i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Il desiderio di E. vedere sua moglie in balia di uomini sconosciuti
Riuscì a guardarsi a malapena nello specchietto retrovisore della macchina, aveva gli occhi arrossati dalle lacrime e dalla sborra. Era una maschera. Cercò un fazzolettino e riuscendosi a togliere gran parte del liquido seminale dagli occhi si rese conto in che condizioni era. Le pizzicavano gli occhi, le duoleva un labbro, le faceva tanto male il culo da non riuscire a sedersi ed aveva le ginocchia insanguinate. Questo fù l’epilogo di una giornata che Francesca non dimenticherà mai.
Era il 03 giugno del 2005, la scuola era praticamene finita, come al solito nelle classi restarono gli alunni che muniti di speranza ma poca volontà cercavano di non perdere l’anno rubandosi le ultime interrogazioni. Nella Quarta A c’erano sei alunni in quella torrida giornata. Era l’ultima ora e la prof. Effe, nome ovviamente camuffato, dopo aver interrogato due dei sei alunni parlava con loro per far capire che non c’era più niente da fare. L’interrogazione era andata male e poi come avrebbero potuto compensare le insufficienze di un anno intero in una sola interrogazione. Non sarebbe stato giusto per gli altri, che si erano impegnati un anno intero e non sarebbe stato giusto per la sua integrità di professoressa. I due, con modi che non erano certo quelli adatti per parlare con una prof, la apostrofavano in malo modo. Gli alunni erano Cristante A. e Dinardo C. già ripetenti. La campanella suonò e Effe riuscendo a malapena a tenerli a bada concludeva anche quest’altra giornata di lavoro. Gli alunni ad uno ad uno andarono via e prima di uscire i due scansafatiche fingendo pentimento per le parole dette prima, fecero un altro tentativo di convincimento per l’interrogazione. Effe da brava prof. accettò le loro scuse ma irreprensibile com’era ovviamente non cedette sul discorso interrogazione. Sbattendo le mani sul tavolo Cristante la guardò e le disse: “Me la pagherete!” e prima di varcare la porta si girò di nuovo verso di lei, ancora seduta alla cattedra esclamando: “Presto… molto presto!” e sbattendo la porta alle sue spalle andò via. Leggermente intimorita Effe raccolse le sue cose ed andò via. Come al solito ritornò a casa conducendo la vita di sempre, aveva già dimenticato le parole di quei due ragazzini. Le minacce di due, se pur maggiorenni, giovanotti, per giunta sull’orlo della bocciatura, non le facevano più paura. Nel tardo pomeriggio dovette uscire per fare una commissione, doveva incontrare un’altra collega per discutere di questioni scolastiche, esame di maturità e tutto quello che concerne la scuola. Talmente era amante del suo lavoro e soprattutto lo faceva con passione anche nei momenti non lavorativi si dedicava alla scuola ed ai suoi alunni. Si videro in un bar poco fuori il centro città, dove potevano rilassarsi senza essere disturbate ed in tanto parlare anche del da farsi scolastico. Salutata la collega, venuta a prendere dal marito, si incamminò verso l’auto posta nel parcheggio nel retro del bar. Appena vicino alla vettura notò dei segni di infrazione sulla porta e spaventata si guardava con fare circospetto intorno, ma senza trovare nessuno. Entrò in macchina, niente era stato toccato, ma neanche il tempo di mettere in moto che subito fù circondata da due uomini corpulenti a volto coperto. Uno si sedette sul sedile del passeggero e l’altro le aprì la porta lato guida. Si spaventò e d’istinto diede un urlo. Urlo strozzato dalla mano dell’uomo sedutosi al suo fianco. Aveva gli occhi sgranati, la testa schiacciata sul poggiatesta del sedile e la bocca tappata dalla manona dell’uomo. Le uniche cose che ascoltò furono: “Zitta puttana, tu ora vieni