i racconti di Milu
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Nessun temperamento poteva resistere alla pressione di quel coacervo di insulti ed accuse sdegnose formulate con calore e convinzione. Tranne il mio. Mio marito sembrava in preda ad uno shock. Prese a girare per la stanza come se gli apparisse soffocante, aveva uno sguardo di disgusto come se respirasse il profumo dei miei tradimenti. Fortuna che tratteneva il tono di voce, altrimenti nostro figlio ci avrebbe sentito. Tornò a guardarmi, io sostenni il suo sguardo col mento sopra la spalla, le sopracciglia arcuate ed increspate, il mio corpo ancora nudo. Come era agitato! Era sconvolto. Mi dispiaceva per lui, ma la mia non era depravazione, io reclamavo i miei diritti. "Luca ora lascia parlare me - gli dissi - Sai bene come sono, sai bene che sono sempre stata questa. Ho bisogno di sesso, di sesso capisci? Non di amore, non mi basti. E’ sempre stato così e l’hai sempre saputo". Lui allibì davanti alla verità. Mi guardò corrucciato poi mormorò: "Non col portiere. Con lui no". "E con chi allora?", sussultai. Tacque e lo incalzai indisponente: "Scendi in strada, trovamene tu uno, sceglilo tu per me, uno che mi sbatta come una troia, senza serbare ritegno per me!". Mi mollò uno schiaffo. Restò zitto poi voltò le spalle e scomparve dalla mia vista. Sentii sbattere la porta di casa. Mi rivestii lentamente delle mutandine e della mia vestaglia casalinga, turbata, disperata, con una piccola goccia di pianto che mi rigava una guancia. Forse era un disonore essere beccata in camera da letto con Pasquale, il portiere del palazzo. Forse. Un po’ mi faceva male l’onta di quella situazione eppure non potevo portare da sola tutto il peso della mia natura. Sono una troia, sì, come posso negarlo! Ho fatto tutto coscienziosamente e con coraggio, e sono stata leale e fedele con me stessa. E’ vero ho tradito mio marito ma sempre mostrandomi per quel che sono, una donna che vuole scopare, che ha bisogno di cazzo. Ed ho agito con lealtà, da onesta puttana. Altre invece, cosiddette rispettabili signore, onorate e riverite, praticano tradimenti continui al riparo da bugie ed ipocrisie che da se medesime si costruiscono. Non mi meraviglio di tali nefandezze, questi sono i sotterfugi di una falsa moralità.

Pensavo e ripensavo a quanto accaduto e fissavo il separé che campeggiava in un angolo nella stanza. Pasquale, al sentire i passi di mio marito, voleva nascondersi lì dietro, a rifletterci bene potevamo far tutto lì dietro, tendendo bassa la voce, sicuri di non esser visti. Sino a quel giorno non l'avevo mai usato, lo tenevo lì perché era elegante con i suoi raffinati motivi orientali e soprattutto perché era un dono che mio figlio Enzo mi aveva portato dalla Cina. Quella sarebbe stata l’occasione giusta per usarlo. Inutile parlare col senno di poi. Le cose erano andate così.

Passò circa un'ora e stava calando l'oscurità. Di mio marito neppure l'ombra, tantomeno avevo intenzione di pregarlo a telefono di ritornare. Fuori la finestra la notte si annunciava rugiadosa, limpida e stellata. Filai a chiamare mio figlio. Volevo dirgli di raggiungermi per la cena ma avvicinandomi alla sua camera nel silenzio di passi scalzi e naturali, lo vidi inaspettatamente immerso in una violenta masturbazione coi pantaloni abbassati, gli occhi colmi di sangue ed il cazzo alto e rigido come una torre. Guardai meglio, misi a fuoco quella sua prepotente erezione e fui travolta da un raptus. Corsi in camera mia in preda all'eccitazione, fissai il paravento ed andai a nascondermici dietro. Ed ecco arrivato il momento di dare un senso pratico a quel separé. Protetta da un gradevole senso di privacy, mi sfilai le mutandine e detti sfogo al mio autoerotismo. Come quelle d'un maestro d'orchestra, le mie mani diressero un soffice concerto di affanni e gemiti. Immaginavo il cazzo di mio figlio e mi logoravo. Il mio fantastico autoerotismo guidava le mie dita, titillanti e schiaffeggianti, ed io ero presa da un respiro ansioso, contratto, spasmodico. Iniziai a venire colta da orgasmi e mi distesi a terra continuando a masturbarmi. Il piacere si sviluppava così intenso che non mi accorsi del volume che raggiungeva la mia voce, coi suoi gemiti, i suoi strepiti, i suoi rochi affanni. Gridai, gridai liberando le mie angosce ed accadde l'inevitabile: mio figlio fu dietro il paravento attratto dal quel baccano.

