i racconti di Milu
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Ripensandoci bene era stata proprio una bella e intensa giornata di sole, tenuto conto che quell’inaspettata e piacevole brezza proveniente dal mare ci faceva adeguatamente reggere la canicola, in maniera tale da sopportare agevolmente l’eccessiva arsura pomeridiana che s’abbatteva sulla pelle. Il giorno si snodò infatti tra bagni, corse sulla sabbia e lunghi dialoghi all’ombra di quel pino marittimo gigantesco che allungava i suoi lunghi rami fino a sfiorarne l’acqua. Verso sera, invero, andammo a passeggiare come di consueto nel piccolo vecchio borgo del paese, in quello stretto vicolo con le case basse dove s’affacciavano piccolissime botteghe d’ogni genere. Tu, per l’occasione, afferrandomi per mano mi trascinasti all’interno d’uno spaccio che vendeva dei vestitini e dei costumi da mare, perché mi dicesti d’avere necessariamente bisogno d’un nuovo costume per il giorno successivo e intanto che io mi guardavo in giro un po’ distrattamente, tu provavi con la commessa diversi tipi di slip in una minuscola cabina.

Io, per la circostanza, non stavo a dire il vero seguendo con grande interesse la ricerca, anche perché i gusti di noi uomini non sono mai allineati né schierati con gli ultimi dettami della moda e pertanto non potevano di certo combaciare con i tuoi. Da non dimenticare inoltre, che qualunque cosa tu avessi indossato, io sarei sempre stato attratto solamente dalle tue splendide gambe affusolate e irrequiete come quelle d’una puledra, dai tuoi fianchi morbidi, dal tuo seno piccolo e sfrontato e dalla tua bocca sensuale e peraltro invitante. In questo modo ti lasciavo completamente libera di scegliere, sapendo che qualsiasi cosa tu avessi acquistato, nulla avrebbe potuto aggiungere sommando nulla alla tua bellezza. Notai soltanto a un certo punto un fitto parlottare tra te e la commessa, però in quell’occasione non ci feci molto caso. Lei sparì per un attimo nel retrobottega e riemerse con una scatola che aprì in disparte con un contegno e con un tono moderatamente connivente, dopo lei ti riaccompagnò alla cabina e dopo una prova più lunga delle precedenti tu uscisti con l’aria soddisfatta e sorridente. La commessa impacchettò la scatola, pagammo e uscimmo. Con la tua scatola sotto il braccio tu uscisti dal negozio sorridendo con l’aria astuta e maliziosa, però eri così bella che mi bastò guardarti senza neppure chiederti il perché di quel sorriso un po’ nuovo e per di più alquanto particolare.

Nel frattempo era sopraggiunta l’ora della cena e come tutte le sere ci avviammo verso il nostro abituale piccolo ristorante dove andavamo giornalmente. Il cameriere già conosceva i tuoi gusti e ti portò un enorme piatto di pesce cucinato con tutte le erbe selvatiche del posto, giacché lo divorammo con golosità rubandoci i bocconi l’uno con l’altro. Ogni tanto raccoglievi con la punta della lingua una briciola di pesce che ti era rimasta sulle labbra e ogni volta, guardandoti, io sentivo un brivido, un insolito fremito in tutto il corpo, in quanto tutto ciò era per me come una promessa di ben altre sensazioni che m’avresti regalato successivamente. Più tardi rientrammo al nostro albergo, la stanza era in penombra e dalla finestra spalancata entrava una leggera brezza che faceva ondeggiare le tende e portava con sé il profumo del mare. Appena arrivati in camera tu mi dicesti di preparare qualcosa di fresco da bere per entrambi e sparisti in bagno. Riapparisti poco dopo con quello che era il tuo nuovo costume appena comprato.

Io ebbi un sussulto, visto che per un attimo smisi di respirare e rovesciai il mio bicchiere per terra. Non ho ben chiaro né saprei da dove cominciare per descriverlo, perché tutto era fuorché un costume da bagno, per il fatto che aveva una lunga striscia di seta verde smeraldo con disegnate le squame d’un serpente che emetteva dei riflessi brillanti a ogni tuo più piccolo movimento, in quanto ricopiava perfettamente riproducendo le sembianze d’un gigantesco serpente con la testa più grande, era triangolare, gli occhi erano due cristalli di vetro freddissimo e si srotolava fino alla punta della coda. La coda partiva poco più in alto del ginocchio ed era tenuta ferma da un filo sottilissimo in sostanza invisibile, così come altri fili tenevano tutto il resto del costume, tuttavia salendo deliziosamente s’arrotolava intorno alla tua coscia, passava tra le gambe coprendo a malapena la tua fica per continuare a salire girando sul sedere sporgente rotondo e perfetto fino a raggiungere i fianchi. Proseguiva poi in questo suo abbraccio voluttuoso dalla schiena al petto, coprendo un solo seno e lasciando l’altro sfrontatamente nudo, fino a finire con la testa dagli occhi scintillanti strettamente avvinta al tuo collo come se con i suoi denti ne volessero succhiarti il sangue.