con noi!” E tirandola per un braccio la fecero scendere dalla macchina, quasi facendola cadere e la accomodarono di forza sul sedile posteriore. L’uomo prima seduto sul sedile passeggero si sedette dietro con lei e l’altro alla guida. Chiuse le portiere e con tutta fretta lasciarono il parcheggio dirigendosi verso la statale. Nel tragitto nessuno disse una parola. Avrebbe voluto reagire, ma la paura era troppa che strozzò gli istinti di ribellione della donna. Prima di imboccare la super strada, entrarono in una stradina parallela all’ingresso. Presero un vicoletto di campagna sterrato e pieno di buchi. Poche centinaia di metri e si ritrovarono sotto i piloni della superstrada. C’era una roulotte abbandonata ed altre macchine. Appena si avvicinarono uscirono altri tre uomini anche essi a volto coperto e con le mani giunte osservavano l’avvicinarsi della macchina. Effe trovò il coraggio di dire: “Prendetevi la macchina, tutti i soldi che ho, ma non fatemi niente vi prego!”. Il vi prego era strozzato da un singhiozzo dovuto alle lacrime che le iniziarono a scendere sul volto. La presenza degli altri uomini a volto coperto non faceva presagire niente di buono e l’angoscia iniziava a pervadere tutto il suo corpo. Arrivati sul posto a forza la fecero scendere dalla macchina facendola cadere a terra. Indossava un pantalone che metteva in risalto il suo bel culo e sopra una maglietta tipo tunica, come suo solito, che le arrivava fin sotto il sedere. Tutta impolverata fu invitata ad alzarsi. Era ferma, tremante, si guardava in torno, cercava di scorgere gli sguardi degli uomini da sotto i passamontagna, ma niente non riusciva a capire chi fossero. A chi aveva fatto del male? Perché se la stavano prendendo con lei e soprattutto cosa le avrebbero fatto? Tutte queste domande accompagnavano Effe sin da quando era salita in macchina in compagnia dei due malintenzionati. Ora circondata dagli uomini era oggetto dei loro sguardi. Uno di loro, magrolino fisicamente, ma con la cosiddetta pancetta le si avvicinò e chiamandola puttana diceva che l’avrebbe pagata a caro prezzo. Lei rispose: “Io non ho fatto niente!”. E scoppiò in un pianto con tanto di lacrimoni. Uno dei due accompagnatori sceso dalla macchina le si avvicinò e mollandole uno schiaffo in pieno volto le ordinò di non frignare perché questo non era ancora niente, ci sarebbe stato il tempo di piangere e tutto il resto del gruppo scoppiò in una fragorosa risata. Ad uno ad uno iniziarono ad entrare nella roulotte. Lei rimase fuori con uno di loro e dopo qualche istante fu invitata ad entrare. L’uomo la spingeva con una mano dietro la schiena invitandola a muoversi e lei con passo incerto si avvicinò al mezzo malandato. Salì i tre gradini ed appena entrò la sua paura diventò realtà. Si trovò i quattro uomini entrati precedentemente senza pantaloni intenti a toccarsi gli arnesi aspettando lei. Di scatto si girò ma sbattette sul petto dell’uomo che aspettava fuori con lei. Qui non si passa, questo fù quello che uscì dalla bocca dell’uomo prima di darle un ulteriore spinta facendola cadere al centro della roulotte. Ora si trovava con la testa all’altezza dei cazzi degli uomini. Li guardava ad uno ad uno avvicinarsi fin quando sentì dietro la testa il peso di uno di loro. Stava strusciando il cazzo sui suoi capelli. D‘istinto si girò e con la mano gli diede una spinta all’altezza dei coglioni. Ovviamente l’uomo si fece male. La reazione degli altri non si fece attendere. In ordine sparso ebbe un paio di schiaffi in volto qualche spinta ed un calcio ben indirizzato sul sedere. Come logico la sua spavalderia fu subito placata e messa a tacere. L’uomo che era fuori con lei, il più grosso di tutti fisicamente, disse: “Ti conviene non reagire più! Ora tu prenderai tutto quello che noi vogliamo darti! Vedi di collaborare se no, non ci limiteremo a qualche schiaffetto. Hai fatto male al nostro amico ed ora da brava puttana che sei gli chiedi scusa e soprattutto ti prendi il suo cazzo in bocca!”