i racconti di Milu
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Sono nel mio ufficio. E’ raro per me avere momenti di pausa. Sono un manager di una grande azienda del nord ed ho la responsabilità di centinaia di posti di lavoro, centinaia di famiglie. Non ho quasi mai tempo di fermarmi a pensare al mio privato ma oggi, dopo che Laura come accade ogni paio di mesi mi ha fatto visita per la foto di rito scattata con il suo Iphone, mi sono fermato a pensare a come l’Assurdo che ha invaso la mia vita sia diventato paradossalmente la normalità. E questo mi spavento non poco. Adesso il tempo ha reso gli eventi che vi racconterò più sfocati nella memoria. Volutamente più sfocati. Per autodifesa suppongo. Non potrò mai dimenticare ma devo iniziare a conviverci meglio. Li porto nell’anima e sulla pelle, sono parte di me ormai ma dovrò da ora in poi cercare di venirne a patti: sono un cornuto, questo ormai l’ho accettato. E’ tutto ciò che è accaduto come conseguenza di ciò che non riesco ancora ad accettare. Ma andiamo per gradi, cercando di essere sintetico.
Nel 2013, quando ancora ero un alto dirigente di un’altra azienda, licenzio per giusta causa Marcello G. Un addetto al magazzino che il suo responsabile aveva colto a rubare del materiale. Lui aveva sempre negato. Le prove erano non completamente schiaccianti ma nessuno si fidava più di lavorare con lui. Pur dichiarandosi completamente estraneo ai fatti, presi la decisione di licenziarlo poiché nessuno si sarebbe più fidato di lui. Quando lo chiamai nel suo ufficio per comunicarglielo lui ascoltò freddamente e quando si alzò per uscire mi disse: “Questo dottore le costerà. Lei si è appena sposato ma le giuro che prima o poi le chiaverò la sua bella mogliettina e le farò avere pure le foto. Stia certo.” Non ebbi tempo di reagire, se ne andò sbattendo la porta violentemente. Marcello era una montagna d’uomo, un ossessionato della palestra, un culturista super definito che aveva molto appeal fra le donne dell’azienda. Almeno così mi diceva mia moglie che lavorava in amministrazione e che avevo conosciuto proprio lì. Era notorio per essere un attaccabrighe e manesco ma aveva il fascino del quarantenne definito nella muscolatura e con i capelli raccolti in un codino un po’ fuori moda. Una sorta di coatto di bell’aspetto insomma. Girava voce che avesse pure un arnese sproporzionato fra le gambe ma ovviamente erano solo congetture. Passarono i mesi e nessuno si ricordava più di lui. Qualcuno disse che era finito a fare il buttafuori in una discoteca ma non c’era niente di certo fino a che una sera mia moglie non si recò ad un addio al nubilato insieme a delle amiche. Quando tornò a casa la vidi scura in volto, assente, come se non si fosse affatto divertita. Le chiesi che cosa c’era che non andava e lei mi disse che aveva incontrato Marcello che faceva il buttafuori in discoteca. Le aveva offerto un drink a fine serata e le aveva fatto delle avances molto spinte arrivando a metterle la mano sul sedere e lei era venuta via spaventata. Le dissi che non avrebbe dovuto accettare il drink, che aveva sbagliato. Come reazione lei si mise a piangere, dicendomi che in tutto quello che faceva io trovavo sempre qualcosa da ridire. Allora cercai di consolarla, mi scusai, capii che era rimasta scioccata dall’evento e andammo a letto. Quella sera era vestita con una gonna appena sopra il ginocchio, un paio di tacchi non altissimi e un top che le evidenziava il bel seno giovane e sodo. Ha sempre avuto un bel culo, piccolo e sodo, avendo fatto danza per molti anni. Mi eccitai a guardarle quel suo corpo sinuoso e magro. Allora, la spogliai in fretta, anche se lei si mostrava restia a concedersi, e cercai di infilarle repentinamente il dito fra le cosce per spostarle il perizoma che indossava sotto la gonna ma lei si rifiutò di continuare. Era stanca e non ne aveva voglia. Era un periodo in cui non facevamo molto l’amore. Io ero presissimo dai miei