i racconti di Milu
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Sento il rumore della porta che si chiude e guardo l'ora che la sveglia proietta sul soffitto. Sono le 9.05.

Devo aspettare mezz'ora almeno, e già so che sarà lunghissima.

Benché abbia finto di dormire quando il mio compagno e suo figlio sono usciti di casa, per l'eccitazione sono sveglia da almeno un'ora.

Salvo imprevisti, alle 9.35 potrò mettere nuovamente in atto un gioco - chiamiamolo così - che non metto in pratica da anni.

Da almeno sei, da quando convivo.

I due uomini di casa sono usciti per un giro in bici. Conosco bene il programma, per fortuna: faranno una sgambata di diversi chilometri con altri quattro amici, poi si fermeranno al ristorante in cui hanno già prenotato e quindi torneranno indietro.

Anche volendo essere prudente, prevedo che almeno fino alle due del pomeriggio rimarrò sola.

Conto i minuti che mancano alla fine della mezz'ora, e quando la sveglia finalmente indica le 9.35 mi alzo dal letto come una molla.

Per prima cosa vado alla porta di ingresso, infilo la chiave nella serraura e compio un quarto di giro. Ora nessuno può entare da fuori, neppure con le chiavi.

Quindi torno in camera e tolgo lenzuola e copriletto, lasciando solo il materasso; poi apro il cassetto della biancheria dal quale recupero quattro pezzi di corda lunghi una trentina di centimetri.

Li lego ai quattro angoli del letto, lasciando il capo sciolto sul materasso, poi su quello posto alla sinistra rispetto alla testa intreccio un nodo scorsoio.

Sento il cuore battere forte, ogni mossa che faccio mi avvicina sempre di più al momento che amo e che temo allo stesso tempo.

Prendo due candele, una la posiziono nel portacandele situato sul mio comodino e l'altra la appoggio sul materasso, più o meno al centro del letto.

Vado avanti?

Giunta a sto punto, avrei certamente più rimpianti ad interrompere che rimorsi a proseguire.

Mi sfilo il reggiseno e lo metto su la sedia, le mie mutandine fanno la stessa fine dopo poco.

Mi metto accanto al letto, con le mani intrecciate dietro alla schiena.

Mi calo in un gioco mentale in cui io sono una prigioniera che sta per essere torturata.

"Se non ci riveli chi sono i tuoi complici, sarai torturata e violentata", dice una voce immaginaria nella mia testa.

Non apro bocca, così i miei fantastici carcerieri mi fanno sdraiare sul letto.

Mi lego entrambe le caviglie ai due angoli, aggiustando la posizione della candela affinché sia appena sotto alla mia vulva, quindi faccio passare il polso destro all'interno del cappio.

Nel momento in cui tirerò, la corda si stringerà attorno al mio polso e sarò imprigionata.

Certo, la mano libera mi permetterà di sciogliere i miei legami (sarebbe stupido e imprudente legarmi totalmente), ma la sensazione di costrizione sarà psicologicamente di impatto per me.

Chiudo gli occhi, tirò un sospiro e lasciò che il cappio si stringa attorno al mio polso.

Ora tre dei miei quattro parti sono legati; con la mano destra raggiungo la corda che ancora penzola dall'angolo del letto e me la giro attorno al polso.

Evidentemente da questo legame mi posso liberare semplicemente spostando la mano, ma la sensazione è fortissima.

Il letto è doppio e io non sono molto alta, così le mie gambe sono divaricate al massimo.

"Sei coraggiosa, ma alla fine parlerai come tutte", dice ancora il mio carceriere invisibile.

Quando abitavo da sola facevo spesso questo gioco, almeno una volta alla settimana.

Purtroppo non ho mai osato coinvolgere un'altra persona, né un fidanzato nè un amico.

Solo con mia cugina, anni fa, avevamo fatto un gioco simile.

Eravamo entrambe adolescenti e la cosa era finita in maniera imprevista.

Tutti questi ricordi, uniti alla sensazione di prigionia, mi stanno facendo eccitare.

Voglio però aspettare a toccarmi, far durare il gioco più possibile.

Guardo l'ora sul soffitto, non sono neppure le dieci e potenzialmente potrete stare legata per altre quattro ore.

Se nessuno mi disturba con il telefono, potrei divertirmi decisamente.

Senza neppure pensarci libero la mia mano destra e me la passo lungo il corpo.

I miei capezzoli sono duri, e quando con due dita mi sfiorò tra gambe mi sento umida.

Chissà se mia cugina si presterebbe ancora da fare una cosa del genere?

Magari come ci penso io ci pensa anche lei, non ci vorrebbe molto.

Con un polpastrello mi accarezzo il clitoride.

Descrivo un movimento circolare è lento.

Voglio solo andare un poco su di giri, ma senza venire.

È un vero peccato che il mio uomo non condivida certe fantasie, renderebbe il sesso molto più interessante.

Da ragazza, quando avevo circa diciassette anni, avevo messo un'inserzione on line cercando qualcuno che mi legasse, ma la quantità e soprattutto il tenore di tante risposte mi avevano fatto desistere.

Mi accarezzo ancora un po', ma un rumore al di là della parete mi fa interrompere.

Cosa può essere stato?

Sembra provenire dalla stanza del figlio del mio compagno, ma è andato via con il padre. Forse proveniva dal piano di sopra.

Un attimo dopo, il rumore della porta che si apre mi toglie ogni dubbio sulla provenienza del suono.

Il ragazzo esce dalla stanza, poi si blocca sulla porta e guarda verso di me.

