i racconti di Milu
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La serata s’approssimava al termine, nel momento in cui i frequentatori che avevano animato e incitato per lungo tempo la taverna cominciavano a dileguarsi, chi pensando già al focolare domestico, chi per abbandonarsi cercando di concedersi in ultimo il sonno del giusto, chi al contrario, intenzionato a mettersi in disparte per consolidare aspirando frattanto di rinsaldare grandi storie d’amore o costruirne tessendone di nuove. Le due ragazze che si permisero in definitiva un ultimo boccale di birra in mia compagnia, non sembravano minimamente disposte né intenzionate a seguire l’esempio degli altri. Le esalazioni dell’alcool cominciavano già a creare quel senso di distaccato benessere che precede l’oblio e il silenzio, però l’occhio dell’esploratore che mi concede di valutare tutto fin nei minimi particolari, continuava a restare vigile e a posarsi compiaciuto sulle prorompenti forme delle due creature che avevo di fronte a me.

Le due donne, invero, non avevano però molto in comune, a parte quei capelli scuri che donavano loro un velo d’imperscrutabile e d’indecifrabile aspetto: irruenta e robusta la prima, delicata e sensuale al contrario la seconda. Della prima scoprii che era una valida combattente, rimasta coinvolta e immischiata in un’azione che ha cambiato il corso della propria esistenza, un’esperienza quella che l’aveva resa schiva e taciturna. L’altra invece, la conoscevo di vista, certamente più loquace, in quanto aveva fatto di questa sua acutezza e della sua capacità d’espressione la propria fonte di sussistenza, poiché si guadagnava da vivere scrivendo racconti ed esprimendo le sue doti e i suoi pregi artistici in altri modi.

Per l’occasione, infatti, notai che l’artista mi studiava con lo sguardo, mentre io non mi scomposi più di tanto, perché ero ben conscio del fatto che la mia statura e il corpo ben modellato da una robusta e sana attività all’aperto, non passavano di certo ignorati. In seguito mi resi conto, che in quel periodo di grande precarietà affettiva un diversivo sarebbe stato salutare, così buttai lì qualche frase di circostanza per tenere vivo il dialogo, perciò mi liberai da quei preziosi legami bloccanti, che di solito contribuiscono a tenermi fuori dai guai quando non bevo, cosicché lasciai che la mia lingua si potesse liberamente esprimere senza riserve, in tal modo mi resi conto che le sottintese e velate allusioni acquistavano sempre più consistenza. Indubbiamente peraltro prevedibile, il mio innato comportamento fu classificato come intuibile dalla bella artista, e ciò mi fece comprendere qual era il grado d’esperienza e di maturità che lei poteva vantare in fatto di relazioni pubbliche e private, poiché tutto ciò mi diede un nuovo sprone: in quel caso come non tentare un contatto con una creatura dotata d’un bagaglio d’esperienze di tale portata?

L’incantesimo del momento sembrava infranto, quando lei dichiarò improvvisamente di non poter restare oltre, naturalmente lei m’offrì d’accompagnarla per un tratto del percorso, che prevedeva tra l’altro una lunga camminata in aperta campagna. Lei accettò, così ci congedammo dalla “donna virile”, dal momento che non sembrava per niente contrariata né infastidita d’essere lasciata sola in compagnia del suo boccale di birra a inseguire con la mente pensieri e riflessioni di giorni ormai lontani, ricchi d’entusiasmo e di foga a questo punto sepolti nel passato. Uscendo per la circostanza dal villaggio parlammo dei suoi racconti, delle eroine che li popolavano e dell’effetto che tali racconti generavano e suscitavano sui lettori, così casualmente mi chiese della mia compagna: era da qualche tempo che non la vedeva, io le risposi che era indaffaratissima in tante iniziative delle quali si era fatta promotrice, da non ritenere più interessante e intrigante un rapporto affettivo con il suo esploratore, a questo punto lei mi guardò stupita rimarcando il concetto:

“Il vostro amore sembrava inossidabile” - mi disse, con una punta di tangibile afflizione, di calcolabile amarezza e d’evidente delusione.