impegni e lei si era ormai concentrata a farlo nei periodi di fertilità più propizi per rimanere incinta. Passarono i mesi e quell’episodio fu dimenticato da me e da lei. Ero molto arrabbiato ma non potevo permettermi di cercar guai solo per una questione di orgoglio maschile. Ero un dirigente dopotutto. E soprattutto non avrei avuto la forza e il coraggio per affrontare una bestia d’uomo come Marcello. Eravamo sposati orami da cinque anni e pensavamo seriamente a fare un figlio. Anche se ci stavamo incamminando verso una sorta di routine ci amavamo moltissimo e niente lasciava presagire ciò che sarebbe successo delle nostre vite da lì a poco. Un giorno, infatti, mentre mi trovavo a Stoccolma per lavoro, prima di andare a cena con un cliente molto importante, mi arriva inaspettato un messaggio da un numero che non avevo in memoria. Il messaggio aveva in allegato un video e il testo recitava così: “guarda un po’ se ti piace! Sono sicuro che apprezzerai…ahahahahahah. Marcello”. Non pensai neanche a “quel” Marcello. Anzi, stetti qualche istante a pensare se non dovessi eliminare quel messaggio nell’ipotesi che potesse essere un virus. Lo avessi fatto, probabilmente la mia vita non sarebbe cambiata, o forse non avrebbe fatto differenza, chissà. Scaricai quel video sul mio Iphone, aspettai che si caricasse e poi un’immagine che non dimenticherò mai andò dritto agli occhi e mi colpì al cuore come una mazzata: in primo piano un cazzo enorme, di dimensioni inauditamente spropositate sia in lunghezza che in larghezza (ma era la larghezza a lasciarmi letteralmente senza fiato). Ce ne sarebbero volute tre di mani come quelle per coprirlo tutto in lunghezza, mentre le dita non riuscivano a stringerlo. L’inquadratura riprendeva solo il cazzo e la mano ma fu sufficiente intravedere la fede all’anulare per capire che si trattava della mano di Laura. Lo stava segando lentamente come se non riuscisse a sorreggerlo da quanto pesava. L’inquadratura si spostò sul suo volto. Piangeva. Aveva i lacrimoni agli occhi, come di chi avesse preso due sberle (cosa che mi fu confermata da lei). “Adesso tu mi succhi questo cazzo. Dovrai allargarla per bene la bocca perché all’inizio non ti ci entrerà. Me lo devi leccare cominciando dalle palle, poi vieni su lentamente e poi me lo ciucci tutto fino alla cappella. Alla fine quando sto per venire ti metti in ginocchio e ti sborro in faccia. La Carmen che ti sta riprendendo farà un video che resterà privato. Non ti preoccupare, se ti comporti bene tuo marito non lo saprà mai. L’importante è che mi spompini una volta al mese come da nostri patti. Non ti chiedo altro. Ma ricordati, se mentre succhi sto bel cazzo mi dovessi accorgere che ti stai bagnando allora mi sentirò autorizzato a chiavarti, alla faccia del cornutaccio di tuo marito. Non c’è donna che resista a questo gran pezzo di carne. Vediamo quanto sei “fedele”, troia!” Laura piangeva singhiozzando senza profferire parola. La ragazza che stava riprendendo la scena era la compagna di Marcello, un ex puttanone colombiano perverso e volgare che avevo avuto modo di incontrare un paio di volte insieme a lui anni prima. Laura scappellò a fatica quel proiettile di carne, continuò a segarlo per guadagnar tempo ma la mano di lui le prese la testa e gliela schiacciò sulla cappella obbligandola ad inghiottire quella massa di carne sovrumana. Lei si ritrasse di nuovo: “basta, non voglio, non ce la faccio, mi fai schifo, sei un bastardo”. Carmen, senza lasciare l’inquadratura del suo volto schiacciato sul quel cazzo enorme, le dà due schiaffi potentissimi in pieno viso e le urla isterica “lo devi succhiareee capitooo troiaaa? Questo è il cazzo di un uomo vero, non è il cazzetto di tuo marito, forza succhialooo o ti sfascio dai cazzotti e ti costringo a leccarmi figa e culo”. Ero paralizzato. Il video era di cinque giorni prima come potevo vedere dalla data del display. Provai a chiamare subito Laura ma bloccai la chiamata, avevo