. Effe non si muoveva, aveva lo sguardo basso e non diceva una parola. L’uomo che le aveva parlato la prese per i suoi lunghi capelli neri e le tirò il volto all’indietro. Fece come per darle uno schiaffo. Lei chiuse gli occhi come a volersi ritrarre ma la mano dell’uomo le afferrò le guance ed aprendogli la bocca con forza le ribadì: “Adesso lo prendi in bocca prima a lui e poi a tutti quanti, non fare scherzi altrimenti sarà peggio per te!” e le lasciò la testa. L’uomo gli si avvicinò e le mise il cazzo in faccia. Non era enorme ma già rigido e pronto per l’uso. Aveva il cazzo di uno sconosciuto che le picchiettava il volto per poi fermarsi ed indugiare sulle labbra. In quel caso non potette fare a meno di socchiudere le labbra, e farsi entrare quella verga in bocca. Lei non succhiava, era l’uomo che andava avanti e indietro, infatti esclamò: “Devi succhiare, ti devi impegnare!”. La voce non era quella di un uomo come quelle dei due in macchina o del grassone. Era la voce di un ragazzo, e le era familiare. Ma in tutta quella confusione, soprattutto mentale non ci fece caso. Effe iniziò a succhiare quel cazzo, mentre ai due lati due di loro le si avvicinarono e prendendole le mani fecero impugnare i loro due cazzi iniziando a farseli segare. L’incapacità di opporsi a quegli eventi e il turbinio di azioni che stava subendo non fecero rendere conto alla donna il reale pericolo che stava correndo. Nel mentre spompinava e segava i tre cazzi sentiva le mani degli altri sul suo corpo intenti a spogliarla. La fecero alzare e le ordinarono di denudarsi. La prima cosa che fece fu togliersi quella specie di casacca che aveva per maglietta mostrando due grosse tettone. Alla vista di quelle mammelle ancora coperte da quei reggiseno grandi come un paracadute gli uomini iniziarono a commentare quel ben di dio. Si sfilò anche i pantaloni e rimase in intimo. Non fece in tempo a coprirsi con la mano che si fiondarono sul suo corpo ed iniziarono a palparla da per tutto. Sentiva le mani ovunque, sul sedere, tra le tette, sulle gambe e qualcuno più audace subito le piazzò due dita nella fica. Ebbe un sussulto. Le faceva male. Ma più si ritraeva più l’uomo indugiava e spingeva le dita nella sua intimità. Denudata completamente la fecero metter in ginocchio ed uno alla volta iniziarono ad alternarsi nella sua bocca. Non aveva mai visto tanti cazzi uno vicino all’altro e soprattutto uno, era di una dimensione fuori dal normale. Quando lo ebbe innanzi non sapeva come prenderlo. Il cazzone enorme era dell’uomo panciuto che era con lei fuori. Nonostante la pancia grossa quella verga svettava di molti centimetri oltre. Aprì la bocca, l’uomo le ficcò quanta più cappella potesse in bocca. A malapena riusciva ad ingoiarla tutta, ma non essendo contento del trattamento l’uomo le mise una mano dietro la testa spingendo quanto più poteva. Nonostante fosse in balia degli uomini Effe non collaborava. Il grassone si staccó dalla sua bocca e con fare spazientito, ordinò a due dei ragazzi di mantenerla e piazzandosi alle sue spalle le puntò il cazzo dritto in fica e con non poca difficoltà, ma senza cenni di arretramento, la trafisse. La sensazione di riempimento che provava era per lei sconosciuta e poco apprezzata. Mentre l’uomo le stantuffava la fica e gli altri si alternavano nella sua bocca lei piangeva. Le scendevano le lacrime che le bagnavano il viso. Uno di loro si sedette sul divano e staccandola dall’uomo che la stava scopando se la fece