i racconti di Milu
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La mattinata era scivolata via sfuggendo come ogni giorno con la riunione iniziale di gruppo, i nuovi preventivi da raggiungere, le stime da conseguire, le pratiche da stanziare e da svolgere sempre più urgenti, in conclusione il rituale giro di telefonate, fin qui niente di nuovo in fin dei conti. Era piuttosto la mancanza di biancheria intima sotto i calzoni a causarmi quell’assillante disagio e quell’innaturale preoccupazione, in quanto il tessuto raggrinzito dei pantaloni spingeva facendo pressione e stimolando in modo continuo il mio cazzo, dal momento che potevo risolvere sistemando l’inconveniente, soltanto rimanendo fermo per quanto possibile dietro la scrivania. Al momento squilla di nuovo il telefono, dall’altro capo del filo si sente una voce femminile, che in modo impulsivo e veemente m’intima in modo accanito, caparbio e smanioso enunciando:

“Dai, su mettitelo”.

“Sì, certo signora” - rispondo io senz’aggiungere altro riattaccando immediatamente la comunicazione e posando celermente la cornetta del telefono.

Come un burattino io vado verso il bagno, mi chiudo la porta alle spalle, calo i pantaloni e prelevo dalla tasca interna della giacca un cuneo anale, lo lubrifico per bene e me lo inserisco. Ci vogliono quindici minuti esatti prima di poter uscire dal bagno adottando un aspetto d’evidente naturalità. Adesso è ancora più duro di prima, poiché mi sembra d’avere addosso gli sguardi di tutti, poiché questa è la netta sensazione che in maniera inequivocabile avverto anche se le altre persone non sanno nulla, così con una rapida corsa mi dirigo in ufficio e m’immergo totalmente nel lavoro nel vano tentativo di distrarre la ragione e di sviare la mente dal corpo, però non ho successo, malgrado ciò ho fortuna e riesco a rimanere nel mio ufficio per tutta la mattinata. Il telefono squilla nuovamente, giacché è la stessa voce che ancora una volta zelantemente e in maniera anelante m’ordina:

“Fra trenta minuti, vieni che ne ho tanta voglia, t’aspetto”.

“Sì, signora” - confermo e ribadisco io cercando d’eseguire prontamente.

Devo fare in fretta, chiedo mezza giornata di permesso e mi precipito in macchina, devo sbrigarmi soprattutto a quest’ora del giorno giacché il viavai cittadino è al momento frenetico. Riesco comunque a schivare buona parte del traffico e dei semafori e ad arrivare in tempo. Al mio arrivo, infatti, trovo la porta d’ingresso accostata, entro e me la chiudo dietro, il suo appartamento è in campagna immerso nella penombra circondato da magnifici alberi, infine la sento precipitosamente sostenere in maniera invogliata:

“Molto bene, adesso svestiti che ti voglio tutto per me”.

“Sì, signora” - ribatto io e mi denudo del tutto.

In quel momento la vedo esplicitamente, lei ha lucidamente un’aggraziata figura, è slanciata con addosso un capo nero aderente, i capelli sono neri anch’essi con due occhi azzurri come il ghiaccio del polo artico. Io conosco perfettamente i miei doveri e senza che lei pronunci parola alcuna m’inginocchio ai suoi piedi appoggiando il dorso della mani dietro alla schiena, mentre sento in modo calcolato il suono distinto delle polsiere che si chiudono. La sua mano m’accarezza il petto e comincia a esplorare, esaminando e sondando meticolosamente il mio corpo come se fosse la prima volta, cosicché mi raggiunge in ogni pertugio. Il contatto con la pelle è granuloso, ma al tempo stesso pure vellutato, lei indugia intorno all’orifizio anale e solletica deliziosamente la pelle lievemente arrossata pungolandomi per l’evento che verrà.

Questa circostanza è per me un’elevazione, un inedito impulso, un originale slancio, poiché mi sembra d’essere senza peso, dal momento che mi faccio trasportare dalla corrente e dimentico tutto, mentre all’improvviso una scarica elettrica m’attraversa rudemente la schiena riconducendomi brutalmente e spietatamente alla realtà. Lei impugna un frustino e con esso m’indica il tavolo, io m’appoggio lì sopra con il petto sulla fredda superficie del legno e allargo le gambe. Una benda nera, probabilmente una delle sue vecchie calze m’avvolge gli occhi riportandomi bonariamente e deliziosamente al periodo precedente, a quel punto lei accortamente e in maniera irriducibile mi domanda:

“Cinquanta?”.

