i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Da quel giorno...
Cominciare a farlo con lui era stato semplice, bastò che mi ci sedessi accanto sul divano mentre guardava la partita e passassi a tastargli il cazzo con la scusa di voler invece prendere il telecomando. Lui non si tirò indietro e la cosa si sviluppò con naturalezza, senza che il fatto che fossimo padre e figlia ci frenasse. Al più ci infervorò. Il suo sesso fu così esplosivo e potente. I suoi movimenti erano carichi di voglia, la sua pelle trasudò desiderio. Finii felice e lordata, spensierata, appagata. Per lui invece non fu così.

Me ne accorsi subito. Mi tenne stretta a se, ma piombò in un cupo silenzio. Si vedeva che qualcosa non andava. Lo guardai e gli sorrisi, ma era distratto. Sorrise con ritardo e mi accarezzò i capelli. Anche se si impegnava ad apparire normale era visibilmente spento e pensieroso. "Pà tutto bene?", gli chiesi preoccupata. Lui indugiò nel suo silenzio. Forse non era pronto, forse avevo forzato i tempi, forse avrei dovuto andarci piano e non farla così facile. "Ho fatto una stronzata", disse con voce roca ed io, ricevuta conferma dei miei timori, provai a calmarlo: "Ma no! Perché?". Lo baciai sulle labbra ma mi allontanò. "Una grande stronzata. Che cazzo mi ha detto la testa!", si alzò di scatto ed andò via lasciandomi sul divano. Sentiva tutto il peso della situazione gravare sulle sue spalle come un sacco di macerie. S'era scopato la figlia, mica normale?! Non poteva perdonarselo! Lui non l'aveva chiesto, ero stata io a volerlo, io a prendere ciò che desideravo, io ad imporgli le mie voglie. Avrei dovuto pensare alle conseguenze di ciò che da tempo meditavo. Finii col sentirmi in colpa mentre lui si rintanò chiuso a chiave nel suo studio.

Sul tardi uscii di casa con gli amici. Andammo in discoteca però io non ero dell'umore giusto per certe cose. Pensavo a mio padre. L'importante era recuperare il rapporto con lui, aiutarlo ad abbandonare lo sconforto. Avrei dovuto parlargli, tranquillizzarlo, fargli capire che la sua angoscia era del tutto spropositata e fuori luogo, forse non ci sarei riuscita... forse non avrei trovato le parole giuste o forse tutto sarebbe stato coperto dal silenzio. Mi resi conto che probabilmente avrei dovuto persino rinunciare alla prospettiva di altre scopate. Fui subissata da una inquietudine rovente. Peccato! I miei amici ballavano, il mio ragazzo era con loro, io stavo ai tavolini sorseggiando un cocktail. Vibrò il telefonino.

"Papà!", risposi tappandomi l’orecchio libero ed alzandomi di scatto. "Pronto Cinzia, sei.. sei impegnata?", che bella voce matura la sua. "No, affatto, dimmi pure", gli dissi alzando il tono di voce. "Mamma già dorme, tu dove sei? Possiamo vederci?", propose immediatamente. "Oh ma certo, sono.. sono alla discoteca oltre i ponti, la conosci?". "Sì, passo tra un dieci minuti, ti fai trovare fuori?", disse spedito. "Certo!!!", feci senza nascondere il mio entusiasmo. "A tra poco". "Ciao papà!".

Chiusa la telefonata corsi ad avvisare il mio ragazzo che fuori c'era mio padre e sarei stata un po' con lui. In subbuglio, mi sentivo tutta un elettrizzante calore, un tumulto di sensazioni ed idee. Chissà cosa voleva papà, chissà che mi avrebbe detto. Dovevo prendere io in pugno la situazione? Dovevo esordire subito scusandomi per quanto fatto? Sì, dovevo scaricarlo da ogni responsabilità. Bisognava parlarsi chiaro, sì, parlarsi chiaro, parlarsi.... Pensavo e ripensavo, non riuscivo a spegnere nella mente quella tempesta di concetti. Fui fuori dal locale, attesi poco. Ecco la sua auto. Sragionai: "Che fa? Perché scende? Quanto è bono mio padre". Gli andai incontro, mi alzai sulle punte dei piedi, allungai le braccia attorno al suo collo, lo baciai sulla guancia, ad un soffio dalle sue labbra. Lui mi sorrise, disse qualcosa. Era troppo bono, volevo rifarlo, come potevo farglielo capire? Parlò, parlò ancora, non so che dicesse, non so cosa io gli rispondevo. So che lo guardavo, cercavo i suoi occhi. Passeggiammo. Gli piacevo ne ero sicura, avrebbe voluto farmi, si capiva. Occorreva smetterla di giocare a nascondino con le nostre borie e paure.

Furono calamitosi frangenti e ci ritrovammo sotto la luce fioca di un lampione del parcheggio della discoteca. Lui alle mie spalle dettava i tempi di una magnifica scopata, io, con le mani strette sul gelido lampione e le cosce ben divaricate, miagolavo, oh come miagolavo!, vittima di quelle staffilate mentre il mio ragazzo, ignaro, era in discoteca con gli altri della comitiva. Ero in visibilio, la ragione era completamente obnubilata. Avremmo potuto starcene in macchina oppure scegliere l'ombra più propizia a certe cose, ma... che porco mio padre, l'aveva fatto apposta a passeggiare sin lì! Mi piaceva la cosa, mi stava usando come una troia ed io ne andavo matta. Gli occhi roteavano, la testa non mi si reggeva, il mio mondo vorticava, mi crogiolavo in quella disperata lussuria. Papà sembrava avere una propulsione spropositata e la mia linfa colava via tra le cosce. Mi perforava, ci dava dentro con fragore, mi donava quella bella ripassata ed io venivo, venivo a ripetizione. Lui fremé, io levai più alto il volume della mia passione e mi ritrovai straripante e lercia. Restammo uniti nella nostra sordida felicità.

Da quel giorno ogni occasione fu sempre quella buona per scopare, quando eravamo soli a casa, alle feste di compleanno, nelle giornate al mare, ai pranzi con i parenti.
Note finali:
Chi voglia contattarmi, faccia attenzione ad inserire l'indirizzo mail corretto per ricevere la mia risposta. Grazie