i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy webcam Chat  | ChoCam Mature webcam  |  Live18 |

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Io sono in questo momento distante dalla mia valle, fra i monti, lontano dal mio uomo, indipendente, libera e volutamente smarrita in una notte tutta per me, precisamente in quest’istante mi trovo a Ferrara. La città correva distendendosi intorno a me e le redini erano ormai sciolte, dato che io la guardai per bene ammirandone accuratamente per intero la sua bellezza mentre guidava. Lei si era fatta bella per me e la faccenda mi fomentava lusingandomi notevolmente: non mi concederò mai a lei per più d’una notte, non m’offrirò mai per un amore saffico a vita, eppure ogni volta che ci rivediamo lei s’appronta organizzandosi lo stesso in maniera attraente e richiamante.

I nostri incontri sono in fondo soltanto degli attimi rubati, degl’istanti sottratti alla mia attitudine e alla mia predisposizione innata di femmina montanara convinta, cosicché dopo una bella serata fra locali vari e risate a più non posso, ammirate e invidiate ciononostante da tanti individui come altre volte, i nostri corpi così affascinanti e così diversi s’incrociarono e in conclusione s’amarono per una notte intera nel letto di casa sua. In seguito ritornava tutto come prima, perché io non posso e può darsi che implicitamente non voglia amarla né riverirla indirettamente fino in fondo. Lei per non affliggersi né per soffrire oltremodo scappava al lavoro, mentre io ancora dormivo indebolita e stremata dopo una notte d’inattese e di sconvolgenti delizie appena sperimentate, assieme a quei grandissimi e strepitosi orgasmi convissuti e raggiunti sopra quel letto. In definitiva ridiventava tutto come prima, in tal modo appena lasciavo le chiavi di casa dentro il solito vasetto dei fiori, m’avviavo per riprendere il trenino verso i monti, verso un mondo sempre più angusto, limitato e ristretto, poi diventava tutto come prima, però non quella volta, giacché salutandomi la mia amica m’aveva adeguatamente segnalato che c’era in casa sua sorella:

“Sai una cosa? Questa rompiscatole ha dormito di là. Ogni tanto si ricorda d’andare all’università e viene a dormire qui da me senz’avvisare”.

Al mio sguardo apprensivo, preoccupato e pieno di disagio lei m’aveva nel frattempo serenamente rassicurato:

“Cara mia, io t’informo che a me vanno a genio le belle donne, a lei invece piacciono i ragazzi brutti. Io non m’intrometterò con lei né lei farà con me, vedrai che non ti creerà problemi, stanne certa”.

Dopo avermi confortato e incoraggiato nel modo giusto io ero tornata a dormire, ad accumulare così il calduccio assieme a quel simpatico gonfiore del mattino che non so per quale motivo, eppure sul mio viso non fa uno sgradevole effetto, al contrario. Io m’alzai a un’ora imprecisata, visto che fuori la nebbia aveva lasciato il posto al sole, vagai verso la cucina alla ricerca sonnacchiosa d’un caffè. Io ero insonnolita sì, però non cieca, poiché appena entrata in cucina incrociai una fiorente fanciulla e subito mi ricordai di non essere da sola in quella casa: una carnagione scura e gli occhi azzurri con un seno prosperoso, che solamente una donna che non ha ancora compiuto i venticinque anni può avere. La tuta aderente e sgambata che utilizzava come pigiama mostrava due gambe slanciate.

In quell’istante deglutii a fatica pronunciando un ciao sommesso e un po’ imbarazzato, giacché m’aspettavo un trattamento altezzoso, compassato e gelido, come unicamente noi donne sappiamo essere a quell’età, per di più con chi non è omologato né riconosciuto secondo i nostri parametri e i nostri comminati e imposti principi, viceversa, lei mi sorrise, peraltro partecipe lasciandomi senza parole, facendo i complimenti alla sorella per la scelta compiuta. Io esitai un istante e poi mi presentai, dal momento che sorrisi anch’io perché non volevo fare la figura della ragazza imbarazzata e insicura con una pivellina, eppure non riuscivo a smentirlo neanche verso me stessa, in quanto lei m’aveva colpito, emozionato ed entusiasmato notevolmente. Il fischio improvviso della caffettiera mi venne in aiuto, perché sembrò un’inattesa liberazione, dato che pensai fra me:

“Adesso bevo lestamente la mia tazzina di caffè e poi scappo via dagl’imbarazzi”.