salire in groppa. Dopo essere stata scopata da quel cazzone ebbe una sensazione di svuotamento e di apertura che quasi l’arnese di quello che stava scopando non lo sentiva. Vederla saltare con quei mammelloni che si ritrovava l’uomo non potette fare altro che fiondarvisi sopra iniziando a torturarli. Li leccava, mordeva i capezzoli, e poi immergeva la testa tra i due seni. Mentre subiva questo trattamento uno di loro salì con i piedi sul divanetto e le piazzò il cazzo in bocca. Non potette fare altro e accoglierlo e stavolta, iniziò a succhiare. Vedendo la collaborazione della donna, l’uomo la fece fare, godendosi la calda ed esperta bocca di Effe con suo sommo piacere. In lei era scattato qualcosa, si rese conto che prima questi uomini fossero venuti, prima sarebbe finito tutto. Così oltre a succhiare bene quel cazzo iniziò a muovere anche le anche per accogliere meglio l’uccello di chi la stava scopando. Si ritrovò un altro cazzo all’altezza del viso e ubidiente iniziò a succhiare anche quello. Alternandosi uno lo succhiava e l’altro lo segava così fino a quando non sentì una presenza vicino al suo buchetto. Si fermò d’istinto e girandosi protestò. Ovviamente le sue proteste non servirono a niente. Vide l’uomo che si portò un dito in bocca, lo leccò e subito dopo sé lo ritrovò nell’intestino. Emise qualche urletto di dolore subito soffocato dal cazzo di chi prima le stava di fronte. Il passo fu breve, dal dito subito si passò ad un cazzo. Con terrore riuscì a togliersi da bocca l’arnese che stava succhiando e si guardò di nuovo alle spalle. Tirò un sospiro di sollievo quando si rese conto che chi la stava per inculare non era il grassone con quel mega cazzone che si ritrovava. Ovviamente l’uomo trovò molta resistenza prima di riuscire ad incularla ed a poco servirono gli sputi per lubrificare quell’apertura. Dopo vari tentativi l’uomo che cercava di incularla era in lei. Urlava di dolore. La collaborazione che mostrava prima era svanita, nella sua mente c’era solo il dolore che le aveva procurato quel cazzo nel suo culo. Non curanti di questo i due continuavano a scoparla. Quello che la inculava le aveva preso i capelli in mano e a modi fantino la tirava a sé come si fa con una cavalla e l’altro da sotto non smetteva di martorizzarle le tette. Ovviamente gli altri stufi di guardare vollero il cambio e così iniziarono ad alternarsi. Mentre uno le scopava il culo, l’altro le scopava la fica. Solo il grassone era in disparte e segandosi lentamente quell’anaconda, osservava compiaciuto i suoi amici come approfittavano del bel corpo di Effe. Ogni uno di loro prima che arrivasse il momento di sborrare, si staccava da lei e si metteva in disparte facendo spazio agli altri. Tutti si erano staccati da lei Effe era seduta sul divano con il volto stremato ed il trucco sciolto. Si alzò il grassone. In piedi dinanzi a lei la fece prima inginocchiare e poi puntandogli il cazzo le ordinò di prenderlo in bocca, ma stavolta voleva un trattamento diverso. Voleva che lei si impegnasse. Afflitta ed esausta, sporgendosi con le labbra vicino alla cappella le socchiuse e pian piano cercò di ingurgitare quanti più centimetri potesse. Neanche ella immaginava che la sua bocca potesse accogliere tanto cazzo e sorpresa di lei stessa iniziò a succhiare e segare ancora con più vigore quella mazza. L’uomo si godeva il trattamento e sedendosi la portò a lui facendole capire che avrebbe voluto mettere quel cazzo tra le tette. Prima di godere di quelle mammelle, alzò l'uccello ordinandole di prendere le palle in bocca. Mentre faceva sparire una alla volta i testicoli in bocca con una mano segava con movimenti lenti ma decisi l'asta. Si avvicinò con i seni all’uomo e sorreggendoli da sotto e poi