i racconti di Milu
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Mia cognata Sara fischiettava allegramente mentre, a bordo della sua auto, attraversavamo le strade cittadine di ritorno dallo shopping. Era una splendida mattinata estiva, non c'erano nuvole nel cielo, ma le parole di Sara avevano aizzato dentro di me una temporale di pensieri ed irrequietudini. L'argomento non era soltanto sagace, ma vero, assolutamente, indiscutibilmente vero. Non mentiva lo so, per l’ennesima volta mi raccontava di lei e di suo figlio ed io avevo tutte le ragioni per crederle. Avevo ascoltato più di una volta le armonie del loro scandaloso piacere provenire dal piano di sotto, i suoi gemiti acuti e la voce straziata dal piacere di mio nipote che osannava sua madre. Era tutto vero.

Ritornammo a casa, le sorrisi, mi finsi serena, raggiunsi il mio appartamento con un senso di stordimento ed eccitazione. Anche io tradivo mio marito certo, ma mica con mio figlio! Il punto più difficile da accettare per me era che l’idea di un rapporto del genere non mi disgustava, anzi mi ammaliava. Mi sembrava tutto così surreale, così impossibile, mi turbava quel pensiero eppure non riuscivo ad abbandonarlo: mi stuzzicava l'appetito. Da quando Sara me ne aveva parlato la prima volta ci pensavo di continuo e ciò mi stimolava ripetute masturbazioni ed orgasmi.

Dopo il suo primo racconto, ogni volta che mi ritrovavo da sola in casa con mio figlio Donato avvertivo il desiderio ribollire nel mio corpo. Conoscete quello strano formicolio che vi solletica dentro, no? Stuzzicata dal profumo della giovinezza innocente, dovevo fare i salti mortali per riuscire a trattenermi dal saltargli addosso. Lo guardavo di nascosto, lo fissavo a sua insaputa. Mi attraeva la sua figura di diciannovenne alto, vigoroso e robusto, spalle giovani e forti, labbra sottili, carnagione brunastra e due occhi marrone dorato. Lui della mia inquietudine non sapeva nulla, non sapeva della storia di sua zia col cugino, né delle mie scappatelle, tantomeno poteva immaginare che provassi interesse per lui. Erano i discorsi di mia cognata Sara ad aver fatto nascere in me questa passione, ad aver attizzato quel fuoco, mi sentivo completamente avvinta da quella fantasia come se io fossi una lupa e Donato selvaggina fresca. Ma non potevo cedere, no, dovevo tenere le mie mani lontane dal corpo di mio figlio. Dovevo tranquillizzarmi, non pensare alle parole di mia cognata, dovevo stare lontana da mio figlio Donato. Me lo ripetevo ogni giorno, ogni notte. Sebbene mi attirasse, non dovevo assolutamente capitolare alla mia ingordigia. Lo volevo eppure non potevo accedere al suo corpo. Di solito mi chiudevo in cucina, buttavo giù un bicchierino d'alcool e passavo a masturbarmi aiutata dal vibratore, un paio di volte invece finii col bussare alla porta dei miei vicini, tre giovani universitari, sempre pronti e soprattutto scopabili. Per tale ragione, per favore, non attribuitemi questo errore. Come vi dicevo ho fatto di tutto, davvero, anche più del dovuto, per resistergli ma quel giorno l’ascoltare l’ennesimo racconto di mia cognata mi fece diventare folle, distrusse in me ogni remora, ogni attenzione fino ad allora tenuta. I miei ormoni presero il sopravvento su ogni minima razionalità e, quando calò la notte, detti vita al mio scandaloso progetto.