Io non ho il tempo materiale di sciogliermi, l'unica cosa che faccio è appiattire la mano sul mio inguine per coprirmi.

"Che cazzo sta succedendo?", dce entrando nella stanza.

"Tu non dovevi andare via con tuo padre?", gli domando.

"Ero troppo stanco e poi non ne avevo voglia. Ma tu sei legata?", mi dice avanzando verso di me.

Che posso fare, negare l'evidenza?

Inventarmi una rapina andata male?

Non sarebbe credibile.

"Ti prego Marco, non dire nulla a tuo padre", lo imploro.

Il ragazzo indossa solo un paio di slip e vedo che, assieme al suo sorriso, gli sta crescendo anche qualcosa tra le gambe.

"Ti stavi toccando?", mi domanda.

"Marco, ti prego, dimmi che non gli dirai nulla", gli chiedo ancora.

Ho il cuore che batte a mille, questa era veramente la situazione che volevo evitare.

"Non gli dirò nulla, anche se te lo meriteresti visto che ieri sera mi hai fatto incazzare".

Si riferisce ad una discussione avuta durante la cena in merito ai troppi soldi che spende.

Però non sembra arrabbiato in questo momento, forse più divertito.

Posso azzardare?

Potrebbe essere quello il momento che sto aspettando da tutta la vita.

"Potrebbe essere il momento giusto per rispondermi" dico.

Non riesco ad essere più esplicita, ma credo che il ragazzo abbia capito.

Guarda verso la corda sciolta e dice: "Una mano l'hai tenuta libera. Giustamente, visto che ti stai toccando.".

Prende il mio polso libero e lo lega all'angolo del letto.

Ora sono completamente immobilizzata, può fare veramente quello che vuole e io non potrò liberarmi senza il suo aiuto.

Per un attimo mi balena il pensiero che in teoria suo padre potrebbe tornare e trovarmi ancora così, ma per il momento ho problemi più grossi.

Tipo lui che mi sta passando una mano sulle tette.

"Tu sei una di quelle che fantastica di essere torturata?".

"Si".

"E mio padre non sa nulla presumo. Se no lo faresti con lui". "Esatto, lo conosci e sai come è fatto".

Con la mano continua ad accarezzarmi al il corpo e, dopo essere sceso lungo la pancia, mette un dito tra le grandi labbra.

"Vedo che ti sta piacendo".

Sono imbarazzata, chiudo gli occhi per non guardarlo in faccia.

"Lo vedi da solo che mi piace. Marco, ti prego, sono già abbastanza imbarazzata".

"Lo immagino, ma vedo anche che chi piace. Immagina come saresti imbarazzata se io adesso facessi una video chiamata al mio amico Andrea".

Istintivamente tendo i muscoli per liberarmi, ma i legami sono troppo solidi.

"Marco, ti prego!", lo imploro.

"Andrea apprezzerebbe - dice continuando a muovere il dito tra le mie gambe - mi dice sempre che ti scoperebbe volentieri. Anche Alessandro lo farebbe".

Il pensiero di quei due ragazzi eccitati verso di me, unito alla stimolazione del dito di Marco, mi fa bagnare ancora di più.

"Però sarò buono e non lo farò, almeno per ora. Però non mi è piaciuto quello che mi hai detto ieri sera".

"Scusami, non volevo".

"Non basta chiedere scusa".

Prende il telefonino e mi scatta un paio di foto.

"Questa è la mia assicurazione. La prossima volta che mi tratterai male, queste foto cominceranno a girare. I primi a riceverla saranno i miei amici".

Deglutisco.

"Va bene", gli dico.

Si siede di nuovo accanto a me e ricomincia ad accerezzarmi, con una mano sui seni e con l'altra tra le gambe.

"Ti sei legata molte volte così?", mi chiede.

"Da quando abito qui è la prima volta".

"Lo facevi quando abitavi da sola?".

Annuisco, mentre il suo movimento mi eccita sempre di più.

E poi mi piace questa specie di interrogatorio che mi sta facendo.

"Mai fatto con qualcun altro?".

"Una volta, con mia cugina, quando eravamo piccole".

Mi infila un altro dito.

"Tua cugina Cristina?".

"Ho solo lei".

"Racconta".

"Eravamo piccole, facevamo la prima liceo. Abbiamo fatto un gioco a farci il solletico, chi rideva si toglieva un indumento".

Aumenta il ritmo e io mi eccito sempre più.

"Io sono stata la prima a spogliarmi completamente. Seguendo il gioco, lei avrebbe dovuto legarmi e farmi il solletico a piacimento".

"Lei era vestita?".

"No, facevamo una volta a testa e quindi era nuda anche lei".

Smette di toccarmi il seno e vedo che con una mano si accarezza tra le gambe.

"Continua, cazzo!".

"Mi ha legata e mi ha fatto il solletico. Poi ha cominciato a toccarmi tra le gambe. Io ero vergine ancora".

"Sapevi che ti avrebbe toccata?".

"No, non volevo. Io credevo che mi avrebbe fatto solo il solletico. A me piaceva che mi legasse, per questo avevo organizzato il gioco".

Mi manca il fiato, sto per venire.

Rievocare quell'episodio, con lui che mi tocca, mentre sono legata....

"Sei venuta quindi, o l'hai fermata?", mi chiede.

"Sì, sono venuta. È stato bellissimo".

"E poi?".

"E poi toccava a lei, quindi sono stata io a toccarla...".

"Senti, vaffanculo!".

Si toglie gli slip e si sdraia sopra di me.

"Questo è per te e per quella puttana di tua cugina".

Inarca la schiena e me lo infila dentro.