i racconti di Milu
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Quell’anno tutto era diventato drasticamente differente, radicalmente anormale e rigorosamente dissonante, dal momento che io ero completamente cambiata, scaraventandomi per giunta alle spalle i dissidi, le tensioni e buona parte delle divergenze e delle sproporzionate paure, che accanto a lui avevo ripetutamente assorbito e incamerato. Il mio piede attualmente toccava sondando una sabbia nuova, al presente ne centellinavo qualsivoglia percezione, così come se la mia epidermide, le mie pupille e la mia faccia si fossero interamente spogliate godendo alla sprovvista d’una tela durevole, resistente e persino tenace all’acqua infine rallegrandosi.

A dire il vero, iniziò così, la mia settimana in una piccola insenatura affacciata su d’una spiaggia impervia e selvaggia, però altrettanto favolosa e magnifica della suggestiva Sardegna, dato che alzarsi al mattino e spalancare le finestre al mare e null’altro mi faceva sennonché sentire parte della natura, in quanto lei stessa beatamente mi coccolava, mentre il mare m’accarezzava avvolgendomi in maniera protettiva, il sole mi scaldava e pure il vento, sì, quel favoloso vento che ha la fragranza del mare, tenuto conto che m’asciugava rapidamente i capelli scompigliandoli come un amante birichino, giocoso e vispo.

E’ stato inoltre meraviglioso e per di più strabiliante, accorgermi avvertendo di nuovo la mia pelle talmente ricettiva bearsi deliziandosi alla fine d’ogni piccola sensazione, giacché anche i profumi diventavano sempre più intensi, assaporando una notte così bella e limpida da non poter smettere di guardarla. In quella circostanza mi sono sdraiata sul balcone, dal momento che tutto era già lì pronto per me. Il cielo era pieno di stelle, visto che io adoro esplorarle in cerca di quelle per di più cadenti, visto che al di sopra di me ce ne sono così tante che danno la netta impressione di digradare fino al mare, in quel frangente mi distendo più confortevolmente e m’entusiasmo, ammirando, apprezzando e godendo tutto ciò che mi delimita, capto e osservo il mare lento e nero illuminato dalla luna e disseminato delle poche ondeggianti luci delle barche dei pescatori, sì, proprio così, perché qui mi sento realmente una parte sgombra della natura, che m’accerchia accettandomi e accogliendomi liberamente senza criticarmi né giudicarmi in alcun modo.

In questo momento sbarro gli occhi e annuso il vento che soffia lieve, in quanto mi porta i profumi lontani, rallenta e poi soffia più forte, lui è inaspettato e sta diventando birichino, sollevando discolo e impertinente la mia blusa da notte alquanto delicata. E’ una blandizia che mi lambisce la cute, che s’introduce accuratamente tra le gambe, visto che inevitabilmente e irreparabilmente mi schiude le cosce, io in quel preciso attimo innalzo gli arti superiori sgravandoli alla maniera d’espormi presentandomi interamente a lui. In realtà, in questo luogo ogni avvenimento e ogni vicenda mi fa tremolare pienamente: il rumore del mare, il segnale luminoso della splendida ed enorme luna che fa rifulgere la mia pelle e dopo lui, ebbene sì, il vento che non tralascia né trascura di rasentare ogni porzione del mio fisico, quest’ultimo ormai diventato emotivo, impressionabile e sensibile all’inverosimile.

I capezzoli spingono eccitati e infastiditi dal contatto del tessuto, perché vogliono captare, catturare, perché vogliono farsi notare. Io abbasso le spalline sottili, subito la luna ci gioca e il vento li stuzzica, mentre la mia schiena s’inarca ricercando sempre più quelle carezze, sennonché loro ingrossati svettano spavaldi riempiendomi di sussulti irrequieti che attraversano il mio corpo visitandolo, estinguendo la loro galoppata in mezzo al ventre, poi io m’apro apertamente al vento che al momento mi sta sfiorando procurandomi e provocandomi dei brividi infiniti.

Il mare al momento si è risvegliato, poiché avverto in modo chiaro il rumore delle onde che s’infrangono con maggiore cadenza, che frantumandosi stimolano vivacizzando ulteriormente il mio corpo. Le mie dita scendono per aprire la mia intima femminilità e offrirla gustosamente e placidamente al vento che si gonfia, che rasenta, che sollecita e che sprona con maggior forza il mio clitoride diventato, tenue, gustoso, fragile e sensibile. La cavità pelvica si mette in moto modulata dal ritmo della folata proveniente dal litorale, poiché io vibro con dovizia e opulenza in perfetta armonia e in pieno accordo con gli elementi. Io a questo punto sono nuda in balia e in potere della natura, perché anche il fruscio delle foglie degli alberi vicini sollecita e sprona i miei sensi, le contrazioni improvvise m’agitano scuotendomi, perché sono intense, interminabili e profonde, visto che il suo soffio è come il più attento e vigile degli amanti, così come tanti polpastrelli sulla mia pelle, giacché alimenta, mantiene e sostiene con le sue continue sferzate senza darmi sosta né tregua alcuna.

Dopo un tempo sennonché impreciso e indefinito, di cui io ho peraltro smarrito la coscienza, il respiro disperso diventa nuovamente normale e riapro pigramente gli occhi. La luna mi guarda sorridendomi sorniona, connivente peraltro di quel qualcosa d’esclusivo, d’incomparabile e di privilegiato, dal momento che lei è stata unicamente la sola, innegabile e preziosa testimone.

Ogni mese, in realtà, quando si ripresenta la luna piena, appena posso io guardo il cielo e sorrido nuovamente.

{Idraulico anno 1999}