L’appartamento era completamente al buio. Abbandonai mio marito nel nostro talamo, percorsi il corridoio. Mi fermai pensierosa alla finestra, tentennai ancora. Fissai la notte cittadina con la sua rete di luci, dinanzi al suo splendore artificiale mi tastai la figa irrequieta. Dovevo andare fino in fondo? Sì dovevo, mi confortarono ancora una volta le confessioni di Sara. Raggiunsi quindi Donato nella sua camera con la mente obnubilata. Liberatami del babydoll, fui su di lui. Si svegliò subito, scosso dai movimenti del materasso. “Zitto, sta zitto”, gli raccomandai di fare silenzio portandomi automaticamente l'indice sinistro sulle labbra nonostante non potesse vedermi. Infilai le mani nel suo pigiama, poi nel suo boxer. Baciai la sua bocca, tastai i contorni del suo cazzo e ne presi possesso, iniziai a masturbarlo. Me lo godevo, saggiavo la consistenza del suo arnese che andava indurendosi in una perfetta erezione, limonavamo e continuavo a masturbarlo. Quando il suo cazzo divenne una dura mazza di ferro, mi chinai e, tirandogli più giù boxer e pigiama, lo introdussi nella mia bocca. La mia lingua guizzava attorno alla sua asta. Tenevo l'asta alla base con la mano che si abbandonava a movimenti morbidi mentre il capo andava su e giù dettando i tempi di un'avida aspirazione. Con l'altra mano mi sgrillettavo ferocemente. Mi divertii a risucchiare più forte e poi ingoiare sentendo il suo cazzo vibrare, vittima di continui brividi di benessere. Stringevo tra le mie mani la sua mazza e provavo a donargli tutto il piacere che negli anni avevo imparato a regalare. La mia gola si infiammò, la mia lingua fu viscosa e assetata. Avevo il suo cazzo, alto come una colonna di marmo, tra le mani. Mi adagiai sul suo corpo ed allora il nostro silenzio, attonito ed accorto, si colmò di ansimi, mi lasciai penetrare e lo cavalcai lasciando i miei seni sobbalzare pesanti. Respiravo affannosamente e lanciai i primi gemiti. Scopavamo ed i capezzoli gli si abbattevano sul viso. Avevo tutto il suo cazzo dentro ed il mio ventre era rovente di piacere. Fermai le oscillazioni dei miei seni stringendoli tra le mani e serrai la bocca cercando di trattenere i miei sospiri da puttana. Venni travolta da un brivido lungo la spina dorsale. La figa pulso umori a cascata. Mollai i seni e, come in un raptus, portai le mie mani verso l'alto drizzando la spina dorsale per ricevere maggior godimento. Iniziò a colpirmi duro anche lui, da sotto, e le mie tette danzarono, rotearono, si mossero confusamente sospinte dal nostro irruento piacere. Donato vi portò le mani sopra, le strinse ruvidamente, le impugnò con avidità. Venni ancora. Venni di nuovo. Quel godimento così immorale mi dominava, mi faceva delirare. Che delizia il cazzo di mio figlio! L'eccitazione mi scombinava i sensi. Venni ancora. Ero entusiasta e continuavo a cavalcarlo boccheggiando nonostante il suo cazzo pulsasse all'impazzata. Volevo la sua sborra, gli tappai la bocca con le mie mani e galoppai ancora. Pochi istanti e fu lui a venire dentro di me con un rantolo gridato ma tappato in gola. Io non mi arresi, nonostante stesse sborrando, non la smisi di cavalcare fino a quando la mia vagina fu padrona di tutta la sua densa crema, poi mi distesi sul suo corpo, i miei seni si schiacciarono sul suo petto, ci abbandonammo ad un abbraccio mentre lo sperma prese a fuoriuscire copioso dalla mia figa. Non dissi più nulla. Recuperai il babydoll e tornai a letto con mio marito, senza ancora indossarlo.

Ero sconvolta da quanto accaduto e frastornata. Trascorsi un quarto d'ora o forse più pensando alla magnifica scopata, a quanto successo, a cosa avrebbe detto Sara. Prendevo tra le dita la sborra che avevo tra le cosce, ne tastavo la consistenza e ne gustavo l'odore, poi si fece lentamente strada in me ancora il pensiero morboso di Donato. Non indugiai. Abbandonai di nuovo mio marito e tornai da mio figlio.
Note finali:
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