Ai piedi indossavi un paio di sandali color dell’argento con il tacco altissimo tenuti fermi soltanto da due lunghi lacci di cuoio. A un polso avevi un bracciale sottile e all’altro un laccio come quello dei sandali, per la circostanza avevi i capelli sciolti sulle spalle leggermente spettinati, mentre alcune ciocche ti ricadevano sul viso nascondendo leggermente i tuoi occhi con le pupille dilatate. T’avvicinasti a me lentamente con movimenti sinuosi ed eleganti, poiché sembrava che il costume t’avesse trasmesso le movenze stesse del serpente, perché a ogni lievissimo tocco delle tue mani una scossa elettrica m’attraversava le reni. Io incominciai a slacciarti quel costume che sembrava ti stesse già possedendo sapientemente ben avvinghiata tra le sue spire, corresponsabili anche quei fili invisibili che lo tenevano, giacché parevano non volersi staccare dal tuo corpo. Fu quasi una lotta, giacché mi rendeva sempre più ansimante ed eccitato per allontanarlo da te per poterti finalmente vedere completamente nuda, alla fine rimase come in un ultimo tentativo di resistenza arrotolato alle tue caviglie.

Per l’occasione m’inginocchiai ai tuoi piedi e con gli occhi chiusi cominciai a respirarne il profumo misto all’odore inebriante della tua pelle. Le mie mani scivolarono delicatamente tra le tue cosce obbligandoti a tal punto ad aprirle, la mia bocca s’avvicinò socchiusa e le mie labbra sfiorarono i tuoi morbidi peli. Io ti spinsi leggermente all’indietro fino a farti sdraiare sul letto, in quel modo il sedere s’appoggiava al bordo del letto mentre le gambe pendevano abbandonate. Io ritornai con la bocca tra le gambe e la mia lingua iniziò a esplorare il tuo fiore socchiuso, con le dita lo aprii delicatamente mentre la lingua s’insinuava in ogni piega, risaliva ogni avvallamento, correva lungo i bordi morbidi e rigonfi, poi si tuffava indurita penetrando il più possibile dentro di te per riemergere e per risucchiare il bocciolo trattenendolo tra le labbra e tormentandone la punta con dei colpi leggeri e veloci, perché più la lingua ti frugava e maggiormente il sapore del tuo piacere diventava insopprimibile.

In quel momento i tuoi leggeri gemiti riempivano l’aria come le fusa d’una gatta diventando sempre più accelerati e intensi, capii ben presto che il tuo primo orgasmo era sempre più vicino, in tal modo accelerai ancora di più i colpi della lingua mentre infilavo prima una e poi due dita nel tuo ventre, muovendole leggere e veloci in aiuto alla lingua, giacché fu proprio in quell’istante che il tuo godimento esplose sfogandosi integralmente con tutta la sua forza e la sua radicale intensità. Tu chiudesti all’improvviso le gambe mentre io rimasi prigioniero dentro di te, soltanto dopo un lungo momento tu mi liberasti lasciandomi la bocca piena di te e del tuo intimo sapore. L’anima e l’energia del serpente doveva essere rimasta di certo fra noi, perché muovendomi lentamente e strisciando tra le tue cosce io cominciai piano piano a risalire. Avendo capito quello che desideravo, tu m’aiutasti tenendo aperte con le dita sottili e nervose i petali del tuo fiore e mentre risalivo io strisciavo il più possibile il mio corpo contro la tua carne fremente, prima con forza e in seguito solamente sfiorandola. Io giocai con i miei capezzoli sul clitoride, mentre proprio come un serpente mi lasciava sulla pelle una traccia bagnata di te.

