i racconti di Milu
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Note:
una storia veramente accaduta qualche anno fa: l'estate indimenticabile dei 20 anni
Ricordo di un'estate

Purtroppo il tempo passa per tutti e anche io sono arrivata a oltrepassare il quarto di secolo. Vivo e lavoro in una grande città e sono fidanzata piuttosto seriamente da anni. Ho avuto solo due partner in vita mia ma nessuno ha mai potuto possedere completamente le mie fantasie: il mio forse eccessivo pudore mi ha impedito di scoprirmi completamente dinanzi ad altri. Forse ci sarà tempo e voglia di farlo, o forse no.
Ad esempio, a nessuno ho mai confessato quanto fossi narcisista sessualmente. Spesso mi bastava spogliarmi e ammirare il mio riflesso allo specchio per sconvolgermi e, sebbene ami il mio fidanzato, ci sono state occasioni in cui l'orgasmo finale giungeva ad esplodermi in grembo solo osservando le mie gambe tese al cui termine due piedi piccoli e affusolati si distendevano quale ornamento puntiforme del mio corpo che allora veniva posseduto. In altre occasioni mi ricordavo di alcuni piaceri solitari che mi ero concessa in passato. Non ho mai ecceduto con l'autoerotismo, lo centellinavo badando più alla qualità che alla quantità, fatta eccezione per giorni particolari, ma, specie d'estate, vi sono state occasioni in cui non ne potevo fare a meno. In particolare durante un'estate magica, quella irripetibile, quella dei 20 anni.

Per riposarmi dagli esami universitari avevo deciso di andare in villeggiatura per un paio di settimane in un paesino di montagna dove risiedevano i miei zii, i quali avevano un figlio unico più piccolo di me, di nome Gabriele, un diciottenne che non potrei definire di bellezza abbagliante, ma in cui gli accenni di sviluppo mascolino stavano conferendo una sensualità soffusa, ma non indifferente.

Mentre a molti la campagna e la montagna, l'assenza di locali notturni nelle immediate vicinanze, di quel che si può definire con la locuzione "casino", avrebbero potuto suggerire un soggiorno noioso, per una ragazza tranquilla come me quello era il paradiso. Mi beavo di respirare quell'aria fresca, di camminare a piedi nudi sulle piastrelle del grande balcone o sull'erba, di cullarmi dolcemente al sole mai troppo caldo mentre ero mollemente sdraiata sul dondolo a leggere i miei libri preferiti o a scambiarmi messaggi con le mie amiche facendomi raccontare le loro vacanze. Rispondevo anche con leziosa malizia a vari maschietti che mi ronzavano attorno, attratti dalla grazia del mio corpo ormai pienamente sviluppato e dalla magnificenza del mio viso che tutti consideravano "ancora da bambina" con occhi grandi e innocenti, contorni regolari e labbra a cuore. Non portavo un filo di trucco, ma non credo di essere mai stata così avvenente come quell'estate. Quando mi cambiavo gli abiti per indossare semplici shorts di jeans o un gonnellino abbinati ad una t-shirt o una camicetta, a volte anche un abito estivo al ginocchio, mi eccitavo al riflesso del mio corpo. Avrei voluto essere un uomo per possedermi con estrema passione. Non l'ho mai detto a nessuno, ma non era raro che, così nuda, mi baciassi allo specchio dell'armadio a muro. Alitavo sullo specchio fino ad appannarlo e poi leccavo con la mia lingua rosata il riflesso appoggiando poi le labbra in un bacio simulato di pretenziosa illeceità. Mi sentivo bene con me stessa e nulla offuscava la mia serenità. Avrei desiderato cogliere in costume adamitico i raggi del sole, baciata dal loro calore e dalla forza vivificatrice, ma ero sempre circondata dagli zii, da mio cugino o dai conoscenti di questi. Mi limitavo quindi a quelle fughe con me stessa all'atto di vestirmi o, ancor prima, di svestirmi per la doccia. Tuttavia, non mi sfioravo perché ho sempre desiderato avere tempo e tranquillità per dedicarmi completamente a me stessa: fare l'amore con me stessa non era solo una banale locuzione, ma quello che intendevo quando pensavo a sfiorarmi.

