i racconti di Milu
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Ci sono realmente poche cose che disapprovo, che rifiuto e che rimando ben volentieri al mondo, per esempio come rifare ripetendo il cambio del guardaroba stagionale. Il semplice fatto di dover prendere dalla soffitta i vestiti, cercare, frugare quelli che certamente e immancabilmente non trovi in tutti i nascondigli della tua piccola casa, che in queste situazioni diventa ampio, capiente e misterioso come un castello, perché togliere dagli armadi quintali di roba promettendo a te stessa di buttare gli abiti che non indossi da un’eternità, operazione questa puntualmente e regolarmente rimandata a una data da destinarsi e così via.

Io ero lì, con il collo indolenzito e le ossa doloranti cagionata certamente da quell’immensa fatica, quando notai un elemento che contrastava opponendosi con il mio confuso e indistinto abbigliamento, una vecchia camicia di flanella a quadretti. Quest’ultima, era infatti la sua, quella che lui indossava sempre in casa quando passava la notte da me, poi un giorno è misteriosamente sparita, ingoiata inevitabilmente dalle viscere della mia casa-castello. A ben pensarci, riflettevo su come poteva essere finita lì dentro, perché io ne coglievo nettamente ancora il suo odore ripassando quella vecchia blusa tra le mani, quell’aroma persistente di maschio che volevo sempre addosso a me quando facevamo l’amore. Lui era partito da diverse settimane in uno dei suoi abituali viaggi di lavoro, eppure mi mancava molto, adesso, in quel preciso momento avvertivo che la sua presenza difettava oltremodo, perché fiutavo e respiravo spiccatamente il suo odore, dal momento che riaffioravano riemergendo nitidi marcatamente perfino tutti quegli abbracci, quelle numerose coccole, ugualmente le litigate, insomma tutto ricompariva scorrendo come all’interno d’una carnale e libidinosa opera cinematografica.

Un bizzarro e insolito pensiero mi scintillò distintamente per la testa riaccendendomi, tentai d’allontanarlo cercando di respingerlo, eppure il suo odore era indomabile, penetrante, ribelle e selvaggio. Nel frattempo il collo era diventato meno indolenzito del consueto e anche il dolore alle ossa si era repentinamente placato, pressappoco non lo avvertivo più, in tal modo mi distesi sul letto e chiusi beatamente gli occhi, dal momento che la mia mente cavalcava fiancheggiando territori fantasiosi, mentre la mia mano accarezzava prima un seno e poi l’altro, sfiorando delicatamente i capezzoli con la punta del dito disegnando apparenti e immaginarie figure. Ci volle veramente poco prima che diventassero duri come il marmo, perché la mano scivolò delicatamente più in basso, in questo modo cominciai a giocare con i foltissimi peli della mia nerissima fica, eppure esitavo indugiando per entrare nella tana che si stava adeguatamente surriscaldando.

Per l’occasione mi strinsi tutta, rimanendo confinata e rinchiusa nel mio mondo fantastico e immaginario, però per me favoloso dove lui era qui con me. A quel punto m’insalivai il dito e iniziai a stuzzicarmi proprio lì nel basso ventre, dove il sangue s’accalcava pigiando abbondante. Mi masturbai con lo stesso incontrollato e sfrenato desiderio di quando avevo sedici anni, prima sfregando le labbra, tenendo le gambe strette, poi allargandole a poco a poco per far entrare le dita e poi uscendo fuori, andando verso il clitoride bagnato dai miei stessi fluidi. Ecco, non sembrava vero, era bastata solamente una vecchia camicia per ravvivare il mio stato d’animo riaccendendo una voglia addormentata e inoperosa da diversi giorni, cercai sennonché in quell’istante di soffocare i gemiti di piacere finché venni, ero al presente bollente, indebolita e sfibrata sul mio caro vecchio letto a due piazze, che spettacolo.

La stanza era ancora impregnata di quell’odore caratteristico, riempita dall’esagerata e famelica distintiva voglia di lui, delle sue penetrazioni e di quei momenti immensi, profondi e sublimi che non ci neghiamo mai dopo l’orgasmo, quando mi ricordai di dover completare giustappunto ancora il cambio del guardaroba.

Un pensiero lieto, piacevole e positivo m’accompagnò immancabilmente e deliziosamente nelle ore successive, perché seppur così divisi, lontani e separati, ambedue avremmo senz’altro trovato l’atteggiamento, la condotta e il modo di non farci mancare nulla. Abbi fede e convinzione amore mio, pensavo frattanto dentro me stessa incoraggiandomi e rincuorandomi, in attesa del suo apprezzatissimo e benvoluto ritorno.

{Idraulico anno 1999}