stringendoli avvolse quel meraviglioso cazzo. L’uomo le tolse le mani e stringendo lui le tette iniziò a scoparle. Tanto era lungo, arrivava vicino alle labbra ed Effe vedendolo così vicino al suo volto prima gli sputò sopra e dopo socchiuse la bocca facendolo entrare ogni volta che le si presentava la possibilità. Facendola mettere con la pancia appoggiata sul divano l’uomo alzandosi le si piazzò dietro. “Ti prego non farmi male!” Queste furono le uniche parole di Effe. Il grassone prima di penetrarla le passo il cazzo sia sul buco del culo che sulla fica, come se impugnasse un pennello. Una serie di brividi di paura pervasero la schiena di Effe, fino a quando appoggiando la cappella sul buchetto fece per spingere. Lei trattenne il fiato ma spostandosi all’ultimo istante la penetrò in fica tutta d’un colpo. Emise un urlo che subito si trasformò in gemito. Iniziò a scoparla con tutta la forza che aveva in corpo, l'uomo non si manteneva sui fianchi per accompagnare la penetrazione ma le prese le mani da dietro e la tirava a se come se avesse le redini. Oramai si era abbandonata a quel cazzone, assecondava tutti i movimenti sperando in una veloce conclusione. In lei sopraggiunse un lieve senso di piacere ma vergognandosi anche solo per averlo pensato lo soffocò ritornando alla cruda realtà. L’uomo rallentò e penetrandola sempre più lentamente portava il cazzo quasi ad uscire dalla passera per poi rientrarle di nuovo dentro. L’ultima volta che si ritrasse lo fece uscire completamente e piazzandole la verga sul più stretto dei buchi lentamente le sfondò l’ano già maltrattato dai suoi amici. Non trovò quasi difficoltà. Aveva il cazzo tutto bagnato dai suoi umori che fecero da lubrificante per quello stretto anfratto. Adesso il dolore era lancinante piazzò le dita sui cuscini del divano e in ultimo mentre la penetrazione era arrivata al massimo ficcò anche la testa sul cuscino che strinse con i denti come si fa quando stai subendo un dolore insopportabile. Fatto sparire tutto il cazzo in culo pian piano lo ritrasse quasi a far uscire la cappella dal buco e se prima era stato delicato adesso con un colpo solo aveva rificcato tutto il cazzo in culo alla donna. La scopata prese vigore. Mentre la penetrava le prese i capelli con la mano destra tirandogli indietro la testa e con la mano sinistra la teneva per un seno. A quello spettacolo gli altri non resistettero, e ad uno ad uno piazzandosi innanzi a lei le vennero sul volto. Aveva fiotti di sborra da per tutto, sulle guance, sui capelli, ovviamente dato che stava ansimando ed era a bocca aperta uno di loro le venne completamente in bocca. Un po' le colò sulle splendide tettone ed un altro po' inevitabilmente dovette ingoiarlo. Era rimasto solo il grassone che lasciati i capelli e le tette si era aggrappato ai fianchi e continuava a penetrarla. Effe era una carcassa. Non sentiva neanche più dolore, solo la sensazione di sborra che le riempiva l’intestino la fece rinvenire. Dopo aver riversato tutto il contenuto dei suoi coglioni dentro il culo dell’ormai distrutta donna, gli sfilo il cazzo da dentro e prendendo una ciocca dei suoi splendidi capelli neri vi si pulì la cappella. In poco tempo gli uomini si rivestirono. Presero i panni della donna e buttandoli a terra dissero: “hai visto? Dicevo io che l'avresti pagata a caro prezzo!” e scambiandosi il cinque con uno dei suoi approfittatori fecero per uscire dalla roulotte. Andarono via tutti. Effe ci mise un po' ad alzarsi e rivestirsi. Quando entrò in macchina era cosciente che quell'incubo era finito ma la sensazione di disagio e sottomissione era rimasta in lei.


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Note finali:
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