i racconti di Milu
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L’estate in questa città è afosa e rovente e quasi come nella mia terra d’origine, l’Oman, visto che a volte in questa stagione capita di vedere scenette curiose, personaggi bizzarri e strampalati in giro nelle strade piene di turisti e anche di mascalzoni assieme a teppisti d’ogni genere. In generale, difficilmente, io mi lascio attirare incuriosendomi dalle situazioni di strada, salvo che non si tratti di conquistare qualche bell’uomo dagli occhi neri, però in quest’inedita circostanza sono stata interamente immischiata in modo insperato in un bifolco e scortese episodio, quest’ultimo che si è in conclusione tramutato modificandosi in un’illogica e inverosimile scappatella, dagli sviluppi direi inattesi e per di più gustosissimi.

Io camminavo appena uscita dal lavoro per le stradine del mercato, accaldata e in preda a un rialzo di pressione, la pelle un po’ lucida di sudore e l’abito appiccicato al seno, quando ecco che un ragazzo snello dal passo svelto mi compare superandomi e procedendo avanti per un po’. In quel momento osservo la sua figura, lui ha la pelle del colore del caffè, una maglietta rossa aderente al corpo magro e ben disegnato e soprattutto lunghi e morbidi capelli neri, ondulati e stretti da un nastro in una rigonfia coda di cavallo. So che viene dal Pakistan, perché l’ho notato spesso gironzolare vicino a un vicolo del mercato e osservarmi con malcelata voglia e con aria di sfida. Liberamente e di proposito stavolta non gli bado.

In quella generica circostanza sono visibilmente abbagliata dal sole, comunque noto che si gira verso di me e comincia a sgambettare con gli occhi, peraltro insolitamente puntati dritti nei miei e con la mano poggiata sul fianco: certo è, che non posso fare a meno di notare che ha i pantaloni slacciati, ampiamente aperti e mostra un bellissimo cazzo alla mia vista, peraltro semi eretto e adagiato sulle palle ben tese circondate da una folta peluria nera. Lo svergognato arrischia e osa avventurarsi così tanto? Il mio primo pensiero è di sdegno, in tal modo proseguo, non sa forse che un simile affronto non può che cadere nel nulla? Lui, probabilmente indispettito e risentito dal fatto che non gli ho badato mi raggiunge ricomposto, noto la sua ombra dietro di me, in quel frangente mi giro di scatto: colpito, lo screanzato mi guarda negli occhi e mi dice a bassa voce con un tono d’aperta e d’esplicita sfida:

“Ti piace il mio cazzo, vero?”.

Io mi fermo e lo guardo, devo castigarlo alla svelta, devo vendicarmi in qualche modo, però non voglio neanche perdere l’occasione, sennonché taccio a lungo e studio il suo viso. E’ molto grazioso in contrasto con il suo gesto volgare, che dal sorrisetto di sfida passa a un’espressione d’attesa un po’ tentennante e perplessa, io finalmente esclamo:

“Sì, parecchio. Dimmi una cosa, perché lo vuoi dare proprio a me?” - ribatto io alquanto incuriosita e stimolata per l’accaduto.

Lui fa uno scatto indietro visibilmente sorpreso, io riprendo a camminare nell’altra direzione, intanto penso su come dovrei convenientemente operare, finché immagini maniache e perverse prendono acutamente forma nella mia testa, mentre un calore d’inattesa vendetta e di smodata voglia s’impadronisce del mio corpo sempre più sudato. Lo svergognato però mi raggiunge in un vicolo adiacente al mercato, m’affianca determinato e in maniera caparbia mi ripete:

“Io abito qui. Vuoi venire con me?”. Io prendo tempo, sempre tacendo, rapidamente penso come architettare macchinando deliziosamente al meglio il mio personale e segreto schema.

“E’ da tanto tempo che ti punto, lo so che sei araba. So anche però, che ti piace fare come ti pare” - aggiunge lui con la voce bassa, quasi amareggiato.