Nel corso di quei giorni diventai la confidente di mio cugino, quasi una sorella maggiore di sangue conforme. Scorgevo quanto mi guardasse, volesse parlami e quanto cercasse le mie attenzioni e, non essendo una supponente menefreghista, mi legai a lui sinceramente. Malgrado avessi 20 anni, adoravo regredire d'età e sentirmi ancora una fresca adolescente. Iniziammo quindi a fare insieme passeggiate nel bosco con la scusa di cercare funghi o raccogliere more. Non c'era malizia in quelle uscite, erano rilassanti e, sebbene fossi consapevole di attrarlo sotto ogni aspetto, non v'era da parte mia alcun pensiero men che onesto. Lo vedevo seguirmi quasi timido mentre gli aprivo la strada tra le fronde boscose quasi come se il maschiaccio fosse la sottoscritta. Non era un ragazzo alto: arrivava sugli 1,78, non troppo più di me, che arrivavo, come tuttora, al metro e 73, ma era robusto e abbastanza muscoloso. "Allora Gabriele fammi capire bene, ce l'hai la ragazza, finora non sei mai stato chiaro a riguardo. Spiegami un po'" mi divertivo rompendo il ghiaccio. "Te l'ho detto che mi piacere Virginia. Ci sono uscito qualche volta"-"Bene, parlamene un po'che tipo è? Cosa le piace? Io ti posso pur sempre dare qualche consiglio dal lato femminile".-"E'molto bella ovviamente, capelli nero corvino, spesso raccolti sulla nuca, occhi grandi e labbra a cuore come te. Non si trucca eccessivamente, anche se ama vestirsi con abiti molto femminili, tacchi e gonne abbastanza corte. Sta simpatica a tutti a scuola. A quanto ne so non ha mai avuto storie vere e proprie alle spalle. Ma su questo è riservata".-"Ah, bene, pare una brava ragazza. E, dimmi, perché non ti sei mai fatto avanti?".-"Il fatto è che ci sono in classe e a scuola ragazza più grandi, più carini e sicuramente una che è ritenuta da tutti attraente non si metterebbe mai con uno come me". -"Sbaglio gravissimo, ogni ragazza è a sé. C'è a chi piacciono ragazzi più grandi, poi quelle cui non importa nulla dell'età, basta stare bene col proprio ragazzo. E poi, alla fin fine, che hai da perder?. Cerca di dichiararti e farti avanti". -"Lo so ma è che ho paura che, in caso mi rifiutasse, mi prenderanno in giro per secoli".-"Meglio non avere rimpianti in questo caso" tagliai corto con un sospiro complice.
"A te, Deb, non manca il tuo ragazzo?"-"Veramente non troppo. So stare bene con me stessa".-"Ma una ragazza come te non è corteggiatissima ovunque?"-"Sì lo ammetto e a volte è solo un fastidio, proprio per questo mi trovo bene qui con voi dove tutto è tranquillo" e gli scompigliai i capelli castani in segno di fraterno affetto.
In un'altra occasione, durante una di queste passeggiate, la conversazione si fece più audace. Gabriele mi chiese direttamente come fosse fare l'amore e quando mi fossi concessa la prima volta. Mi confidò di avere solo baciato e fatto petting con alcune ragazze al mare o al campo estivo. Ridacchiai io stessa imbarazzata dall'avanzata imprevista di quella intimità.

Quelle innocenti confidenze nulla avevano a che fare con quello che accadde quella calda domenica di inizio luglio, quasi sette anni fa.
