i racconti di Milu
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Era la sua sorellastra. Giulia. Baronessa dei latifondi di Roccamare.

Aveva compiuto 18 anni da pochi giorni, mentre lui era ormai un uomo fatto di quasi 23 anni. Erano nati dal medesimo padre, diverse le madri quasi opposte tra loro si sarebbe detto. Tanto riservata, fervidamente religiosa e schiva quella di Giulia. Tanto provocante e chiacchierata quella di Ferdinando. La seconda era morta proprio dandolo alla luce, quindi il giovane non aveva memoria di lei, delle sue movenze, del suo carattere. Si era sempre sentito un orfano colmo di remoti sensi di colpa quasi l'avesse volontariamente uccisa lui, la sua bella madre. Il padre, sempre occupato nella gestione dei latifondi e delle numerose proprietà di famiglia cui aveva dedicato l'esistenza ingrigendosi nell'animo e nel corpo, non pareva interessato a rievocare con lui i fantasmi di un passato vituperevole, intollerabile a rimembrarsi. Nel borgo, tuttavia, aleggiavano voci che la sua intelligenza curiosa aveva furtivamente carpito. Si parlava di un girandola di amanti uomini e donne di cui la signora s'era circondata sollazzandosi vorticosamente quando il marito era assente. Si favoleggiava ancora della sua bellezza e dello sprezzo per il proprio stesso ceto sociale e per ogni convenzione che trasparivano dal suo sguardo infiammato e febbrile. Da lei probabilmente aveva ereditato una fervida vena sensuale e artistica. Nella sua fase di crescita e formazione non erano state estranee varie frequentazioni con ragazze di paese che l'avevano però lasciato insoddisfatto. Segretamente non tollerava quelle contadine o figlie di artigiani senza grazia né autentica femminilità, quasi rozze nella loro urgenza di appagare e godere loro stesse. Affamate e semplici alla stregua di animali selvaggi.
Al tempo stesso le proprie coetanee di sangue blu gli parevano scipite e anemiche bamboline sprovviste di passionalità e, cosa ancor più grave, personalità. Purtroppo il padre non gli consentiva di viaggiare perché, da malfidato qual era, temeva il ragazzo scialacquasse eccessivamente, così che i sogni di visitare Paesi esotici, specialmente le meraviglie d'Oriente, entrando a contatto con stili di vita diversi e inimitabili, con donne pregne di erotismo e lussuria, erano rimasti tali. Crescendo prese comunque a coltivare sovrammirabili squisitezze di gusto.

Spesso si soddisfaceva da solo, di nascosto a tutti, eruttando impetuosi schizzi di seme sul proprio stesso ventre teso e fremente.. Immaginava di depositarlo sull'ombelico perfettamente cesellato di una giovane odalisca che fosse straordinariamente bella, intelligente e raffinata, versata in tutte le arti della più eletta seduzione femminile.

Ferdinando non si era invece mai accorto della presenza di quella sorellastra cui non aveva quasi mai rivolto la parola se non in occasioni formali e nei pranzi domenicali. Lei infatti soleva desinare con la madre e una zia cui era affezionata disertando il tavolo del padre, di rado presente. Lui spesso si arrangiava con mezzadri del padre, compagni di combriccola della piccola nobiltà rurale o addirittura in perfetta solitudine, inseguendo fantasticherie e follie, rimuginando bramosie di criptica consapevolezza.
Così i loro rapporti, sia pure non tesi, si erano improntati al formalismo e all'etichetta immerse nell'infima oscurità dell'inconsapevolezza. Persino durante la Messa domenicale non era loro consentito dalle regole non scritte del luogo e dell'epoca sedere l'uno accanto all'altra. Tra l'altro avevano posto i loro quartieri notturni in due lati molto distanti del grande palazzo di famiglia, circondato da pini marittimi, lecci e bossi di mare. La stanza di Ferdinando si trovava a picco sul mare procelloso ad un'altezza piuttosto vertiginosa, spalancata verso quel lembo d'infinito laddove il cielo e il mare s'incontrano mescendo le loro diverse tonalità del celeste più paradisiaco. Spesso, di sera, si metteva alla finestra e, spalancando il vetro, respirava avido di vita e di avventure quel profondo e caldo sentore salmastro che lo conduceva seco verso mondi lontani sostanziati di seduzioni e meraviglie senza nome, alimentate da fervide fantasie veleggianti a briglia sciolte verso il corruscare degli ultimi raggi sulla superficie azzurro laccata del mare.