Io mi giro di nuovo e gli sorrido in modo ostile, nettamente maldisposto, in quanto una vampata di rabbia m’avvolge scompigliandomi, ma guarda tu, questo piccolo pezzente crede di potermi trattare reputandomi come una puttana. Lui frattanto animoso, più che mai battagliero ed energico prosegue:

“Perché fai finta di non guardarmi? Lo so che ti piace scopare” - manifesta lui sogghignando tastandosi volutamente i calzoni attualmente chiusi, però ben gonfi da sotto.

Questo è troppo, io ho già tutto chiaro in mente su come agire, tuttavia ho bisogno d’una cosa, per fortuna non lontana da lì.

“Sai, non avevo previsto di finire la giornata così, porta pazienza, mi serve ancora qualche minuto” - aggiungo io in maniera entusiasta e soddisfatta.

In quel preciso istante noto che i suoi occhi peraltro molto belli, brillano di sfacciato desiderio e di sgargiante sfida.

“Perché tu intanto non vai a comprare da bere?” - lo esorto io maggiormente.

“Una ragazza araba che beve?” - sogghigna sbigottito lui, io finisco il discorso camminando:

“Sì, e anche tanto”.

Velocemente m’allontano verso il negozio d’erbe di Firas, un amico algerino pensando su come lui stia già pregustando la vittoria sulla ragazza araba e a quale sorpresa ben presto si ritroverà davanti. Correre mi fa sudare ancora di più, entro nel negozio del mio amico a precipizio in maniera circospetta:

“Salam Firas. Come te la passi? Mi serve velocemente quell’erba per il mal di testa. Sto andando a casa e voglio dormire il più profondamente possibile” - gli dico fingendo un capogiro.

“Salam a te, cara Intissar. Guarda, ti darò questa qua, è in polvere. Arriva dalla tua terra sai? In cinque minuti ti farà fare un piacevole e rapido sonno”.

Io pago e scappo via, nascondendo la polverina nel reggiseno, m’infilo nel vicolo dove l’insolente e svergognato pachistano mi sta aspettando con gli alcolici. Io gli ammicco da lontano e ci lasciamo inghiottire da un oscuro portoncino. Il suo appartamento è al piano terra, probabilmente lo condivide con altre persone, visto che c’è una specie di soggiorno con delle sedie, un tavolo e un vecchio divano:

“Mi chiamo Taslim” - dice lui, probabilmente per creare un’atmosfera un po’ meno grezza e più abbordabile. E tu sei Intissar, ho chiesto di te sai?”.

Io mi chiedo chi possa avergli parlato di me, dato che sono molto discreta e riguardosa nelle mie avventure quotidiane.

“Tutti dicono che sei inarrivabile, però io lo vedo da come ti muovi e da come ti guardi attorno, che hai una gran voglia di cazzo”.

Io taccio e sorrido ammiccando, mentre lui resta un po’ incerto e palesemente perplesso dal mio inatteso silenzio.

“Io ti voglio e basta” - esordisce lui in modo categorico ed euforico.

Forse Taslim sta provando a discolparsi giustificando ampiamente il suo gesto, io lo squadro mentre poggia le bottiglie sul tavolo, perché ha comprato del rum e della coca cola, perfetto, adesso dovrà miscelarle:

“Ci penso io” - gli manifesto abbastanza interessata, così inizio a versare il rum nei bicchieri.

Lui tutto soddisfatto s’allontana per andare probabilmente in bagno: molto bene, è giunta ora d’agire. Rapidamente faccio cadere una buona dose della polvere per il mal di testa e subito dopo aggiungo la coca cola che fa un bel po’ di schiuma, nel tempo in cui preparo il mio drink lui rientra con aria baldanzosa e disinvolta, agguanta il suo bicchiere tracannandoselo tutto. Io al contrario bevo piano, facendo durare a lungo il primo bicchiere, intanto che lui si versa dell’altro rum:

“Mi piaci molto Intissar, sei calda e sfacciata. Ho sempre voluto una donna araba, però loro non la danno mai, perché stanno sotto il velo e guardano basso”.

Io noto che il suo sguardo lentamente s’annebbia, sorrido e gli dico:

“Già, Taslim, forse non sai però che non tutte le donne sono uguali”.