Gabriele era uscito per un giro in bici, io mi ero andata a riposare sul'amaca all'ombra e mi dipingevo le unghie dei piedini di smalto trasparente. Decisi quindi di fare anche io un giretto rigenerante in mezzo alla natura. Mi inoltrai quindi tra i prati appena falciati inebriandomi di quel profumo di fieno e lievemente stordendomi anche per il caldo che saliva da quei campi riarsi. Quei calori mi avvolgevano come carezze precorritrici di un possesso estatico intriso di una lussuriosa pulsione. Trovavo tutto molto sensuale tanto che percepivo il mio corpo vibrare e il mio intimo che si stava bagnando copiosamente aderendo al mio sesso in un tutt'uno eccitante. Indossavo un abito color pervinca molto leggero che arrivava a metà coscia. Quel giorno, forse per la calura eccessiva, non indossavo il reggiseno tanto che i capezzoli premevano contro il vestito per effetto di alcuni refoli di aria più fresca che talora si alzavano stuzzicandoli. Il vestito non era troppo aderente, ma morbido, per cui non sarebbe comunque stato possibile scorgerli se non appuntando attenzione smodata. Lo ammetto: ero molto eccitata e mi sentivo accaldata: non avevo rapporti da settimane e da ancor più tempo non mi ero sfiorata. Il contatto delle gambe con degli arbusti o ramoscelli , o persino steli d'erba lunghi, era sufficiente per riscuotere in me la sensualità più ferina e imprevista. Avrei voluto spogliarmi e magari donarmi un orgasmo, lì in quel fitto bosco dove ero ormai giunta: il passaggio dal caldo al fresco garantito dalla coltre frondosa aveva decisamente acuito in me il bisogno impellente di toccarmi: ormai stava diventano martellante, anche se per ora il cervello e la razionalità sbarravano la strada alla perdizione avventata. Ma proprio mentre ero sballottata da tali pensieri dissoluti, incerta se realizzarli sul momento o etichettarli come follia temporanea da dominare e soffocare, fui distratta dalla visione della bicicletta di Gabriele stesa a terra sotto un albero di noci. Preoccupata, potesse essergli successo qualcosa, iniziai a perlustrare la zona, ma, non so perché, non lo chiamai subito. Ad un certo punto intravvidi dietro le fronde una forma umana distesa. E priva di vestiti per giunta. Mi appostai meglio , trattenendo il respiro per non far rumore e quello che vidi mi mozzò il fiato. Gabriele completamente nudo che si accarezzava con foga il pene eretto, un membro di ottime dimensioni, debbo confessare. Sentii come una vertigine: non avevo mai sorpreso prima un ragazzo a trastullarsi. Subitaneamente avvertii una scossa al basso ventre frammista a una sensazione di calore indistinto erompere dall'inguine. Cominciai a fremere. Avrei voluto togliermi tutto lacerandomi i vestiti e apparendo orgogliosamente in tutta la mia bellezza selvaggia. Le mie cosce tese quasi tremavano per lo choc della scoperta. Involontariamente mi stavo eccitando ancora di più per quella nuova situazione. Lo sentivo sbattere la pelle che ricopriva il suo pene. Udivo il rumore che la pelle che ricopriva il glande produceva per la gran quantità di succhi sparsi lungo l'asta. L'area del glande, in particolare, era violacea, mentre, anche a distanza di alcuni metri, potevo scorgere le venature sul suo sesso eretto. Mi chiedevo come avesse fatto a non sentirmi sopraggiungere. Forse doveva essere talmente preso in quell'atto di autoerotismo, o forse, colto dalla lussuria, non aveva più alcun interesse a celaresi: voleva solo esplodere. Sinceramente, pur sessualmente turbata, capovolsi istinti impellenti e la mia mente ritrovò le sue briglia: non volevo spiare la masturbazione di mio cugino, così decisi di tornare sui miei passi. Purtroppo, posando incautamente il piede sopra alcune foglie secche, provocai un rumore come di trapestio cui rispose a mo'di eco quello proveniente dalle fronde ove Gabriele si stava regalando piacere. Mi girai e purtroppo incrociai lo sguardo di Gabriele nudo e tutto impiastricciato di sperma. Ne era uscita davvero una quantità notevole, mentre ero girata in quel maldestro tentativo di evasione. Grandi rivoli di seme colavano da sopra l'ombelico sin dove s'era spinto il getto potente di quell'adolescente, altri colavano fino ai peli pubici e alle cosce per la forza di gravità. Gabriele aveva ora un viso terrorizzato e pareva