“Sì, signora” - replico io, adeguandomi immediatamente a quella categorica, ferrea e irremovibile richiesta.

Le prime frustate sono forti ma piuttosto sopportabili, per quelle successive è tutta un’altra predica, per il fatto che assomiglia a un arcobaleno di colori, tenuto conto che adesso il dolore si trasforma, cambia e si sviluppa in modo disgregato scompaginandomi. Io perdo immediatamente il conto dei colpi subiti, eppure questi ultimi proseguono ininterrotti con una cadenza perfetta fino alla loro naturale conclusione, tenuto conto che sono decisamente stremato, il corpo si contorce ancora, respiro a fatica, passano dieci minuti e sono ancora nella stessa posizione. Un altro lampo attraversa il mio sistema nervoso, dato che lei dev’essere andata in cucina, perché mi sta passando sul dorso innumerevoli cubetti di ghiaccio con una flemma e una lungaggine direi esasperante e persino irritante. All’inizio è una sensazione condiscendente e piacevole, perché il freddo si porta via il calore delle frustate e rilassa la pelle, ma soltanto dopo diversi minuti capisco che sono passato a un’altra tortura molto più pignola e sottile. I cubetti sciolti vengono rinnovati con dell’altro ghiaccio, dal momento che io arrivo al punto che vorrei fare appello invocandola di smettere, pur sapendo che per una simile richiesta lei inasprirebbe intensificando maggiormente il mio castigo, però in modo inaspettato mi toglie la benda, perché davanti a me attualmente ci sono tre falli di gomma di svariate dimensioni, in quella circostanza lei astutamente m’indica quello più grosso e in modo canzonatorio mi chiede:

“Questo qua può andarti bene?”.

“Sì, signora, senz’altro” - ribatto io acutamente in modo beffardo e rispettoso.

Lei in quell’occasione s’allaccia alla vita l’imbragatura di cuoio e inserisce a essa il fallo, me lo avvicina alla bocca per inumidirlo correttamente e me lo inserisce lentamente nel sedere allargato già in precedenza dal cuneo. Il dolore e il piacere m’invade e mi conquista di nuovo in modo inatteso, in quanto il movimento dapprincipio lento diventa in seguito più ritmico e più veloce. Potrei sborrare a momenti, però la sua volontà è che io raggiunga l’orgasmo solamente dopo di lei, in questo modo stringo i denti e resisto. Non devo comunque aspettare molto, perché i colpi che ricevo diventano sempre più consistenti e decisi, dato che entrambi raggiungiamo velocemente l’appagamento e la pienezza totale dei sensi. Non è finita però, giacché con una mano lei m’afferra per i capelli una volta per tutte bloccandomeli, indicandomi in seguito con il dito quel liquido bianco spruzzato sul triangolo della sua nerissima e pelosissima fica dovuto alla mia densa sborrata, mentre lei ansiosa, impaziente e pure smaniosa lestamente m’intima:

“Bravo, sì così, dai leccami la fica, leccamela tutta, raccogli il nettare che m’hai appena regalato, perché così mi fai morire”.

Io eseguo diligentemente, adempio rigorosamente, mi preparo a lambire minuziosamente con la lingua quel lattiginoso denso nettare di vita cosparso qua e là sopra quel profumato cespuglio della sua pelosissima e odorosa fica, lei attualmente è euforica, è entusiasta, è su di giri, tripudiante e raggiante come non mai. Lei si carica, si esalta e si vivacizza al comando in modo imperioso, è autoritaria e determinata alla conduzione, al controllo e alla vista di quest’intrinsechi e sostanziali eventi di predominio.

“Sì, certo signora, naturalmente, senza dubbio” - ribatto io appagato, intanto che eseguo accuratamente quell’operazione compiendo il suo volere, cosicché caldeggiando e sostenendo i suoi più intimi e profondi capricci raccolgo quel fluido fino all’ultima goccia. In conclusione lei mi libera i polsi, mi squadra e sorridendo con quell’atteggiamento astuto, sazio, subdolo e untuoso, gentilmente un po’ pensierosa prontamente m’informa:

“Dai, affrettati, non indugiare, perché a minuti rientreranno i bambini, perché non voglio che apprendano né capiscano né vedano nulla”.

Io nel frattempo eseguo recuperando velocemente i vestiti lasciati per terra in maniera distesa, fiduciosa e pieno d’aspettative per il futuro le rispondo:

“Sì, certamente signora, nessuna seccatura, sarà tutto come prima, si figuri” - ed esco allontanandomi da quell’abitazione.

{Idraulico anno 1999}