Durante il tempo in cui parlo, lui ha già appoggiato la testa sul tavolo e si è placidamente addormentato. La stanza è silenziosa, buia e calda, c’è uno stereo in un angolo, vado a chiudere la persiana che confina con il cortile interno, l’aria ribolle anche del mio sudore. Bene bene, caro Taslim, penso fra me e me, la puttana araba ora ti sistema a dovere, sei proprio un bel bocconcino: se me la chiedevi con eleganza e con stile magari si poteva fare anche una bell’avventura, poiché m’hai trattato da troia mi prenderò quello che hai da riconsegnarmi, però stavolta a modo mio.

Il suo corpo è leggero, appena lo muovo ripiega la testa in avanti, respira profondamente, poiché non si sveglierà per un po’. Lo appoggio sul divano, ha proprio perso i sensi, non fa il minimo tremito quando gli levo la maglietta e gli slaccio i pantaloni, in quanto glieli sfilo agevolmente buttandoli in un angolo. Una sensazione di perverso e di vizioso potere m’assale impadronendosi della mia dote depravata: quello che poco fa mi ha sfacciatamente sfidato per dimostrare la sua proposta arrogante e boriosa, adesso è nudo e svenuto davanti a me, dal momento che potrò disporre del suo corpo a mio gusto e lo spaventerò a dovere: gli passerà la voglia di provocare come un cane le donne, perché la prossima volta ci metterà un po’ più d’attenzione e di garbo per fare un abbordaggio.

Ha proprio un bel corpo, asciutto e snello, i muscoli tesi, il petto e l’inguine coperti di morbida peluria nera, le cosce dure e un bellissimo cazzo scuro e vellutato, non circonciso che istintivamente tocco prendendolo in mano. No, devo prima legare il bastardo ben stretto al suo divano, così cerco intorno nei cassetti dello spago, torno e assicuro i suoi polsi ai braccioli e le gambe allargate bene con le caviglie strette ai piedi del divano. Ci divertiremo Taslim, però non devi urlare. In un’altra occasione avrei potuto essere molto dolce con quel ragazzo, ma non dopo essere stata affrontata in quel modo. Due schiaffoni ben assestati lo svegliano di colpo, le dita mi bruciano, una passione perversa s’impossessa in maniera scellerata di colpo. Taslim si sveglia e sbarra gli occhi con terrore, mugola e tende le braccia mettendo ancor più in risalto il guizzo dei muscoli, dalla bocca gli esce un suono indistinto che credo voglia dire:

“Che cosa succede? Che cazzo hai fatto?” - io lentamente gli rispondo:

“Taslim, hai davvero un bel cazzo, sai. L’ho visto subito per strada, soltanto che non mi è piaciuto molto il modo con cui me l’hai proposto”.

Nel tentativo sconnesso di parlare e d’urlare la stoffa del nastro s’impregna di saliva lasciandolo all’asciutto, subito prendo un po’ di rum e glielo faccio colare sulle labbra, mentre un torbido capogiro mi comanda:

“Te la farò pagare, m’hai offeso moltissimo, lo sai questo?” - gli sussurro nell’orecchio scostando appena la sua chioma, continuando a scorrere le mani sul suo corpo teso per il terrore. I suoi occhi sbarrati mi guardano e la sua espressione è sempre meno arrogante, sempre più sminuita e umiliata.

“Che musica hai? Un po’ di sottofondo ci vuole, non trovi?” - gl’impongo io, issandomi in modo menefreghista nel tempo in cui Taslim si dilunga lagnandosi:

“Scusami Intissar, io non volevo, mi piaci, sono innamorato di te, slegami, ti prego” - ribatte lui visibilmente affannato, angosciato e sofferente.

Un gradevole motivo musicale della sua nazione invade la stanza, tanto più malinconica e tenera, quanto più la mia voglia di vendetta s’accende contro di lui. Io lo osservo da lontano con marcato disprezzo, il corpo è ancora un po’ intorpidito dal sonnifero, in quanto comincia a tremare. In quel frangente noto i muscoli tesi delle cosce e dei bicipiti che tentano di tirare lo spago, che invece fende la pelle perfino di più:

“Se ti muovi, ti farai male. Un bel corpo così non voglio che si sciupi, per adesso” - gli sibilo io in maniera birbante. I suoi occhi lampeggiano di terrore mentre m’avvicino, in quanto mi spoglio anch’io:

“Non devi avere così tanta paura. Io voglio soltanto assaggiare il tuo bel cazzo e darti pure una bella lezione”.