improvvisamente impallidito e intontito per la scoperta che avevo fatto. "Deb, non dirlo a mamma e papà ti prego. Non so cosa mi è successo, ero solo molto eccitato da stamane, non lo facevo da molto...". Vedendo che era quasi alle lacrime per l'umiliazione e l'imbarazzo, non potei far altro che intenerirmi e tranquillizzarlo senza però avere il coraggio di avvicinarmi a lui. "E'una cosa normale, specie quando si è giovanissimi, anche se forse dovresti seguire il mio suggerimento e provarci con Virginia. Vedresti che sarebbe un piacere ancora superiore avere rapporti segnati da un sentimento autentico. Comunque, ti confido una cosa...anche io oggi sono molto eccitata e non mi sarebbe dispiaciuto farlo. Anzi non ci fossi stato tu, chissà....". A quella confessione d'impeto, vidi che Gabriele deglutì e impallidì ancora di più e poi, con la voce bassa e quasi roca: "Ti piacerebbe farlo qui con me ora, Deb? Ho ancora molta voglia". Dinanzi a quella richiesta mi sentii una sorta di pedofila corruttrice. Io avevo due anni più di lui, ero sua cugina e non volevo certo accadesse qualcosa tra noi. Ma l'eccitazione che mi saliva dal cuore della femminilità era giunta ad un punto tale che mi obnubilava i pensieri più razionali. Incosciente dichiarai guerra e sconfissi il mio eterno pudore, mia guida e mio carceriere. Esso, mio vanto, si dissolse d'un lampo. Tolsi le scarpe da ginnastica quasi fossero incandescenti tenaglie. Mi alzai in punta di piedi e sfilai le mutandine che già percepivo grondanti. Un sospiro di brezza si fece strada tra i petali della mia intimità tanto che dovetti esalare un sospiro inavvertito. Ritta in quel modo, ridacchiai tesa e imbarazzata, poi la mano destra scivolò sul ventre piatto e sodo, circumnavigando l'ombelico che lo decorava. Poi sprofondò maldestra e lussuriosa sui primi peli pubici che tenevo accorciati a coprire il Monte di Venere. Poi, non trovando più ostacoli, sprofondò verso le cosce, il loro interno, già bagnato dei primi rivoli di eccitazione, per poi allargare le grandi labbra gonfie e ben lubrificate. Il venticello mi scompigliava i capelli sul viso accarezzando al contempo quelle labbra che ora aprivo oscenamente. La sensazione di calore era ormai giunta all'apice. Desideravo aumentare il godimento dei primi sfioramenti trattenendomi più che potevo. Poi non ce la feci più e aprii anche le piccole labbra piene di umori che non chiedevano altro che di essere tormentate senza freni. Tutto il nettare scivolò fuori come da un otre di vino socchiuso. Adoravo sentirlo sgorgare. Lentamente. Spalancai anche quei petali fino a scoprire il clitoride, esponendomi quale angelo senza ritegno sospirando ai raggi del sole che nell'oblio mi cullavano.

Anche senza sfiorarlo mi iniziai a contorcere dal piacere tesa in audaci torsioni delle membra sospirando profondamente. Gli occhi febbrili del color delle nocciole erano ancora puntati su mio cugino che si era nuovamente adagiato con la lascivia della prima gioventù nella precedente posa masturbatoria. Non potei fare a meno di notare che il membro che aveva appena espulso il seme, la cui punta estrema era ancora lucida e ingrossata, aveva rinnovato il suo vigore sospinto da carezze leziose e dal mio atto sfrontato di accarezzarmi. A quella vista inserii l'indice e il medio della mano destra nell'antro della mia vagina che sentii calda, vischiosa e colante. Anzi pulsava trasmettendo impulsi al cervello che ne veniva sommerso e stordito. Appoggiai quindi la schiena contro un tronco di castagno, per mantenere l'equilibrio, alzando un piede e puntandolo contro la corteccia. Poi, sollevando il vestito, mi misi in ginocchio e, in quella posizione, iniziai a cavalcare tre delle mie stesse dita che presi ad affondare tra le pareti zuppe del mio sesso. Mentre godevo aspiravo il profumo fruttato del mio respiro che ancora risentiva dei lamponi che avevo assaggiato per dessert. Il cervello registrava lampi confusi che mi trasponevano in un'altra dimensione: non mi pareva più di appartenere a questo mondo, mentre stillavo gocce di rugiada dalla mia rosa aperta. Ogni affondo aveva un'immediata corrispondenza nei sospiri sommessi che emettevo con sempre maggior frequenza. Nel frattempo anche la masturbazione di Gabriele proseguiva ininterrotta e a pieno ritmo: a momenti mi