, la sua puttana di Milano.
Mi masturbava pesantemente, e come una troia venni dopo pochi secondi soltanto con i movimenti della sua mano.
-Aspettami in camera mia.
Lo vidi spostarsi verso la nostra camera da letto, indugiare sulla soglia e poi chiudere la porta.
Io nel frattempo come un'automa mi spostai verso la camera da letto degli ospiti, quella che sarebbe dovuta diventare la camera di nostro figlio, mio e di Luca. Lo feci, ipnotizzata.
Mi raggiunse subito, mi abbassò il vestito e prese in mano le mie tette gonfie e desiderose di attenzioni.
-Quanto sei puttana.
Il vestito me lo tolse del tutto, lasciandomi in reggiseno e mutande. Mi lasciò il reggiseno, tirando fuori le tette. Doveva piacergli quella cosa. Le mutande me le levò in un attimo, e io alzai i piedi senza fare resistenza. Un segno di resa definitiva.
Mi chinò sul letto, senza troppi complimenti. E mi infilò il cazzo nella figa bagnata. Tanto. Tanto cazzo e tanta figa bagnata. Ma mi sentii comunque riempita a dovere, come non ero abituata.
Ebbi dopo pochi minuti un altro orgasmo bestiale, feroce, grezzo. Lo consumai mordendo il copriletto. Salvatore continuava a martellarmi. Non dicevamo niente. Ero sua.
Mi girò e mi baciò in bocca. Non rifiutai quell'intrusione. Gli leccavo la faccia, e mi trovai a dirgli parolacce.
-Porco... sei un bastardo...mi violenti...ti scopi la moglie del tuo amico...
Lui era soddisfatto di quella mia resa. Di quella mia ribellione finta. E di quelle parole.
Mi scopava guardandomi negli occhi, sempre. Mi leccava le tette, mi infilava la lingua dappertutto. Con le mani mi reggeva il culo, mi scopava in piedi, poi mi ricacciava sul letto, dove rimbalzavo come una bambola.
Mi riprese poi per i capelli e mi fece succhiare ancora il suo cazzo, che adesso sapeva dei miei umori.
Mi dava della porca, della mignotta. Mi schiaffeggiava. Mi piaceva.
Mi spostò di nuovo sul letto. A pecora, si appese ai miei seni, aggrappato come una bestia nella monta. D'altronde mi aveva appena dato della vacca, e mi trattava così.
Si avvicinò all'orecchio, mi sussurrava porcate, poi mi disse qualcosa che mi spaccò il cervello in due.
-Adesso ti sborro dentro, hai voglia vero? Ti dò della sborra vera, ti lascio incinta.
Provai a divincolarmi per qualche istante. Era davvero troppo. Scalciai, ma era inutile. Mi teneva arpionata e mi faceva godere. Smisi subito quella ribellione di facciata.
-Dimmi che vuoi la mia sborra, dimmelo.
Non volevo cedere, non volevo. Ma lo feci.
Dissi soltanto sì, e lui aumento per qualche secondo il ritmo, tenendomi per i capelli. Mi arcuò la schiena e lo sentii irrigidirsi. Stava venendo, lo stava facendo dentro di me. Venni anche io, ancora una volta, sentendomi piena e puttana.
Ero sudata, sconfitta, ma il mio corpo placato.
Dopo alcuni secondi i nostri respiri si fecero più regolari, allora mi girai, togliendomi Salvatore dalla schiena. Lo guardai. Lui sorrideva, come sempre. Aveva vinto ancora. Ne aveva fatta un'altra. Ero una di più.
Raccolsi il mio vestito, le mutande, e corsi via da quella stanza del peccato. Ero scivolata in basso. Tanto. Ma mi era piaciuto. Le conseguenze le avrei vissute più avanti. E che conseguenze.
Note finali:
viktorburchia@gmail.com