Io mi siedo sul canapè e comincio a sfiorargli le gambe, tutto il suo corpo brucia per il caldo e per la paura, i rivoli di sudore gli scendono sul petto e sulla fronte, i capelli gli s’incollano al viso, i piccoli capezzoli neri si gonfiano e il cazzo ha un naturale fremito. Faccio scorrere nel contempo le unghie sul ventre, procurandogli la pelle d’oca con un singhiozzo d’indefinita paura mista a un novello piacere, prendo subito il cazzo fra le mani sfoderando la cappella con un gesto brusco, maldestro e sbrigativo:

“Mi piace davvero il tuo cazzo, sai? Hai fatto bene a farmelo vedere” - ripeto molte volte in maniera avveduta, canzonatoria e sagace.

In quell’istante mi sputo sui palmi delle mani per farle scorrere meglio, lui chiude gli occhi, reclina il viso arrossato e sudato indietro singhiozzando in una specie di supplica, mentre comincio a masturbarlo senza troppi complimenti, lasciando intenzionalmente scorrere le mani anche quando si asciugano e diventano ruvide. Io riscontro in maniera netta la sua manifesta apprensione, così come farebbe un felino pronto a catapultarsi sulla preda. Mi soddisfa il suo corpo e mi piace sondare come gode anche se è terrorizzato, mentre lo porto quasi sulla soglia d’un doloroso quanto sfortunato orgasmo, cosicché mi sfrego su di lui, dopo con la punta della lingua stuzzico i suoi piccoli capezzoli induriti, mordendoglieli e succhiandoglieli fino a provocargli sofferenza. Lo sento vistosamente piagnucolare, giacché emette uno strillo flebile, la lingua asciutta è stretta sotto il nastro, dal momento che prova un dolore che è anche un sorta d’inedito godimento.

Dal petto scendo sulla cappella e la stringo con i denti, succhiando l’asta del cazzo sempre stringendolo con i denti fino alla base, fra le palle strette, tra le dita e le unghie. Dopo glielo succhio graffiandolo, lui trema e inizia a sbattere i fianchi, scivolo via e lo agito violentemente lasciandolo liberamente sborrare, mentre i caldi fiotti di sperma ricadono sul suo ventre appiccicandosi ai peli, infine lo stringo ancora fino all’ultima goccia. Il sudore gl’inonda il viso esausto, al presente è spaventato e lunghi mugolii e grida strozzate in gola echeggiano adesso nella stanza, mentre in preda alla perversione e a una voglia irrefrenabile io gli stropiccio intenzionalmente la cappella lucida, gonfia e dolorante, stringendola e tirandola fra i polpastrelli, in seguito allargo la fenditura per stillare le ultime gocce di sperma, perché come ipnotizzata dal mio gioco osservo i suoi fianchi muoversi sconnessi per il doloroso godimento che gl’infliggo, mentre lucide lacrime cominciano a scendergli sulle rotonde guance. La musica continua a suonare in sottofondo, armoniosa e romantica, io m’accovaccio nel frattempo sopra il suo corpo bruciante ed esausto:

“Perché piangi? Tu mi piaci molto” - dico io, asciugandogli le lacrime e iniziando a baciargli il viso.

Dopo gli verso dell’altro rum sulle labbra, la paura nei suoi occhi si vela di nuovo di stordimento, succhio il liquore dalle sue labbra gonfie pigiandogli i seni contro il viso. Anche i miei capezzoli sono gonfi, mi prendo i seni fra le mani e glieli sfrego sul viso gridando di piacere e quasi soffocandolo, mentre gli piego la testa all’indietro tirandogli i capelli:

“Non pensavi che scoparmi sarebbe stato così, vero Taslim?” - gli espongo io, staccandomi un attimo e assestandogli altri due violenti schiaffi.

