i racconti di Milu
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Eravamo tutti belli pimpanti già alle nove del mattino. Quel giorno finalmente potevamo trascorrerlo in spiaggia. La fitta pioggia torrenziale che, ad intermittenza, era precipitata nei due giorni precedenti, imponendoci delle escursioni fuori dal villaggio, era cessata. Le nuvole, scomparse, avevano lasciato un bellissimo cielo zaffiro. Ora finalmente mare. Solo Federico, mio fratello, tutto preso dai Maya e dai loro templi, era ancora interessato a partecipare ad una escursione e di lì a poco ci avrebbe lasciato.

Eravamo al bar per la colazione. I miei zii coi loro figli ad un tavolo. Fede al tavolo con me e papà, a mangiare brioche a cioccolata e sorseggiare un caffè, e mamma già in topless al bancone a flirtare col barista. Fissavo mio fratello e gli sorridevo. Ad un tratto sospirai voluttuosa tormentata dalla mano sinistra di papà che, nascosta sotto il tavolo, era immersa in una bella e prolungata palpata tra le mie cosce. Lui ci guardò turbato, chissà se capì cosa stava avvenendo. Forse no. Forse riceveva solo qualche strana sensazione, qualcosa di impercettibilmente incomprensibile che gli riempiva gli occhi di un senso di pudico imbarazzo. Papà ritirò la mano, mio fratello diede l’ultimo morso alla brioche. Fede aveva una polo e dei bermuda, papà era in costume, io indossavo un due pezzi striminzito. Mio fratello sorseggiò ancora, io spinsi i miei occhi nei suoi poi mi passai la lingua sulle labbra per pulirle della cioccolata. Lui scolorì poi provò ad alleggerire la tensione distogliendo lo sguardo sul dinamismo di gente che andava e veniva dal bancone. Tornò a guardarci sfuggendo per un attimo alla manomorta del barista sulle tette di mamma che fece eccitare papà: “Che brava la mamma”. Scambiai un’altra occhiata con mio fratello poi accostai di più la sedia a quella di mio padre, mi riadagiai comodamente accavallando le gambe e poggia la testa sulla spalla di papà. Con la mano presi ad attorcigliare i miei riccioli. “Ed io non sono brava?”, gli chiesi. “Sei bravissima tesoro”, mi rispose poi rivolsi la stessa domanda a mio fratello: “Sono brava Fede?”. Lui spiazzato mi fece: “In che senso?”. Io gli rigirai la domanda mentre le mie dita giocavano coi capelli: “Tu in che senso mi vedi brava?”. Mi rispose alzandosi: “Non so, all’Università lo sei, per esempio. Comunque ora vado se no faccio tardi, appena finisce l’escursione vi chiamo”. Gli sorridemmo augurandogli buon divertimento, annunciò anche a mamma che stava andando via, ma lei era troppo impegnata. Salutò gli zii ed uscì dal bar. Io portai la mia mano sul costume di papà, zia incrociò lo sguardo al mio e mi sorrise imitandomi col figlio, mia cugina invece si alzò prendendo per mano il padre per trascinarlo chissà dove, chissà a fare cosa.

Era la nostra vacanza messicana, libera e divertente, piena di sesso. Avevamo raggiunto quella località con due auto dopo essere atterrati a Merida, attraversando la costa orientale del Paese. Era tutto fantastico, ciò che ci voleva dopo un'annata davvero stressante.

La giornata passò dinamica e seducente, l’escursione di Fede durò più del previsto o forse più di quanto io immaginassi. Calò il pomeriggio e noi ci eravamo ritrovati tutti uniti ai miei zii. Quando mio fratello entrò in camera, mi sorprese completamente nuda a zonzo in cucina. Ero appena uscita per prendere dell’acqua da portare in camera da letto. Restò col viso pietrificato, non riusciva a parlarmi. “Ma che fai?”, alla fine arrivò a farfugliare. “Niente, perché?”, replicai di soppiatto. “Fa caldo?”, disse lui incerto. “Non trovi?”, gli risposi ancora con una ostentazione di tranquillità. “Dovresti vestirti però”, propose fissandomi tette e figa. “Forse…”, feci io senza però farlo. Me ne stavo lì impalata davanti al suo tenero imbarazzo che sapevo bene essere solo un esile involucro di una eccitazione che aspettava di venire a galla dirompente. “Allora sono stato al tempio di Chichén Itzá”, mi fece parlando ai miei seni. “Ah e ti è piaciuto?”, gli risposi fissandolo divertita. “Si certo”, fu la sua risposta ancora diretta al mio corpo. “Ed io? Ti piaccio io?”, gli dissi. Lui divenne paonazzo io quasi scoppiavo a ridergli in faccia. Fu allora che dalla camera da letto si levò un ululato di piacere.

Mi poggiai con la schiena al muro proprio accanto alla porta da cui proveniva quella melodia perversa, con occhi da troia guardavo lui e iniziavo a tastarmi figa e tette. Mi sembrò che un ombra abbandonasse il suo viso. Con un movimento del gomito aprii la porta e lui scoprì la nostra favolosa orgia. Il suo viso di stucco, visibilmente impallidito, con la fronte che stillava un sudore gelido, si concentrò su quella scena così lussuosa e depravata. Sbigottì dinnanzi a questa nostra perversa manifestazione d'affetto. Non mi toglierò mai dalla mente il suo volto cupo, trapelante insania ed eccitazione, quegli occhi dall'espressione nefasta ed al contempo voluttuosa. Non guardai mai cosa stava accadendo nella camera. Immagino che sullo stesso letto ci fosse mamma avvinghiata a nostro cugino, zia presa da papà e nostra cugina che veniva ingroppata da suo padre, ma a me quello che interessava era farmi mio fratello. Era l’unico con cui non avevo ancora scopato in famiglia. Nessuna l’aveva fino ad allora fatto. Il primato sarebbe stato per sempre mio.

Mi toccavo i seni e mi torturavo la figa, lui fece qualche passo come se volesse entrare, io lo fermai afferrandolo per un polso e lo tirai a me. Non resiste e le cose presero la piega giusta. Mi scopò lì, sulla porta. Lo baciai, lui tirò fuori il suo cazzo e mi impalò, fu rovente e tumultuoso. Io ero tutta sua, guardavo solo lui. Fui sconvolta da una sequela di orgasmi disordinati che rifulsero colpo dopo colpo, botta su botta. Urlai dal piacere e solo allora i miei familiari si accorsero di noi. Si fermarono, ci trovarono ubriachi di sesso, poi esultarono salutando mio fratello con oscenità triviali. “Andiamo da loro”, gli dissi assuefatta. Lui continuò a fottermi, glielo ripetei: “Andiamo da loro” e così fui sollevata da terra. Lui camminò nella stanza con me in braccio ed il cazzo nella mia figa. Raggiunse il letto, mi ci lasciò cadere sopra tra le acclamazioni volgari dei miei. Fu così che ci immergemmo in quella stupenda orgia fatta di assordanti gorgoglii di piacere e corpi intrecciati, travolti dal sesso, nudi ed abbandonati all'ingordo piacere. Era la nostra vacanza messicana.
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