il cuore in gola e non sapevo cosa dire. Cosa le avrei detto? Che sto vedendo un video in cui spompina il cazzo più grosso del mondo? No, era il momento di telefonarle. Il video continuava intanto e Laura era impegnata nel pompino più sofferto e difficile di tutta la sua vita. Carmen continuava a schiaffeggiarla con la mano sinistra mentre con l’altra la riprendeva. Una massa di carne pazzesca stava invadendo la bocca di Laura. Provava a succhiare ma in realtà ne era impossibilitata. Il cazzo non andava né su né giù da tanto che era grosso. Il volto di Laura era deformato in maniera grottesca, la sua bocca si apriva all’inverosimile per ospitare quel cazzo tremendo dando alla espressione del suo dolcissimo volto un aspetto ridicolo e grottesco. Intanto la saliva cominciava a uscirle dagli angoli della bocca. “Succhia bella troia, dai, succhia stocazzo che poi ti sborro in faccia alla salute di tuo marito, ahahahahahah”. Dopo circa un quarto d’ora di sbocchinamento sofferto e piangente, Laura è costretta da Marcello a prendere un ritmo costante e fluido. La sua bocca riesce ad inghiottire fino a metà quell’asta incredibile, spessa più di una lattina di coca cola e lunga come tutto il suo avanbraccio. La mano di Marcello le spinge la testa tenendola violentemente per i capelli scuri: Per non rimanere soffocata da quella bistecca incredibile allora Laura con le mani fa pressione sulle cosce massicce da culturista di Marcello per allontare la testa dal cazzo e prendere un respiro. Poi, costretta da Marcello, si rituffa a bocca oscenamente aperta sul quella bestia di uccello inverosimile. Noto che mi da molto fastidio il fatto che con le sue mani affusolate e ornate da delle unghie elegantemente tinte di rosso, Laura resti ancorata a quelle cosce muscolose e possenti. Lo trovo un gesto troppo intimo ma mi dico che è obbligata a tenere le mani sulle sue gambe per non perdere la possibilità di spingersi indietro da quel cazzone per poter prendere fiato. Ad un certo punto però il cellulare di Carmen va ad inquadrare da vicino il culo di Laura che era distesa sul divano dove Marcello sedeva a gambe aperte con quella proboscide oscenamente che entrava e usciva dalla bocca di mia moglie. Noto che il culo di Laura era incorniciato da un perizoma e un reggicalze slacciato. La mano di Marcello le palpava e schiaffeggiava violentemente il suo bel culo. Le calze velate erano leggermente scese sulle cosce e un paio di tacchi altissimi racchiudevano i piedini di Laura. Un abbigliamento che mai lei aveva indossato prima. Carmen, riprendendo la scena, va quindi a scostare il perizoma con due dita della mano libera dall’Iphone e le sfiora il clitoride e le grandi labbra. Una risata grassa e volgare invade la scena e mi gela la schiena: “Ahahahahah, chiavatela Marcello, la troia è fradicia” E’ fradiciaaaaa! E’ fradiciaaaaaa!” “Ahahahahaha, lo sapevo, lo sapevo, ti piace il mio cazzone eh! Non è come quello di tuo marito vero?” Lei continuava a succhiare senza dargli importanza mentre lui le infilava le dita fra la fessura vaginale. “Sei veramente fradicia, hai tanta voglia di farti impalare vero? Non ti ho ancora chiavato e tuo marito è già cornuto ahahahahahahah”. “Non è vero niente, sei un bastardo, un bastardo, me la pagherai questa ricordatelo”, disse lei togliendo la bocca dal cazzo ma tenendolo stretto nella mano. Lui allora le disse: “Ok. Davvero? Allora facciamo una cosa. Guardami negli occhi troia e continua a tenere stretto il cazzo in mano. Guardami. Bene ora guarda il cazzo. Guardalo bene, nella sua bellezza. Ne hai mai visto uno così? Guardalo e basta. Guardalo per trenta secondi. Se non ti rimetti a ciucciarlo entro trenta secondi sei libera. Ti lascio andare. Non voglio né pompino né ti chiaverò. Chiuso. Ricordati, la figa non mente mai!” Lei si ammutolì. Non si aspettava quella proposta. Rimase con quella bestia di cazzo in mano guardando Marcello. “Non devi guardare me, troia. Devi