giungevano al naso le fragranze mascoline che venivano effuse dal suo pene turgido. Anche lui sospirava cercando di sincronizzare il suo ritmo con il mio. Decisi quindi di togliermi del tutto l'abito che avevo spostato sopra l'ombelico. Me ne liberai agilmente, emettendo poi un gemito incontrollato. Per un attimo la mia mente lontana chissà dove fu illuminata dalla consapevolezza della situazione: ero completamente nuda, con il sesso spalancato e colante a neanche un metro di distanza da mio cugino, anch'esso nudo e col pene in piena erezione. Non credevo avrei mai vissuto una situazione simile. Forse più che maliziosa ero e sono davvero troppo innocente, ma neanche nelle mie fantasie più sfrenate avevo pensato a qualcosa di simile. Il mio viso, che percepivo accaldato e rovente, doveva sicuramente essersi arrossato, mentre il piacere trattenuto veniva sciorinato con sospiri e gemiti. Penetrandomi con le mie mani, cercavo di gustarmi ogni spinta chiudendo a tratti gli occhi: il pudore era quasi scomparso, ma faceva talora capolino e allora non riuscivo a fare altro che proiettarmi e immergermi in un frammento di quella realtà sospesa. Quindi mi sdraiai, anzi adagiai sfinita dall'erotismo, titillandomi violentemente la clitoride, mentre ripulivo con la lingua gli umori delle dita che mi avevano posseduto. La mia fessura era spalancata e libera, penetrata solo dalla brezza dell'entroterra .Gemevo, come una troia perduta non potei fare a meno di pensare, e mi mordicchiavo il bel labbro inferiore quasi fino a farne uscire del sangue tergendomi poi le labbra con la lingua. Avrei voluto uno specchio a mia disposizione, un riflesso a restituirmi quelle espressioni di amore per sensi e bellezza. Ero ora completamente aperta dinanzi a mio cugino che non cessava di andare su e giù con la mano lungo la sua asta arrogantemente puntata verso il cielo. O verso di me, pensai con estremo imbarazzo. Tutto il liquido pre-eiaculatorio scendeva lungo il glande e lui non si peritava dall'assaggiarlo. A quella vista intrisa di lascivia, inserii due dita dentro il mio sesso, due falangi che avrebbero desiderato sbattermi contro l'utero, affondare nell'empireo della mia femminilità, coglierla, distruggermi di piacere. Non ne potevo più e mai avevo goduto tanto: era estremamente difficile evitare di raggiungere subito l'orgasmo, posponendolo per aumentarne l'effetto successivo. L' indice, il medio e anulare dell'altra mano non smettevano di titillare il clitoride gonfio. I peli pubici erano ormai impiastricciati di umori. Stesa su un cuscino di muschio, col capo appoggiato sopra una sorta di parete di terriccio rinsecchito, ammorbidita da un tappeto d'erba, mi sollazzavo protendendo il bacino e le gambe in alto. I piedi giungevano a lambire due piccoli alberi di betulla alla mia destra e alla mia sinistra. Ero così affusolata e divaricata che le piante dei miei piedi, appoggiati a quegli alberi erano solo a una ventina di cm da quelle di Gabriele che era ora posizionato proprio di fronte a me. Scorgevo il suo buchetto ricoperto da peluria, i grossi testicoli probabilmente ancora colmi di seme, l'asta di colore scuro e il glande violaceo. Anche lui distruggeva il suo sesso con violenza e animalesca lussuria. La mia fica era aperta e martellata da entrambe le mie mani, provavo sensazioni straordinarie e mia provate prima, tanto che il respiro era elaborato e ansimante. Stavo impazzendo di piacere. A momenti rallentavo per ritardare l'orgasmo. Cercavo di far durare più a lungo possibile quell'inatteso e violento piacere:cessavo la masturbazione furiosa per carezzarmi dolcemente le grandi labbra, oppure aprirmi completamente lasciandomi penetrare dal sole e dalla brezze boschiva con gli occhi semidischiusi. Percepivo distintamente il profumo del mio miele giungermi alle narici, mentre il petto prorompente si muoveva in consonanza col mio respiro affannato. Non riuscivo a trattenermi dallo sfiorare anche le areole e i capezzoli, duri come chiodi, bagnandoli dello stesso nettare profumato che colava verso il mio buchetto creando quasi una pozza sotto la mia fessura tracimante. Le mani che avevano attinto dal mio sesso si alternavano nel dolce e lento massaggio dei globi del seno. I capezzoli erano tanto turgidi e sensibili da farmi male strappandomi quasi