Quella domenica invece fu segnata da una profonda novità che l'avrebbe cambiato per sempre. Giulia gli "apparve" quale immagine nascente da divina melodia.
Per la prima volta affissò l'attenzione su di lei, sul suo abbigliamento, sul suo viso solcato da una serena beatitudine, sulla sua declinazione d'ammirevole femminilità che parve impenetrabile anche a se stessa in quella sontuosità encomiabile. Incedeva solenne e seriosa tenendo al braccio la madre, una donna dalla bellezza severa, quasi ieratica. Molti sguardi di borghigiani e borghigiane le accompagnarono seguendole finché si sedettero al banco più avanzato sulla destra a loro riservato.
Indossava una gonna aderente al corpo color blu oltremare con panneggi colore crema disegnati sugli orli inferiori che conferivano alla figura uno slancio quasi regale di grandiosa fascinazione. La pelle di porcellana risaltava tra quei tessuti scuri ma erano l'intensità e l'espressività dello sguardo, che come un dardo si protendeva dagli occhi color nocciola, il taglio lievemente allungato e le ciglia lunghe, al cuore di chi la guardava, a colpire suscitando un effetto irruente. La bocca piccola con l'arco di Cupido molto accentuato poteva sembrare un delicato bocciolo di rosa infinitamente aggraziato. I capelli scendevano a cascata in boccoli veementi lunga l'intera schiena stemperandosi in valzer sincopati di fughe leggiadre. Due riccioli incastonavano la bella fronte ampia, superiore delizioso di un ovale perfetto. L'esuberenza estuosa delle forme e del seno non erano nascoste dalle ampie circonvoluzioni dei panneggi dell'abito.
Ferdinando iniziò allora un occulto andirivieni di occhiate per poterla ammirare senza essere scoperto da lei o dagli altri astanti, specie suo padre, distrattamente assiso lì a fianco. Già il padre di entrambi...Per quel poco che ne poteva sapere, il genitore non era mai stato troppo tenero con la figlia che aveva relegato a un ruolo di poco maggiore a quello di principale domestica della magione di famiglia assieme a una madre ormai troppo distaccata dai valori terreni per poter occuparsi validamente di faccende concrete. Con la moglie, la Marchesa di Villalta, il Conte di Roccamare sembrava non avere più stretti rapporti coniugali quasi a rimproverarla per avergli generato una figlia e non un altro figlio maschio, magari anche più pragmatico e portato alla vita militare e agli affari di quel primo figlio troppo perso dietro voli pindarici e intriso d'una sensualità estenuata di ascendenza materna. Solo poco prima dell'Elevazione i loro sguardi s'incrociarono casualmente: Giulia, accesa di colore, gli occhi dai riflessi di perla, era dotata di un'avvenenza così superiore, profonda e pura che quell'incrociarsi momentaneo equivalse per il fratellastro ad una vera e propria carezza carnale. Il giovane non poté che dissimulare girandosi lentamente verso l'altare. Avvampò, roventi le guance. Ansante il cuore nel petto.

La visione di Giulia gli elettrizzò i sensi e il sangue gli ribollì per l'intera giornata. Ci ripensò difatti per tutta la dolce serata mentre lo sciabordio delle onde sottostanti e l'aria tiepida e densa che risaliva dall'equorea distesa davvero pareva di lì un gigantesco animale vivo e pulsante. L'evanescente riflesso di Giulie e le sue labbra di corallo, presaghe di altri petali d'aggraziata intimità, i suoi colori che rifulgevano di gemme preziosi, gli riempivano i sensi perturbandolo. Sotto le leggere lenzuola di lino, s'era quasi inavvertitamente spogliato della sua usuale tunica da notte. Ora era completamente nudo, il corpo sottratto al buio dai placidi raggi lattescenti di madre lunare grazie ai quali distingueva il suo sesso teso e pulsante il quale emergeva dalle ombre. Si mise a gambe incrociate e, unendo i piedi, iniziò lascivamente a carezzarsi l'asta partendo dai grossi testicoli sottostanti sensibilissimi e gonfi. Ripensò intensamente a quegli occhi superbi e sognanti, a quelle labbra di papavero seducenti nelle loro promesse di lusinga subito negate da una fronte pura e superba. Iniziò a stimolarsi scuotendosi vigorosamente la pelle che ricopriva il glande paonazzo lasciando che brividi voluttuosi si riverberassero per ogni arto del suo giovane corpo. Sentiva il suo sesso pulsare avido di carezze e di ritmici trastullamenti peccaminosi. Fantasticò fossero le mani di Giulia a sfiorare quel pinnacolo ardente stravolto dagli spasmi e che fossero le sue labbra fanciullescamente virginali a circuirne la punta da cui traboccavano come da un otre aperto stille copiose del suo stesso piacere. Poi si mise bocconi strusciando il pene fremente sul materasso immaginando stesse penetrando le intimità inviolate di Giulia, affondando nelle sue carni rosate che immaginava intonse e perfette. Se la visualizzò plasticamente sotto di sé, le membra e il bel viso contratti per l'impeto di piaceri potenti sino ad allora misconosciuti. S'inventò i suoi gemiti dolci e femminei, in sintonia armonica con l'andirivieni dello sfregamento pelvico. I gemiti incalzavano mente roridi succhi distillavano sull'asta in fiamme.
Si rigirò non potendone più e, dopo poche altre rapide staffilate seguite dalle successive più lente e profonde, eruppe in sospiri profondi e soffocati che preannunciarono l'esplosione del suo sesso tra schizzi furiosi e incontrollati che gli giunsero fin sul braccio nerboruto e abbronzato bagnando poi le lenzuola sfatte. Sfinito, Ferdinando si contorse sul letto con ancora il corpo in subbuglio, nelle narici l'odore del suo seme vischioso. Raccolse quindi gli ultimi fiotti cremosi nel palmo della mano per poi assaporarsi trasfigurando se stesso in Giulia. Vaneggiò febbrilmente fosse lei ad accogliere quel nettare virile così denso e bollente assorbendolo golosamente tra le labbra prima di lasciarlo adagiare sulle papille gustative della sua giovane lingua da stupenda adolescente.

Da quella nottata, l'immagine di magnificente giovane donna concentrata nella preghiera rivolta al Nostro Signore sarebbe divenuta la sua ossessione. il suo segreto più voluttuoso, appassionante, inconfessabile e proibito.
Note finali:
per suggerimenti e note scrivetemi a deborah.racconti@gmail.com