i racconti di Milu
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[ - ] Stampante Capitolo or Storia
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Note dell'autore:
Una volta che si inizia come puoi chiederle poi di fermarsi?
"Vabbè è successo anche a me! Di che ti meravigli scusa?", mi spiegò la mia amica Rossella. "Dici sul serio?", incalzai io incredula. "Certo! Quando a sera entrò in camera mia ero sicura che l'avremmo rifatto ed invece mi guardò con un'aria contrita e mi disse che quanto successo non doveva ripetersi mai più, che era aberrante quanto avevamo fatto, che più ci pensava e più stava male. Lo ascoltai in silenzio e lo lasciai andare via senza dir nulla. Ero stata felice, ma quelle sue parole ora mi confondevano! Mi rimbombarono in testa a lungo quel giorno. Anche quando, calata la notte, mi ritrovai lì, ai piedi del suo letto, proprio accanto a lui, accovacciata a meditare. Fissavo il suo piumone con lui che dormiva ignaro e mamma che gli era accanto e mi chiedevo: "Che faccio? Vado oltre? Gli faccio un pompino o no?", poi mi diedi la risposta giusta: "Ma sì!", sollevai il piumone e gli afferrai l'arnese. Lui si destò dal sonno e fu contento di quel che gli stavo facendo. Andai fino in fondo e da quella sera non mi ha mai più ridetto di troncare la nostra storia". Le sorrisi un tantino perplessa, ma tutto sommato confortata. Ora sapevo che c'era la possibilità di andare avanti, avevo la speranza di continuare la mia storia di sesso con papà.

Mia madre era appena uscita di casa ed io non potevo lasciarmi scappare quella occasione. Per lui era una giornata come le altre, per me no. Il nostro appartamento si apriva su un cortile dove una magnolia oscillava nel vento del meriggio. Lui era lì, pensieroso al tramonto, forse ancora teso per quanto accaduto tra di noi. Lo trovavo affascinante come non mai e fui rapita. Portava sottobraccio una giacca in velluto ed una camicia slim, che ben gli evidenziava il petto. Quegli occhialini scuri rafforzavano la sua aria decisamente carismatica. Come al solito aveva un’eleganza desueta carica d’un profumo intenso. Mi ci avvicinai con addosso solo una lunga camicia che usavo portare in casa e che mi copriva sino ad un quindici centimetri sopra le ginocchia. Gli sorrisi sbattendo le palpebre, arrossii intimidita dai miei stessi sconci pensieri e lo abbracciai. Lui restò immobile fingendosi distaccato, ostentando sicurezza. Non ebbi paura di osare, sentivo che non ci sarebbe stato niente che non avrei fatto per lui.

Lo strinsi di più a me schiacciandomi palesemente sul suo affare. Provai un leggero stordimento alla testa nel avvertire il profilo del suo sesso. Lui fece un passettino indietro tentando di liberarsi di me senza essere troppo brusco, ma io non lo mollai. “Tutto bene piccola?”, mi sentii dire. “Potrei star meglio papà. Ho tanto bisogno di te”, gli risposi di soppiatto poi spostai una mano sul suo cazzo. "No no ferma che fai.. ferma.. non si può, no no e .. e non guardami cosss... giù le mani, fa la brava..", mi avventai su di lui, sul suo pantalone. Lo cinsi d'assedio e gli occhialini caddero. Non ne potevo più, non ce la facevo a tenermi lontano dal suo corpo. Lo volevo. Provò a resistermi, ma non ci riuscii. "Un'altra volta, solo un'altra volta ti prego", gli frignavo in faccia mentre riuscivo a tirargli fuori dai jeans il cazzo. Alla fine si arrese, allungò le mani sul mio corpo, palpò i miei seni, tastò le mie cosce, indugiò sul sedere, si godette le sue forme ben definite, i glutei rassodati e arrotondati al punto giusto. Mi sollevò da terra baciandomi e si sistemò dentro di me fissandomi con occhi scintillanti.

Fu tutto così carico di passione, più rovente della prima volta. Mi speronava in piedi, ci dava dentro tenendomi tra le braccia e scagliando stoccate di sesso furenti. Lo sentivo nella mia figa caldo e duro, lo guardavo negli occhi rabbiosi come quelli d'una bestia, sospesa da terra. Me la spadellava, me la stava saccheggiando ed io venni gemendo. Ero folle di lui, folle al punto da aggrovigliargli le cosce alte attorno ai fianchi per prendermi con forza il suo godimento. Gli portai le mani dietro la nuca, strinsi i suoi capelli, serrai i denti e lo fissai dritto negli occhi decisa ad avere la sua sborra. Continuò con la sua impetuosa cavalcata e, senza resistermi, mi sbrodolò dentro in un diluvio argenteo che debordò lungo le mie cosce.

Quando sentimmo il cancello automatico aprirsi, mi ritrovai immediatamente coi piedi per terra. Mio padre ebbe il tempo di ricomporsi e recuperare gli occhiali mentre l'auto di mamma si posizionava proprio accanto a noi. La salutai con la sborra che mi colava tra le cosce felice per averlo rifatto con papà.
Note finali:
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