Lei, invece, al momento d’apparecchiare con le tazzine ancora vuote sulla tavola, mi servii mettendosi alle mie spalle, mi sfiorò il braccio pelle contro pelle, poi con un movimento apparentemente involontario mi passò il dorso della mano sul seno coperto dalla lunga camicia che per l’occasione indossavo come pigiama. Un brivido mi percorse tutta la schiena e nello stesso tempo sentii l’odore peraltro non detestabile né sgradevole delle sue ascelle, però intenso: in quel momento non mi dava fastidio, anzi. Dovevo resistere, in fondo ero appena uscita da una notte d’amore con la mia amica del cuore, siccome me lo ripetevo di continuo, tuttavia adesso più me lo ripetevo e più mi eccitavo.

Lei sembrava conoscere i miei punti deboli, per il fatto che parlava a pochi centimetri di distanza della mia bocca, dato che il suo respiro e il suo alito caldo alla vaniglia lasciasse intendere a un olfatto accorto come il mio quell’eccitazione ormai cavalcante e irrefrenabile. Io volevo resistere, restare salda, perché ho un mio codice personale di condotta e di criterio, per i più tuttavia piuttosto astruso, ermetico e incomprensibile, dal momento che deludevo tradendo il mio uomo con una donna, ma pur sempre rigoroso e scrupoloso nel cercare di non addolorare né ferire chi non lo meritasse. Quella sua tutina però non nascondeva più quei durissimi capezzoli, io potevo resistere, perché a trent’anni ero abituata a essere corteggiata da uomini e da donne ai quali avevo saputo dire tante volte di no. In quel momento però, io me la prefiguravo nuda, bella come la sorella, bensì più giovane e addirittura più acerba, quel sogno sembrava concretizzarsi, per il fatto che ogni volta il suo respiro avvolgeva il mio collo e le sue mani cercavano un contatto con le mie. Io me ne andai nella sala per guardare la TV, sperando che finito il momento d’emozione ognuna tornasse in sé, invece lei si sedette accanto a me fingendo di commentare la replica d’un tedioso telefilm che io fingevo di guardare, finsi in quell’attimo di staccarmi, eppure all’improvviso mi voltai verso di lei e di colpo la baciai consentendole nel frattempo di toccarmi soltanto il seno da sopra del pigiama:

“Non coinvolgendo né interessando i nostri sessi, il nostro contatto resterà pudico, così non faccio male ad alcuno” - pensai.

Tutto ciò però era un accomodamento, un compromesso, giacché ero consapevole, sennonché dovevo concedere qualcosa a quella parte di me più imparziale e più obiettiva. Baciavo lei e sentivo lo stesso sapore della bocca della sorella, quell’inedita situazione mi stupiva eccitandomi al contempo, semmai ve ne fosse stato ancora il bisogno. Mi piaceva molto il suo modo di baciare e combinato con il tatto del suo seno sostenuto, decorato da quei due capezzoli, che adesso potevo notarne la consistenza sotto la sua tutina attillata e striata. M’alzai all’improvviso vinta dai sensi di colpa e francamente le riferii che volevo riposare: era ormai pomeriggio e quella notte avevo dormito pochissimo, cambiai all’improvviso stanza gettandomi sennonché sul letto ancora in disordine: la di sopra m’addormentai contrastata fra il desiderio d’averla accanto a me e al tempo stesso visibilmente confusa e frastornata, con la speranza di non compiere ulteriori sciocchezze. Non so per quanto tempo dormii, fui però svegliata dalle sue parole nel mio orecchio alternate a piccoli baci sul collo, in quanto adesso il suo alito era caldissimo e la sua voce era mozzata dall’eccitazione.

