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Ferragosto

Ferragosto. Caldo. Afa. Si suda a stare immobili all'ombra; figuriamoci al sole.
Tutti in giro, in vacanza, al mare o a fare picnic in luoghi più freschi e isolati, in collina o in montagna. Peccato che abbiano avuto tutti la stessa idea nello stesso giorno, così ti trovi il vicino di casa che stende la tovaglia proprio accanto a te, a meno di un metro, stretto stretto, perché il bel prato verde è saturo di felici famiglie urlanti. Ed invece di un tranquillo giorno di vacanza trascorso spensierato con amici o parenti, sembra una festa del vicinato svolta come se fosse nel salotto di casa tua con mille ospiti indesiderati. L'unica differenza è il cielo a vista.
Ieri sera giù al mare a passarsi la serata con gli amici. Due birre (che non sono mai due), due cazzate, buona musica, la sabbia sotto i piedi... e si finisce per tornare a casa che sono le cinque del mattino mentre la luce del sole inizia ad illuminare il mondo che ci circonda.
Il sole è già alto nel cielo quando i miei occhi si aprono. Sbadiglio e mi stiracchio pigramente, arrotolandomi nel lenzuolo. Non ho impegni, non ho nulla in programma e non ho voglia di fare alcunché. Dedicherò questa giornata alla totale nullafacenza, al punto da conquistarmi l'ennesimo girone infernale. È un gesto lento, pigro, svogliato, quello con cui afferro il telefono dal comodino allungando un braccio: le undici e un quarto.
Sbadiglio. Resto ancora un po' a rigirarmi nel letto, forse mi addormento persino una seconda volta. Fin quando il mio povero ventre non si lamenta e reclama cibo. Credo sia giunta l'ora di alzarsi ed uscire nella savana urbana a cercare nutrimento.
Come metto piede fuori dal portone di casa, un muro di caldo mi colpisce in pieno alla bocca dello stomaco, quasi mi toglie il fiato. Mi pento di non aver fatto la spesa ieri, con calma, al fresco del supermercato, senza dover mettere piede per strada oggi. Sospiro. Il caldo e l'afa sono atroci.
Le vie sono deserte. Non incontro nessuno, non c'è anima viva per le strade. E questo, unito all'assenza di rumori tipicamente urbani (non si sente una sola televisione accesa o lo sfrecciare di un'auto o il rombo di una moto o le urla dei bambini o le voci cristalline delle ragazze) rende l'atmosfera surreale e inquietante. Non posso fare a meno di chiedermi se non stia ancora sognando.
In piazza lo spettacolo non cambia. Il parcheggio in cui, in qualsiasi altro giorno dell'anno, è impossibile trovare uno spazio vuoto, è il deserto più totale e assoluto. Sul mio volto compare un sorriso soddisfatto: a volte, anche una festa inutile e antipatica come il ferragosto mostra il suo lato positivo.
Per mia fortuna, il kebabbaro è aperto. Il kebab, una delle più grandi invenzioni di questo secolo. Quando entro non c'è nessuno. Sembra non ci sia nemmeno il turco dietro al banco. Il deserto pure qui. Comincio a pensare sia un sogno davvero.
E mentre aspetto che qualcuno si presenti a prepararmi un panino entra lei. Capelli neri come la notte, leggermente mossi, occhi celati dagli occhiali da sole. Viso pulito, semplice, delicato. Più bassa di me di una decina di centimetri, indossa una maglietta bianca slavata che le cade da un lato lasciandole scoperta una spalla, con Alice in Wonderland di Tim Burton che si esibisce in un gentile, sorridente inchino. Ok, sono in un sogno. Non vi possono essere alternative.
La osservo, pulita e semplice nei gesti, entrare, guardarsi intorno mentre una ciocca di capelli ribelle la cade sul viso. Intuisco il suo sguardo su di me sotto quegli occhiali scuri.
«Ma... non c'è nessuno?!»
«Credo che ci sia qualcuno, sperduto da qualche parte.»
«Pensi che ci faranno da mangiare?»
Alzo le spalle.
«Prima o poi spero ben di sì, o mi toccherà scavalcare il banco e improvvisarmi kebabbaro!»
Lei sorride, divertita mentre aggiusta la ciocca nera.
«Beh, nel caso ne farai uno in più per me!»
Attirato dal rumore delle nostre voci, probabilmente le uniche in tutta la città, l'uomo dalla pelle color caffellatte appare da dietro la tendina della cucina. Faccio un gesto con la mano lasciando la precedenza alla ragazza e lei mi risponde con un sorriso e un piccolo inchino, proprio come quella della sua maglietta.
Quando, poco dopo, lei esce dal negozietto, io ed il kebabbaro ci guardiamo, sorridendo. Panino, Coca Cola, saldo il conto e torno ad immergermi nell'afa urbana. L'unico rumore che sento è quello delle mie infradito mentre passeggio nell'arsura estiva con il mio kebab in mano.