Io continuai a questo punto a risalire con il mio cazzo duro fino a farmi male, in quanto ero arrivato all’ingresso del tuo anfratto. All’improvviso con una spinta veloce e decisa si tuffò dentro di te: lui entrava e affondava, entrava ancora esplorando e sondando ogni millimetro su del tuo ventre, sempre più su. Sembrava volesse penetrare dentro lo stomaco, insinuarsi tra i polmoni, spaccarti il cuore in due, risalire nella gola, arrivare alla tua bocca per possederti e farsi leccare contemporaneamente. I miei fianchi ondeggiavano ritmicamente avvicinandosi e allontanandosi da te, tu a ogni stimolo contraccambiavi con altrettanto vigore, mentre le unghie affilate lasciavano sottili solchi conficcandosi nella mia schiena e le cosce, dato che mi stringevano in una morsa proprio come avrebbe fatto il serpente mentre inghiottiva e mandava giù la sua preda. Tu mi rispondevi colpo su colpo come in una sfida a chi aveva più forza, se io a penetrarti, oppure tu a risucchiarmi nel ventre fino a che fossimo stati un unico corpo senza più riuscire a distinguere né a riconoscere guardando i nostri sessi chi fosse il maschio e chi la femmina. Ero io che ti penetravo, o eri tu che mi risucchiavi nel vortice in cui stava esplodendo la tua sensualità?

Io capivo che in quel momento tu volevi tutto, allora m’infilasti la lingua in bocca come solitamente fanno i maschi, perché forse volevi restituirmi e rifondere la penetrazione che io facevo tra le tue cosce, poi in un crescendo senza fine, senza freni e senz’altro alcun controllo, rotolammo sul letto senza mai far uscire il mio cazzo dalla tua fica inzuppata all’inverosimile. Il tuo sedere venne a trovarsi in una posizione perfetta e ben esposta, in quanto tu volevi essere posseduta in ogni modo, allora lo sporgesti ancora di più accogliendo con un ultimo gemito da animale ferito il mio dito che ti stava penetrando, facilitato al massimo dai tuoi fluidi che colavano abbondanti. Fu in quel momento che esplosero trascinanti e incontenibili insieme i nostri orgasmi e sentimmo risalire rapidissimi getti di sperma che ti riempirono la fica fino a colare di fuori.

Dopo lunghissimi attimi quasi d’incoscienza e d’intontimento, attraversati peraltro soltanto da dei tremiti incontrollati, fosti tu a staccarti e a mettermi la fica gonfia e bagnata sulla bocca e successivamente davanti agli occhi, affinché io non potessi in nessun caso dimenticarla. Con la tua lingua morbidissima raccogliesti goccia dopo goccia la miscela del nostro sperma fino a quando sul cazzo non ne rimase più traccia, lasciandolo bagnato solamente dalla saliva che mi donava una sensazione di fresco dopo il fuoco di prima. In quel preciso momento mi guardasti fisso negli occhi e ridendo dicesti:

“Non dobbiamo perderne né sprecarne neppure una goccia”.

Con queste parole tu m’invitavi di fare altrettanto con te, di certo io non avevo bisogno d’un ulteriore incoraggiamento, dal momento che le mie labbra s’incollarono tra le tue cosce e la lingua cominciò un attento e minuzioso lavoro, frugando in ogni piega della pelle leccando con dolcezza e passione insieme le tue labbra, succhiando il clitoride gonfio e di nuovo infilando la lingua appuntita dentro il tuo ventre, per raccogliere ogni goccia del nostro piacere. Il mio olfatto raccoglieva ansimante ed esausto i tuoi effluvi, mentre l’insieme di tutte queste sensazioni aggiunte allo spettacolo imponente che avevo davanti agli occhi, non tardò a riaccendere e a ravvivare con fremiti leggeri il desiderio. Tu che nel frattempo non avevi spostato il viso appoggiato alla mia pancia, t’accorgesti subito del rinascere fremente dell’eccitazione, accogliesti il membro nella tua bocca avvolgendolo teneramente con le labbra.

Tu volevi renderti conto e sentirlo crescere nella bocca e a ogni pulsazione del sangue t’obbligava ad aprirla sempre un po’ di più, quando infine t’accorgesti che era arrivato al culmine dell’indurimento, lo facesti entrare e uscire cercando ogni volta di farlo affondare sempre più, risucchiandolo come prima lo risucchiavi nella pancia. Senza neppure un cenno, la lingua tra le tue cosce e la tua bocca sul mio cazzo accelerò il ritmo fino a raggiungere il culmine dell’orgasmo, riempiendoci entrambi la bocca dello sperma e del succo dell’altro, godendo così del sapore ristretto, esclusivo e unico del piacere reciproco.

Dopo qualche momento, in cui ogni nostro muscolo lentamente si distendeva rilassandosi, ci guardammo in ultimo negli occhi e mentre ci baciavamo teneramente il tuo sorriso luminoso e smagliante come il sole riempì quella stanza.

Esplicito, innegabile ed evidente ammettere, che il tuo nuovo costume era davvero incomparabile, originale e straordinario, precisamente come te.

{Idraulico anno 1999}