Un lungo sospiro di dolore e poi un indefinito suono di godimento, mentre afferro di nuovo il cazzo appiccicoso e bagnato, strofinandolo dentro le labbra della fica bagnatissima lungo il clitoride gonfio di voglia. Io m’accovaccio su di lui mentre il cazzo s’indurisce di nuovo contro la sua volontà, cosicché lo infilo dentro e mi spingo verso il basso affondando fino in fondo, sbatto molte volte dapprima lentamente, stringendo con la fica e scivolando su e giù, insistendo sulla cappella e poi forte, sempre più forte e più veloce fino a sentire male anch’io. In breve urlo per coprire il suo mugolio mentre gli tiro i capelli fino a strapparli, piegandogli il ciuffo e tirandoglieli all’indietro:

“A me piace Taslim, a te piace?” - gli strillo io bruscamente in faccia, pungolando la sua espressione palesemente terrificata, ma al tempo stesso aizzata ed eccitata.

Il suo respiro diventa accelerato, io avverto le pulsazioni del cazzo teso dentro di me, mentre strofino con le dita e le unghie graffiandogli il petto e strizzandogli i capezzoli, giacché le sue grida di dolore e di simultaneo piacere arrivano strozzate e ovattate dalla benda. In un ultimo colpo sopra di lui io esplodo in un orgasmo intensissimo, poderoso, mai provato prima, bruciante, fulmineo e perfino strano, mentre lo sperma mi riempie tutta iniziando a colare fuori dalla fica. Io m’accascio sopra di lui per un attimo, giusto per prendere il respiro e m’alzo andando verso la cucina, noto un affilato coltello e lo prendo, assaporando la sua paura che si somma alla vergogna. Percorro il suo ventre bagnato di sperma con la punta del coltello, giacché singhiozzi di terrore gli fuoriescono incontrollati dalla bocca, recido il nastro con un taglio fulmineo e lui comincia a supplicarmi con la voce tremante:

“Intissar, ti prego, che cosa vuoi farmi? Io non volevo offenderti, mi piaci, sarò il tuo servo, farò tutto quello che vorrai, ti prego”.

Lui è al momento come un bambino nudo davanti a me, inizia a piangere nelle suppliche, ma io gioco con la lama del coltello, scorro lenta sul collo, scivolo sul petto affondando appena la lama da far apparire una riga rossa, le sue tempie pulsano, il respiro accelerato si mescola ai singhiozzi, lui chiude gli occhi stringendo i pugni e piangendo mi supplica ancora. La testa mi gira, vorrei scoparlo e sfinirlo ancora, ma evidentemente la paura l’ha completamente bloccato, allora lascio scendere l’affilatissima lama del coltello fino alla base del cazzo e gli dico nell’orecchio:

“Mi piace il tuo cazzo, sai?” - stuzzicandolo oltremodo fino a ricavarne un’impercettibile innalzamento del suo cazzo, per il fatto che lui è visibilmente intimorito dalle mie intenzioni.

Ormai Taslim è fuori controllo, le lacrime gli rigano il viso e i movimenti sconnessi gli fanno sussultare le membra, non s’accorge nemmeno che invece con il coltello sono ormai alla base della sua testa, visto che gli sto tagliando via ampie ciocche di capelli buttandole sogghignando tutte intorno e lasciandolo con una testa di ricci disordinati. Quando se ne accorge mi guarda come un bambino con un’espressione d’ignobile e vergognoso sollievo, gli do un provocatorio buffetto sulla guancia bagnata di lacrime:

“Intissar” - riesce soltanto a dire lui balbettando, io m’infilo velocemente l’abito e stringo nella mano una ciocca dei suoi capelli.

“Questi li tengo io, per ricordo di te, perché mi piaci, lo sai”. Il suo corpo si rilassa, nonostante il disagio e la vergogna traspare da tutti i pori:

“Volevo solamente vendicarmi. La prossima volta chiedimelo meglio se mi vuoi”. Taslim reclina la testa all’indietro intimandomi in modo stremato:

“Slegami, ti prego Intissar”. Io sono però già oltre la porta intanto che gli riferisco:

“Adesso no, Taslim. La prossima volta però non ti legherò” - gli comunico io sorridendo in maniera diabolica e perversa.

{Idraulico anno 1999}