Me lo ritrovai lì impietrito. Non credeva ai suoi occhi, mi stavo masturbando la figa come una vacca! Se ci ripenso mi sembra di precipitare sottoterra per la vergogna. Ero distesa sul pavimento con la vestaglia aperta, i seni nudi e la mia figa lì, davanti a lui, al centro delle cosce spalancate, imperlata di umidità, col piccolo monticello di carne nella parte superiore a proteggere il clitoride ritto e rossissimo. La sua bocca era schiusa in una espressione di meraviglia, la mascella pareva potergli cascare a terra da un momento all'altro. Mi fermai di colpo, lo guardai. Per un solo istante mi passò per la mente il guaio che avevo combinato poi l’occhio cadde sulla patta dei suoi jeans bombata dalla sagoma del suo bel tubo. Si si! Ce l’aveva ancora ritto. “Tiralo fuori a mamma, tiralo fuori”, gli dissi fiondandomi con le mani sui suoi pantaloni. “Lo voglio.. lo voglio, dammelo, dammelo a mamma”, gli ripetevo armeggiando confusa i suoi pantaloni a caccia del tesoro. Lui si sbottonò le brache e se lo tirò fuori, glielo presi tra le mani, ne saggiai la consistenza poi afferrai la sua polo e lo tirai giù. Fu su di me, tra le mie cosce, faccia a faccia. Mi allacciò il suo cazzo in figa e prese a scoparmi. I suoi colpi mi demolivano di benessere. Quel cazzo era fantastico, ne ero ghiotta, mi donava una felicità incomunicabile. Quanto desideravo riprovare quelle sensazioni, quanto mi mancavano! Mi fotteva con prepotenza ed io fui colta da un orgasmo gridato. Tirai ancora la polo a me baciandolo. Lui non la smise di fottermi con gli occhi sconvolti dal sesso. Lo tenevo stretto a me ed il suo cazzo mi maciullava dentro. La mia bocca incollata alla sua, la verga insaziabile ritta nel mio stomaco, grugniti animaleschi che mi riempivano la mente, era tutto così grottesco. Era rapito dai movimenti dei miei seni, li fissava come fossero cupole barocche. Mi fotteva dettando loro una danza ingorda. Ero bersagliata e la mia mente vagava nella follia di quel sesso depravato. Mi sommergeva di colpi, mi scopava alla disperata ed io lo incitavo incespicando qualche volgarità con voce rauca e suoni gracchianti. Attorcigliati, avvinghiati l'uno a all'altra, godevamo di quella lascivia folle e turbolenta. Un piacere opulento e superbo. Ravvisai un fulmineo calore e venni. Sii che goduria! Lui continuò indifferente. Irrigidì ogni fibra del suo corpo in uno sforzo di piacere che mi sopraffece. Mi scopò tramortendomi. Non potrò mai cancellare quelle sensazioni di stupore, paura e febbrile eccitazione che accompagnarono l'ennesimo amplesso scandalosamente urlato. Non ce la fece più a trattenersi. Mi inondò con un temporale di sborra, mi diede tutta la sua panna nel mio stomaco chiamandomi. Che gioia, lo abbracciai appagata e raggiante, finalmente dissetata e stemmo così a terra aspettando che i nostri respiri si quietassero.

D’un tratto sentii la porta di casa aprirsi. Mio marito era rientrato. Mi affrettai a rimettermi in piedi spingendo mio figlio fuori dalle mie cosce. “Sta zitto, non dire una parola e non muoverti”, gli bisbigliai terrorizzata dai passi di mio marito diretti proprio verso la nostra camera. Mio marito entrò. Noi eravamo dietro il paravento ed io mi sporgevo oltre apparendo a lui solo con la testa mentre mi affrettavo a richiudermi la vestaglia. "Amore, sono stato dal medico. Gli ho parlato”, fece lui. “Ah… il medico. E di cosa?”, dissi lasciando il paravento. “Di te, penso tu gli piaccia", mi spiegò mentre io verificavo la tenuta della mia acconciatura. Lo guardai colma di calore ostentando inaspettatamente tranquillità: "Ah amore ok, hai fatto proprio bene. Allora ehm... cercherò di passare nel suo studio già domani". Feci un accenno di passo verso di lui ma mi fermai subito avvertendo la sborra di mio figlio che mi fuoriusciva copiosa dalla figa. Fu mio marito a venirmi in contro, mi abbracciò, ci scambiammo dei sorrisi poi gli dissi: “Ho preparato il pollo al forno”. “Brava la mia cuoca”, fece lui apprezzando, poi aggiunse: “Metto io la tavola”. Lo ringraziai con un nuovo sorriso. Lui sciolse l’abbraccio ed uscì dalla stanza.

Tornai dietro il paravento. Guardai mio figlio. “Su alzati che la cena è pronta – gli dissi – e non ti azzardare a dire mezza parola di quello che è successo a tuo padre!”. Lui si alzò ed iniziò a risistemarsi i calzoni. Aveva un’aria stralunata: “Va bene mamma, certo… certo…”. Afferrai le mutandine, con l’intenzione di andare in bagno a lavarmi, e tornai a parlare: “E da oggi mai più seghe, capito maialino?”, lui annui, voltai le spalle e raggiunsi la porta poi tornai a guardarlo e gli dissi: “Quando hai voglia c’è sempre mamma che ti aspetta qui, dietro il paravento”.