Io replicai d’averlo creduto energicamente pure io, ma quando esiste una disparità e un divario troppo grande tra i caratteri dei due conviventi, la faccenda alla fine viene a galla e si sgretola, il giocattolo si rompe, dal momento che a lei spetta il merito e il proposito d’averne preso pienamente coscienza. Quando la donna si rese conto d’aver risvegliato e rivangato in me tutta una folla di pensieri avvilenti e sconfortanti, s’affrettò perciò a cambiare argomento facendomi notare il sopraggiungere di nubi temporalesche minacciose, giacché le prime gocce non si fecero attendere e prima che la furia della pioggia ci bagnasse io le proposi di raggiungere di corsa un piccolo fienile, che ero certo fosse stato costruito a poca distanza e lei aderì accettando di buon grado. Quando raggiungemmo il fienile, sembrava così prevedibile che io cercassi conforto e consolazione tra le sue esili braccia, poiché lei stava già pensando a uno stratagemma per evitare di giocare il ruolo del rimpiazzo, che generosamente il più delle volte in questi momenti si presta, invece sfortunatamente non accadde nulla, dal momento che la pioggia e la corsa m’avevano rischiarato la mente, e l’alcool che scorreva ancora nelle mie vene aveva ormai perduto l’effetto magico e prodigioso che sapeva produrre, così mi voltai verso l’uscio cercando di valutare quale fosse l’intensità raggiunta dal temporale, nel tentativo di determinare quanto a lungo la sorte ci avrebbe tenuto ancora insieme in quello spazio limitato e ristretto.

Io stavo tentando disperatamente d’uscire da un’esperienza ricca di momenti intensissimi, ma dal finale doloroso, sventurato e per di più tragico, perché sarebbe stato da pazzi rischiare d’arenarsi impelagandosi in un’altra storia dall’esito incerto e improbabile, l’artista non era certa se sentirsi sgravata e sollevata dall’inattesa piega che avevano preso gli eventi, o esserne delusa e inappagata, a ogni modo la faccenda si era risolta da sé, poiché valeva la pena mettersi comoda e aspettare che il temporale terminasse, in tal modo, nel tentativo di prepararsi un giaciglio, all’improvviso fu percossa da un dolore lancinante che le tolse il respiro. Dopo aver gridato cominciò a imprecare a denti stretti, impossibilitata a fare qualsiasi movimento, per il fatto che avvertiva dolorose fitte nella regione lombare.

All’inizio io pensavo che fosse stata morsa da una tarantola, poi esclusi l’ipotesi al corrente del fatto che non vivevano a quelle latitudini, così nel buio più assoluto tentai di stabilire un contatto verbale, ma lei continuava a lamentarsi dichiarandomi dell’impossibilità di cambiare posizione. Dopo quando l’aiutai con delicatezza ad adagiarsi, lì compresi qualche particolare sulla dinamica dell’incidente, poiché mi fu subito chiaro che non poteva trattarsi che d’una forma di lombalgia acuta, comunemente nota con il nome di “colpo della strega”. Io conoscevo già il problema, per averlo vissuto due volte in prima persona, perché la prima volta ricordo che dopo un’intera giornata d’immobilità assoluta, cominciai lentamente a riattivare la muscolatura lombare con grande circospezione, ma che il dolore persistette almeno per una settimana, La seconda volta, invece, fui più fortunato, perché quando accadde mi portarono da una terapista, che mi mise a posto nell’arco di un’ora. In quella circostanza fui così entusiasta del fatto che ero insperatamente libero di compiere movimenti entro un tempo così breve, giacché pretesi che lui mi spiegasse tutto sul problema e sulle soluzioni da adottare, così durante il tempo in cui ne parlavo con la donna distesa sul giaciglio di fieno che avevo preparato per lei, un barlume di speranza s’insinuò nella sua mente, in tal modo lei si dichiarò subito disposta a sottoporsi per il trattamento. Ormai il temporale era cessato del tutto e le nubi scomparivano progressivamente, al punto che timidi raggi lunari penetravano l’oscurità del fienile trovando un passaggio attraverso l’uscio senza le persiane. Con attenzione io esaminai la zona lombare scoperta della fanciulla, comprimendo leggermente la muscolatura tipica della colonna vertebrale, e quella più estesa delle fasce lombari in cerca della zona della contrazione, fintanto che esploravo cercando di fare appello a tutta la sensibilità che i miei polpastrelli erano in grado di sviluppare, individuai il punto esatto e cominciai con un meticoloso e paziente lavoro di drenaggio sanguigno, per riattivare la circolazione ed eliminare i depositi di tossine che causano la permanente contrattura muscolare, così nel tempo in cui ero attivo su quella carne soda, mi prodigavo per renderla consapevole di ciò che stava accadendo, in modo che lei contribuisse a rilassare la zona in maniera attiva concentrandosi su di essa.