Lei mi sussurrò una proposta alquanto spinta, un nuovo accordo, un novello adattamento, visto che mi chiese di farla venire con la mano, ormai ne aveva pieno diritto e dopo sarebbe finita lì. Io percepivo che lei si eccitava dall’idea di farsi servire da una donna più grande e ancora di più metterlo in atto come un discredito, un disonore e un puro sfregio nei confronti della sorella: quest’aspetto, in passato sarebbe bastato a farmi irrigidire, non lo nego, eppure lì io acconsentii subito compiaciuta e gongolante dalla sua insistenza. Quando la mia mano giunse fra le sue gambe dopo aver sfiorato il ventre piatto, sentii un oceano avvolgermi e inondarmi le dita, perché appena un attimo dopo alle mie narici giunse il suo odore intimo e penetrante: lo riconobbi subito, siccome era uguale a quello della sorella e ansimai ad alta voce per la soddisfazione appena ricevuta.

Lei interpretò tutto ciò giudicandolo come un mio netto segnale di resa e prima che io potessi oppormi lei era nuda su di me, voltando le spalle al mio sguardo cercando d’appropriarsi nel buio per arraffare la bellezza della sua schiena, che peraltro vidi in modo insufficiente, tenuto conto che sentii solamente la carne umida della sua fragrante fica adagiarsi sulla mia bocca. Io cominciai a leccarlo quasi istintivamente cercando di non interrompere quel delicato lavoro, allora portai le braccia alla vita e alzai la lunga maglietta che mi faceva da pigiama. Brontolai brevemente per quanto mi fosse possibile un lieve prego, però non dovetti ripetermi, perché inarcandosi su sé stessa lei fece approdare la sua faccia sui miei peli pubici e cominciò a leccare in ogni parte.

In quell’animato, appassionato e famelico frangente la stanza era diventata un trionfo d’emanazioni e d’odori meravigliosi, come soltanto nei momenti di massima eccitazione sanno essere certi effluvi, dal momento che ogni cosa che assaggiavo di lei mi ricordava per intero la sorella: lei era dissennata e folle, però la faccenda mi fece perdere ogni freno, giacché sembrava come se lo stessi realizzando con la sorella. Questa era però più combattiva, più grintosa e più spregiudicata, capace sennonché d’essere dominatrice e sovrana nell’esigere e nel pretendere, perché ambiva che la leccassi da capo a piedi, mentre un attimo dopo lei consentiva sottomessa nell’accettare che le mie dita le esplorassero il didietro fin nel profondo, laddove la sorella non m’aveva mai autorizzato d’avvicinarmi né di osare.

In seguito non resistemmo alla tentazione di ricominciare subito, di conoscerci intimamente in qualche aspetto fino a quel momento ignorato e trascurato, dal momento che in quel vortice di piacere i nostri capezzoli sempre duri erano il segno visibile che i nostri corpi si volevano ancora. Persino le pause per bere o per fumare la sigaretta erano diventate l’occasione per l’una per approfittare della momentanea indisponibilità delle mani da parte dell’altra, tentando sortite inaspettate. Non so esattamente per quanto tempo andammo avanti, tuttavia per poco, dato che non ci sorprese sua sorella la sera al ritorno dal lavoro, poiché io feci appena in tempo a rivestirmi senza neppure lavarmi, che lei era già entrata in casa. Mi domandò sbalordita perché diversamente dal solito non fossi andata via la mattina al risveglio, sennonché io speditamente le risposi, abbassando lo sguardo e dirigendomi con il bagaglio a mano verso la porta:

“Non ti sembrerà vero, stavolta però ero troppo stanca, perché stanotte abbiamo esagerato” - nel momento in cui baciandomi per salutarmi lei ribatté in modo categorico e inamovibile:

“Lo credo bene, perché la tua bocca accumula e conserva ancora adesso totalmente il sapore di me”.

{Idraulico anno 1999}