ululati di estasi. Lo stesso bacino seguiva un movimento rotatorio come fosse mosso da una sconosciuta marea. Non paga, cercavo di posizionare il mio corpo in modo da mettere in risalto le gambe tornite e lunghe esponendo il pube curato ai raggi del sole. Volevo fare l'amore coi raggi del sole, esserne baciata, riscaldata, penetrata. Era una fusione panica col la natura attraverso la più alta espressione della mia femminilità. Il cuore mi batteva forte e il respiro diventava sempre più irregolare. L'erotismo mi stava dominando. Il contatto con Gabriele si basava su occhi avidi di piacere e storditi dal misto di calura e di lussuria che si intrecciavano e si parlavano quasi muti nell'estasi di un momento di follia. Seguivo poi la corsa delirante della mano sul suo grosso fallo brunito. Istintivamente iniziai a contrarre i muscoli pelvici serrando le labbra della vagina contro le mie dita ormai fradice dei succhi e a gemere ancora più forte tanto che ne potevo sentire l'eco. La mia eccitazione mi rendeva così umida e dilatata che decisi di inserire anche un terzo e un quarto dito che subito si fecero strada saettando dentro di me, cosa che mi provocò un dolore trasmutato subito in ulteriore piacere, mentre sopra il clitoride implorava la distensione di un orgasmo. Ero al limite della sopportazione e cercavo solo di ottimizzare la posizione del mio corpo per reggere l'erompere dell'orgasmo ormai prossimo. Gabriele mi imitò aumentando il ritmo in modo impressionante. "Sto per venire, ti prego..." rivolsi gli occhi al sole, tendendo al massimo le gambe e i piedi ormai indolenziti e preparandomi allo squassante orgasmo che già ribolliva dentro le mie profondità, a partire dall'utero. Spinsi ora tre agili dita spietatamente dentro di me, fremendo e ormai gridando. Le scosse cominciarono a propagarsi dall'epicentro del mio sesso, mentre le dita emergevano ancora più colme del mio nettare. Un unico brivido si fuse in me scuotendomi pesantemente: il bacino si sollevò come percosso da una frusta riabbassandosi in rapida successione, mentre le dita proseguirono il loro dentro fuori convulso. Era tutto meravigliosamente eccitante, tanto che, esausta, non potei che sorridere mentre ansimavo per estrarre dalle mie intimità tutto il piacere e tutto il nettare che potevano donarmi. Dovevo essere stupenda con quei capelli selvaggi scossi dal vento, i gemiti e le grida orgasmiche, la vagina oscenamente spalancata da quelle dita lascive, la mente annebbiata dalle scariche elettriche che la drogavano sprofondandola nell'oblio. "Oddio sto venendooooo...mmmmmm" a quel punto la mia pianta del piede destro fu schizzatada un getto impetuoso. Ebbi la forza di schiudere gli occhi, rilassare le gambe quasi colte da un crampo per la posizione, scorgere compiaciuta le mie cosce striate di rivoli di umori femminini e vidi che ancora il pene di Gabriele lanciava in aria fiotti di denso sperma che ora ricadevano nella piccola porzione di terra che ci separava, ora ricadevano sul suo ventre a formare un laghetto di seme vivificante. Uno di questi mi aveva davvero colpito il piede.

Tanto bastò per riaccendere in me folle eccitazione. Ripresi a toccarmi le grandi labbra completamente aperte e divaricate, facendo scivolare le dita tra le mie cosce madide di sudore e umori. Ruotai come un'assatanata le dita, spalancando le piccole labbra e puntando decisamente il clitoride che mi teneva in ostaggio con la sua volontà perentoria di indurmi ad un altro orgasmo.Nel mentre mugolavo più forte nel delirio di quegli attimi, avvertii che Gabriele si ricomponeva spargendosi lo sperma che si era accumulato sul suo ventre, spalmandoselo e portandoselo alla bocca. Ne percepivo l'odore muschiato e virile che riempiva l'aria torrida di umidità e attesa. Spinsi altre dita ancora più a fondo nelle pareti della mia vagina, ormai zuppe e stravolte da quel godimento. Smisi poggiando le mie mani sul ventre tese ritardando le scosse orgasmiche incipienti. Respiravo a fatica quell'aria boschiva, tenando di immagazzinare tutto l'ossigeno che mi necessitava nel parossismo dell'attimo. Sollevai entrambe le gambe in aria non risparmiando la vista davvero oscena e indecente del mio sesso ricoperto di umori. Era un piacere sublime quello che mi concedevo non badando più a trattenere i