i racconti di Milu
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1. L’intrusa


Ero disteso sul letto, nudo, con le ginocchia piegate sul bordo e i piedi che toccavano il pavimento. Sulla pelle arrossata dal sole il fresco della doccia appena fatta, i miei capelli bagnavano il lenzuolo.

Avevo le braccia aperte, ripiegate, come in segno di resa. Quando aprivo gli occhi fissavo il soffitto bianco, potevo vedere la grata dell’indispensabile condizionatore.

Ma più spesso gli occhi li tenevo chiusi.

Tra le mie gambe aperte, inginocchiata sul pavimento, Nathalie mi stava succhiando il cazzo.

Alternava brevi succhiate del glande a lente leccate lungo tutta l’asta che teneva il più possibile insalivata. Poi si tuffava giù aprendo la bocca per accoglierlo il più possibile, stringendo le labbra al momento di risalire.

Carne dura sui tessuti più morbidi del palato e della lingua, sapore di maschio e di bagnoschiuma. Risucchi, gorgoglii, pause per recuperare il fiato mentre solo un sottile filo di bava ci teneva uniti.

Fellatio.

Capezzoli eretti e vulva rigonfia. La vagina che si schiudeva nell’umida offerta di se stessa.

Calore.

Eravamo tutto questo.

Era chiaro che le piacesse e era altrettanto chiaro che volesse farlo piacere a me.

Le sue mani mi accarezzavano le cosce, i suoi capelli sgocciolavano sul mio ventre, ogni tanto lo sfioravano solleticandolo.

Il contrasto tra il fresco dell’acqua sulla pelle e il caldo che la sua bocca e l’afflusso di sangue regalavano al mio sesso era una fonte di godimento ulteriore.

Ciò che però in quel momento mi piaceva di più era qualcosa che ora come allora non potrei definire se non con una parola: devozione. La sua devozione non verso di me ma del mio cazzo.

Ero concentrato su tutto questo piacere. Lei era concentrata sul suo.

Nella stanza risuonavano i miei sospiri, accompagnati ogni tanto da un suo mugolio.

Forse fu per questo che non udimmo, né io né lei, lo scatto leggero della serratura.

Qualcosa però dovevo avere percepito perché un secondo dopo aprii gli occhi.

La visione laterale mi restituì l’immagine della donna delle pulizie nel suo grembiule celeste con il colletto e i bottoni bianchi. Era una donna sulla quarantina, mi parve, di corporatura normale e di pelle scura, i capelli neri con delle striature color mogano, derivate dall’hennè.

Io e Nathalie non avremmo dovuto essere lì. In considerazione del fatto che il nostro aereo partiva solo a tarda sera la reception ci aveva concesso di mantenere la stanza fino alle 16, ben oltre il termine di un normale check out.

Solo che si erano dimenticati di avvertire la cameriera al piano.

Per qualche istante i nostri sguardi – il mio e quello della donna - si incrociarono. Tutto sembrava immobile e sospeso, tranne la testa di Nathalie che continuava a pompare su e giù.

Quanto durò questo incrocio di sguardi? Difficile dirlo. Un secondo, forse due. Di scatto la donna si portò la mano al lato della sua arcata sopraccigliare, come se fosse il paraocchi di un cavallo. Si voltò velocemente e se ne andò.

Nathalie si accorse che qualcosa stava accadendo poco prima che la donna aprisse la porta per uscire. Fece appena in tempo a vederla di spalle mentre si allontanava rapidamente dalla nostra stanza.

Mi guardò, impugnando chissà perché il mio cazzo duro. Diventò rossa in viso in un secondo, poi mollò la presa sul mio uccello e si coprì gli occhi con entrambe le mani.

- Dai – le dissi cercando di buttarla a ridere.

Lei scosse la testa ripetendo “non, non, non”.

La presi per le braccia ridendo e la tirai sopra di me. Avevo una bella erezione e sarebbe stato un peccato perderla.

Mi presi il cazzo in mano e lo indirizzai tra le sue gambe. La penetrai, lei sospirò. La baciai con dolcezza.

- Chissà cosa avrà pensato di me… - sussurrò Nathalie.

- Probabilmente avrà pensato che mi stavi facendo un pompino – risposi ponendo le mani sulle natiche per aiutarmi a dettarle il ritmo.

- Avrà pensato che sono una puttana – disse Nathalie guardandomi negli occhi.

La distanza tra le nostre bocche era questione di millimetri. Strinsi il suo sedere nelle mani e accelerai i miei movimenti.

- O forse ti avrà invidiato – risposi io, deciso a sviare la sua attenzione dall’intrusa – e ti invidia anche ora perché sa che stai prendendo il cazzo… che ti sto scopando… che sto per sborrarti dentro…

Le ultime parole le pronunciai con il fiato sempre più corto, spingendomi sempre più dentro di lei, tirandola sempre più a me.

Nathalie si accasciò sul mio petto e chiuse gli occhi.

Il nostro ansimare era sempre più veloce, sentii i testicoli fremere mentre Nathalie mi sussurrava nell’orecchio “oui oui oui”.

Le venni dentro rantolando. Lei mi confermò quella sua deliziosa particolarità che avevo scoperto la notte precedente.

L’ultimo affondo a cercare il suo fondo, il vibrare del cazzo, gli spruzzi di sperma che le bagnavano la vagina.

Il momento ancestrale, il fondamento della vita, il maschio che insemina la femmina.

Tutto questo per lei rappresentava la beatitudine. Forse ben più dei suoi orgasmi, che pure avevo conosciuto. O forse era un altro tipo di orgasmo. Non lo so, non gliel’ho mai chiesto.

Se si trovava nella condizione, e nella posizione, di farlo sottolineava sempre questa conquista stringendosi a me, soffocando un urlo di piacere contro la mia spalla.

Lo fece anche quella volta.


CONTINUA

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