i racconti di Milu
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Le sue mani mi tremarono addosso poi si sciolsero in una presa dura. "Ohhhh", salutai il suo ingresso in me. Un gridolino sguaiato, un nomignolo volgare poi scambi di sillabe ed altri spasimi insaziabili. Non esagero, ero trafitta dal suo bel punzone. Mescevano i nostri corpi sul prato del parco, al riparo dietro una fitta siepe, come invasati in giravolte senza decoro. Quel poderoso smottamento mi lacerava nello stomaco. Mi stantuffava. Si generò un matto gracchiare poi venni. Ci sapeva fare, era eccessivo, impetuoso. Venni di nuovo.

Finita a carponi, alzai il capo. Poco distante da me qualcuno aveva abbandonato una piccola trousse vuota con specchio rotto. Ci guardai dentro. Mi persi. Stentavo a riconoscermi in quei mille volti di donna, facevo fatica ad identificarmi con l’immagine che vi appariva. Ero io? Quella di sempre? Di sempre quando? Quella era una donna ebbra di una felicità straziante. Perché era così felice? Non potevo accettarlo. Novella strega di Biancaneve, non chiedevo chi fosse la più bella del reame, chiedevo chi fossi, chi era quella donna lì riflessa. Non mi ero mai vista in quel parapiglia incestuoso ed adultero. E' normale? Non lo è. Non potevo essere io, non potevo. Non ero io quella donna felice che impazziva allo specchio. Mi dicevo che ero diversa, che dovevo essere diversa.

Vissi un nuovo orgasmo. Afferrai la trousse, la accostai a me. "Che fai?", gorgogliò Ciro. Stetti in silenzio contro lo specchio rotto, il mio respiro lo annebbiò, pochi attimi e ricomparvero le immagini di quella donna. Ero io quella lì, quella donna ero io, una zia che, con la scusa di fare jogging, va al parco col nipote per scoparselo. Quanto godevo, sì! Quella maschera di godimento era ingorda! La indossavo ora, poi l’avrei tolta per tornare ad essere una brava moglie senza grilli per la testa. E… e… potevo indossarne altre! Ma certo! Uno, due, tre, quattro... in quanti pezzi era ridotto quello specchio! Potevo essere la cognata che va a trovare il cognatino al lavoro e ci tromba, lì in una stanza della sua clinica. Sì, mio cognato nella sua clinica! Avrei indossato quella maschera e poi sarei tornata la quieta moglie del fratello. Trasalii e venni urlando. "Abbassa la voce zia!", mi richiamò suo figlio ma ero impazzita, già sapevo che quella stessa notte potevo indossare la maschera della mamma affettuosa che va al letto con suo figlio. Pronunciai il suo nome e venni. "Domenico? Cazzo! C'è Domenico?", mio nipote impaurito si fermò. "Continua, continua, non c'è, continua.." ansimai.

Il profumo di terriccio ed erba bagnata mi riempiva le narici. Mio nipote mi speronava, si avviava al culmine. Io chiusi la trousse tornando solo a me e Ciro. Ok, potevo essere una, nessuna e centomila, ma le scopate no, quelle dovevo godermele tutte.