Quest’insolito lavoro di coppia diede ben presto i risultati attesi, perché la muscolatura così ammorbidita smise d’agire sul foro d’uscita del nervo spinale, il quale non essendo più compresso smise di reagire innescando il sintomo del dolore. Prima di potersi rialzare però, era importante che lei facesse con grande prudenza qualche movimento più ampio per evitare che il problema si ripresentasse, perché l’esercizio più indicato era per l’occasione l’inarcamento in avanti e all’indietro della zona lombare. Il termine tecnico non era per lei ben chiaro, così le spiegai che avrebbe dovuto fare come il gatto che si stira al risveglio stando sulle quattro zampe, chiamando in causa tutta la mobilità della sua colonna vertebrale, mentre io continuavo a tenerle le mani sui lombi per evitare movimenti pericolosi. La grazia felina della donna si mostrò allora in tutta la sua evidenza mentre s’adoperava in quei movimenti conturbanti che gradualmente si facevano sempre più ampi, giacché sembrava che il problema fosse stato brillantemente risolto:

“Non saprei” - le risposi io in prima battuta, mentre mi stavo già lasciando coinvolgere dal suo respiro sempre più sostenuto.

“Saresti disposta a prendere in considerazione anche una richiesta prevedibile?” - aggiunsi infine.

“Prevedibilissima, supponibile, perché no” - rispose lei tutto d’un soffio.

Ormai la luna ci faceva attualmente luce rischiarandoci con tutto il suo candido bagliore, perché i raggi accarezzavano quella pelle disponibile, sconosciuta e sensibile:

“Prenderti da dietro. Sì, ecco, che cosa m’andrebbe a genio in questo momento - esclamai infine io, perché lei non poteva più opporsi né ribellarsi al segnale, e nel contempo al richiamo naturale della natura e all’attrazione delle nostre fameliche carni.

“Concesso, mio caro esploratore, hai fatto centro. Armati della tua spada e imbocca il sentiero ignoto e oscuro, però quello giusto, mi raccomando, se non vuoi che te lo tagli “- disse lei, abbozzando un mezzo sorriso punzecchiandomi.

“Lascerò tranquillamente che la tua mano mi guidi senz’intralci come meglio t’aggraderà” - replicai io, liberandomi degl’indumenti che cominciavano a diventare stretti.