Attraverso il porticato e mi affaccio sulla piazza principale. Vuota e assolata. Ed eccola lì, la fanciulla di Alice in Wonderland, con il sedere sullo schienale e una la lattina di Fanta tra i piedi, intenta a mangiare il suo panino. Mi vede, mi saluta con un cenno della mano. Pochi passi e mi siedo accanto a lei.
«Anche tu qui?»
Con lo sguardo celato da quei suoi occhiali scuri, addenta il panino e per un attimo pare ignorarmi.
«Non avevo voglia di andar a casa. Puoi sederti se vuoi.»
Sarcastica la ragazza. Apro la latta rossa e ne bevo un bel sorso.
«Molto gentile da parte tua. E dimmi, come mai non vuoi andare a casa?»
«I miei. Sono sempre dietro a urlarsi addosso. Quando non ne posso più esco e resto fuori fin quando non hanno finito di scannarsi.»
La osservo addentare il suo panino. Nessuna traccia di sorriso.
«E come fai a sapere quando rientrare?»
«Solitamente mi chiama mia madre in lacrime.»
«Mi spiace, non è piacevole.»
«No, non lo è. Ma c'è di peggio.»
«Non sembra esserci molta gente in giro oggi. Potrei tenerti compagnia fino alla chiamata a rapporto.»
Il festival delle ovvietà, il mio, ma almeno lei sorride e non dice di no.
Da lì a poco, dopo aver centrato il cestino con le carte che avvolgevano i panini, ci ritroviamo a passeggiare per la città deserta. I discorsi seri lasciano presto spazio a tutto ciò che è spensierato. Il caldo ci costringe a sudare e spostarci da un'ombra all'altra in cerca di un minimo di ristoro. Siamo soli, io e lei, in una città che sembra abbandonata. Mai si toglie quelle lenti scure dagli occhi, nemmeno per un istante. Se, sulle prime, la fanciulla si dimostra chiusa e seria, lentamente si lascia andare e mi racconta qualche squarcio della sua vita. Così come la vedo: semplice. Riusciamo a ridere di tutto, scherziamo e arriviamo a stuzzicarci e a farci dispetti come due cretini. Che, però, sembrano conoscersi da tanto.
È pieno pomeriggio quando arriviamo davanti ai cancelli del parco pubblico. Lei si gira e mi guarda.
«Giro al parco?»
«Solo ad una condizione.»
Mette la testa di traverso e mi fissa.
«E quale sarebbe?»
«Devi toglierti gli occhiali.»
Lei rimane un attimo in silenzio. In queste due, tre ore trascorse insieme, è la prima richiesta esplicita che le faccio. Nessuno dei due è scemo. Sappiamo che c'è intesa tra noi e che, in qualche modo ancora superficiale, c'è interesse. Gira la testa dall'altro lato, portando lo sguardo chissà dove. Io la osservo con espressione da finto duro.
«E se non li togliessi?»
Non allontano gli occhi da lei. Non si sente il minimo rumore. Credo che nel deserto ci sia più gente. Rispondo lapidario.
«Niente giro al parco.»
Torna con lo sguardo su di me ed accenna un sorriso provocatorio.
«Potresti togliermeli tu.»
Questa volta tocca a me sorridere. Ci siamo. Compiere quel gesto implica un contatto, una vicinanza che oltrepassa quanto vissuto fino ad ora. E lo sappiamo entrambi. Cala un silenzio di inequivocabile tensione. Faccio un passo avanti, avvicinandomi a lei, che, immobile, mi aspetta con atteggiamento provocatorio. Allungo le mani e con la punta delle dita afferro le stanghette degli occhiali.
«Se te li tolgo io, li terrò in ostaggio e non te li darò più.»
Ora siamo entrambi seri. Entrambi vicini. Troppo.
«Allora non è ostaggio. È un furto.»
«Dovrai pagare per riaverli.»
«Ah... manderò le mie squadre speciali a liberarli.»
«Troveranno pane per i loro denti.»
«Vedremo.»
«Vedremo.»
Mette le mani suoi fianchi, in gesto di sfida. Non mi faccio intimidire. Lentamente, quasi fosse un rituale sacro, inizio a sfilarle gli occhiali da sole.
L'attimo più lungo. Lentamente i suoi occhi si rivelano. Scopro le sopracciglia, lunghe, delicate, sottili, scure. E i suoi occhi, che sono lì a guardarmi. Neri. Profondi. Magnetici. Senza distogliere lo sguardo, piego le stanghette degli occhiali e li infilo nel colletto della mia t-shirt. Lei non si muove, resta lì, immobile, a fissarmi.
Sento il profumo della sua pelle. Sa di caldo, di sudore, di sole.
Un attimo dopo le nostre bocche si avvicinano, le labbra si sfiorano, esitano. Le mie mani le cingono la schiena, la stringono in un abbraccio e le nostre bocche si toccano, si cercano, si incrociano in un unico, lungo, assolato bacio.
Faccio un passo indietro e mi allontano da lei.
«Adesso è meglio se facciamo questo giro al parco.»
Note finali:
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