lamenti di goduria. Il pudore era perso e volevo soltanto godere forsennatamente. Ormai ero in preda a convulsioni e a scosse violente che si dipartivano direttamente dal clitoride e dall'utero. "Vengo ancoraaaa sìììì ancora" gridai, titillando il clitoride simultaneamente alle spinte sulle pareti vaginali. "mmmmmmmmmm". Onde si svilupparono, onde simili a quelle marine nei fortunali improvvisi. Mi parse quasi di percepire un sentore salmastro e di volare sopra l'adorato maere. Onde che mi condussero all'empireo sollevandomi dal suolo per poi depositarmi dolcemente si di esso, stordita, sommersa, sporca di terriccio, erba, umori virginali, baciata dal sole e accolta nel cuore della natura, a un passo dalla virilità nascente e impetuosa a me contigua, per me irraggiungibile. E così rimasi, chiudendo gli occhi, sospirando sempre più dolcemente mentre le scosse si placavano e il mio sesso fradicio lanciava gli ultimi dardi pulsanti, mentre, affamata e sazia al medesimo tempo, assaporavo appieno quei movimenti licenziosi continuando a titillare sempre più lentamente il mio clitoride prolungando la potenza degli orgasmi. Avevo dato tutto per quel giorno ero stremata. Riaprii gli occhi per poi subito richiuderli. Avrei voluto stare così per sempre, nel fiore dei miei anni, nuda come ero stata creata, baciata dal sole e dalla brezza, il viso leggermente reclino in quel vento di fronde umide e calde che aveva ripreso a intricarsi tra i rami lievemente più forte, quasi a refrigerare i nostri sessi infiammati e appagati. Ero stremata ed esausta: rimasi così a gambe spalancate senza ritegno, con il sesso che colava indecentemente sul tappeto di muschio che conteneva il mio corpo nudo. Il mio respiro e il battito del cuore stavano tornando regolari. Era il momento più dolce e che più sentivo mio. Pochi minuti dopo mi ero ripresa del tutto e, non abbandonata dalla lussuria, iniziai a condurmi alla bocca il mio stesso nettare, desiderosa di assaporarmi dissetandomi con la mia femminilità. Quel sapore di donna tra l'aspro, il lievemente salato, mi stordì ulteriormente. Solo allora rivolsi lo sguardo a mio cugino che si era ormai completamente ripulito, grazie anche ad alcune foglie abbastanza ampie. Istintivamente mi ricomposi anche io. Mi ero quasi dimenticata del fiotto di caldo sperma che mi aveva centrato la pianta del piede. Gabriele allora si abbassò e, con una mossa a tradimento, leccò il suo stesso seme come io stessa stavo indecentemente facendo coi miei succhi. Non riuscivamo a parlarci storditi e imbarazzati com'eravamo. Non esistevano parole per descrivere quel che avevamo vissuto. Mentalmente ringraziai la voglia che l'aveva sospinto a toccarsi lì, in mezzo a un bosco, senza alcun vestito che ricoprisse la sua virilità. Per fortuna poco discosto c'era un ruscelletto dove mi bagnai pulendomi dei residuati della mia eccitazione e mi bagnai le labbra già intrise dei miei succhi. Ero in condizioni pietose: sporca di foglie, umori e sudore. Gabriele mi imitò e solo allora poté dire, quasi con voce soffocata: "E'stato molto bello". -"Oh sì, grazie...Gabry".

Ci rivestimmo proseguendo verso casa, accordandoci perché questo fosse rimasto il nostro segreto. Gli promisi comunque di aiutarlo a conquistare Virginia, perché, un po'maliziosamente, gli dissi che "quel ben di Dio non andava sprecato così". Giunta in stanza mi guardai allo specchio: avevo ancora le guance lievemente arrossate per quello che avevo appena fatto, sentivo un lieve mal di capo per lo sforzo e per l'eccitazione adrenalinica che mi stava lasciando. Ma ero bella: i capelli mi ricadevano mossi come onde marine luminose di un bel castano scuro, incorniciandomi un viso espressivo caratterizzato da due occhioni con riflessi d'oro. Innocenti e puri "pensai" ma con un segreto un più e testimoni di un piacere estenuante che mi ero donata. Mi bacia lentamente allo specchio e, togliendomi i vestiti, dopo aver indossato l'accappatoio, mi diressi in bagno per una doccia rinvigorente.
Note finali:
questo il primo capitolo del racconto dell'estate dei miei 20 anni. Che ci crediate o meno sono fatti effettivamente accaduti. Se mi voleste scrivere per suggerimenti, consigli (no proposte di un certo tipo, please, siete i benvenuti alla casella deborah.racconti@gmail.com
Alla prossima!