Quando il mio cazzo sodo toccò i suoi glutei, lei lo afferrò con una mano e ne valutò le dimensioni e la rigidità, poi felice e soddisfatta mi guidò all’imboccatura della via giusta, mentre io ebbi modo di notare con sorpresa che le sue grandi e piccole labbra già grondavano di fluidi. Dovevo aver sbagliato qualcosa nel trattamento, perché effetti secondari di quel tipo mi giungevano totalmente nuovi. Quando lei si sentì penetrare gradualmente fino a che non arrivai a comprimere il suo perineo, mi disse sospirando che non aveva mai pensato che un colpo della strega, avrebbe potuto portare e recare degli sviluppi così avvincenti, coinvolgenti e interessanti, perché questo suo inatteso commento mi distolse estraniandomi dalla piena partecipazione all’atto, così mentre il mio corpo aveva iniziato a muoversi meccanicamente, la mia mente planava altrove, inizialmente divertita dall’ironia della faccenda, in seguito cambiata dal ricordo degli ultimi eventi. La strega che non riuscivo a togliermi dalla testa continuava ad accaparrare la mia mente monopolizzandola. Quanti ricordi di notti infuocate riemergevano, sì, ecco, proprio così, illuminata dalla luna, vista di spalle sembrava quasi che fosse lei, quelle rare volte che accettava di farsi possedere in quella posizione. Quante battaglie combattute nel letto di casa sua e adesso era tutto finito, dal momento che lei si comportava come se avesse dimenticato tutto.

I miei movimenti diventavano sempre più energici e la situazione non dispiacque all’avvenente artista, lei si sentiva altamente ispirata quella notte, in quanto riuscì a toccare l’apice parecchie volte prima di rendersi conto che qualcosa non andava. Il ritmo che io le imponevo diventava sempre più incalzante e insistente, eppure non sapeva che era semplicemente guidato dal mio desiderio di trafiggere arrecando dolore alla donna per la quale il mio cuore ancora sanguinava, la donna ignara, l’artista stava impersonando ai miei occhi ormai accecati dalla frustrazione e dalla rabbia. Quando il dolore cominciò a sostituirsi al piacere, lei mi chiese di calmarmi, mentre le mie mani ancorate alle sue creste continuavano a fornirmi il punto d’appoggio per quello sfogo di malanimo, di rancore e di risentimento compresso e pigiato da troppo tempo, così notando che il suo appello restava inascoltato, si liberò con uno scatto colpendomi nel punto dove fa più male. Il dolore mi riportò rudemente alla realtà e il mio rammarico alla vista dell’espressione interrogativa dei suoi grandi occhi fu grande, quando mi resi conto d’aver completamente perso il controllo, poiché balbettai qualche parola di scusa, intanto che lei analizzava la mia espressione sconvolta e turbata con le mie guance rigate da lacrime di rabbia:

“Calmati e sdraiati qui” - mi riferì lei accarezzandomi la faccia, fintanto che il suo seno rasentava il mio petto inumidito dall’abbondante traspirazione:

“Adesso facciamo a modo mio” - disse sfoderando uno dei sorrisi più amabili e più disponibili che avessi mai visto, poi cominciò delicatamente a baciarmi il cazzo che nel frattempo aveva perso la sua rigidità e se l’introdusse in bocca suscitando in me impressioni epiche e sensazioni favolose quasi dimenticate. Quando il mio cazzo tornò in piena forma lei cominciò lentamente a cavalcarmi, chinandosi di tanto in tanto per baciarmi le labbra e farsi baciare quei seni incantevoli per consistenza, forma e proporzioni. Io ero talmente appagato da quella visione da non aver più bisogno di riesumare fantasmi né immagini del passato, dato che il presente poteva essere così magniloquente, piacevole e sereno.

Attualmente, invero, mi sembra di vederla ancora oggigiorno ondeggiare su di me avanti e indietro, come su d’una giostra da sogno, sorridendomi durante il tempo in cui si lascia accarezzare, amabile, armoniosa e dolcissima come nessun’altra. Mi sono frattanto laureato in medicina e al presente sono stabilmente assunto presso il dipartimento d’ortopedia e di radiologia d’un rinomato policlinico in una città del Veneto.

Seppur siano trascorsi numerosi anni, oggigiorno mi sembra d’intravederla ancora, intanto che sull’uscio di casa sua io mi congedo da lei, dandole un ultimo delicato e tenero bacio sulle labbra e le chiedo se tutto ciò avrà un seguito, per il fatto che mi sembra di sentirla ancora fermamente ribadire:

“Chissà, può darsi, vedremo, la vita è piena di strade da percorrere”.

{Idraulico anno 1999}