guardare il cazzo. Lo devi fissare. Annusalo, guardalo. Ti do trenta secondi. Se non lo vuoi te ne puoi andare” Non finì la frase che Laura si avventò su quella cappella gigantesca a bocca spalancata. Lo inghiottì con una facilità estrema deformandosi il volto per la tensione a cui sottopose la bocca per agguantarlo tutto. Era come se lo stesse divorando. Come se un affamato si buttasse dopo giorni di astinenza su una bistecca succulenta e al sangue. Quel cazzone sparì per buona metà nella sua bocca mentre Marcello e Carmen presero a ridere pesantemente. Carmen addirittura inquadrandosi la mano destra con cui faceva il gesto delle corna cominciò a ridere a crepapelle: “Cornuto cornuto, tuo marito es un gran cornutoooo urlava Carmen all’orecchio di Laura mentre lei si stava letteralmente mangiando quel ben di Dio. “Adesso è venuto il momento di spaccarti la figa Laura”, le disse Marcello dopo un lunghissimo pompino. Lei, ormai fradicia di voglia anche se imbarazzata per aver ceduto così in quella maniera a quel bruto, non disse niente, lasciò semplicemente che lui la prendesse in piedi, la sollevasse come un fuscello e le inforcasse la figa fradicia mentre lei era costretta ad abbracciarlo per mantenere l’equilibrio durante quella monta selvaggia e violenta. “Fai piano, ti prego, altrimenti mi ucciderai”, le disse reggendosi alle sue spalle possenti. “Non ho mai avuto un arnese così dentro di me”. “Non ti preoccupare troia, ti farò godere come tuo marito non ha mai fatto e non potrai più fare a meno di me”. Semplicemente lui le dette una ventina di colpi, ben messi, profondi, violenti, aprendola come una cozza. Lei rimase senza fiato, quasi svenendo dal dolore misto a eccitazione che stava provando. Dopo neanche una ventina di colpi lei affogò letterlamente in un orgasmo senza fine, tenendosi con le braccia al collo taurino di lui, urlando come un’ossessa “Godoooooooooooooooo, vengoooooooo, sborroooooooo” tra le risa di Carmen e di Marcello. All’apice dell’orgasmo, come impossibilitata a controllarsi, fra gli spasmi della figa che le facevano tremare le gambe avvinghiate a quelle muscolose da culturista di Marcello, con le mani ancora strette al suo torace Laura prese l’iniziativa – come impazzita – e cominciò a limonarlo ferocemente. Mentre come impazzita la sua lingua rovistava nella bocca di Marcello, Carmen le chiese di fare il gesto delle corna indirizzato a me. “Facciamole un paio di corna al maritino, fagli vedere che lo pensi, ahahahahahahah”. Laura, senza neanche pensarci un secondo, e senza lasciare la lingua di Marcello, con le spalle all’Iphone, tolse un braccio dal torace di Marcello e lo alzò in alto facendo il gesto delle corna. Lì, mi sentii definitivamente cornuto. Umiliato. Sconfitto. Molto più di quando – qualche secondo più tardi – fattala scendere e messa in ginocchio lui le rovesciava una litrata di sborra sul viso. Che lei bevve serenamente con l’aria distesa di chi aveva provato il più intenso orgasmo della sua vita ed era grata a quell’uomo che glielo aveva donato. Poi con le endorfine che si esaurivano lentamente mentre cercava di nettarsi il volto dallo sperma denso e cremoso di Marcello, Laura tornò cupa in volto e iniziò di nuovo a piangere, come se si sentisse in colpa di aver ceduto a quel mostro di virilità che era Marcello, a quel cazzo inaudito, quel palo di carne indecente che l’aveva fatta sentire donna come mai. Questo non lenì la mia umiliazione, la vergogna e la rabbia che provavo verso lui e verso di lei. Anzi. Ma non era che l’inizio. E sicuramente era l’umiliazione minore fra quelle che a ripetizione avrei dovuto subire in seguito. Ma come era potuto succedere? Cosa era veramente accaduto che aveva reso possibile quella situazione? Lo avrei saputo l’indomani, quando sarei tornato a casa, in Italia. Desistetti dal chiamarla. Preferii aspettare di rientrare e farle vedere il video che avevo ricevuto e che sicuramente lei non sapeva avevo visto.