i racconti di Milu
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La mia antenata proveniva dal Canada, era nata, cresciuta e in seguito si era formata in una casa di piacere, in quello che oggi noi intitoliamo l’antenato, il risaputo e il sorpassato occidente ambiente nord-americano della zona delle foreste e dei grandi laghi, assediata e circondata da un sacco di madri e da milioni di padri per lo più volanti, in mezzo a lustrini, guêpière e musica calda suonata su d’un vecchio pianoforte da mani coraggiose, forti e spavalde, con quegli occhi come delle grandi nocciole, in quanto richiamavano alla memoria dell’infanzia immagini momentanee di colori e di danze.

Lei era stata allevata, lentamente era cresciuta e in seguito maturò danzando e sviluppandosi in quel girotondo chiassoso e disordinato, ballando e imparando in silenzio. Ogni madre era entrata a far parte di lei per qualcosa, d’ognuna di esse aveva analizzato e osservato accuratamente i gesti, marcato le virtù, metodicamente imparato a dare il nome alla singolarità e alla specialità con quella bocca immatura, ingenua e piccola. Tramite loro, invero, aveva elencato e svelato le varie attitudini, le inclinazioni e le vocazioni dei vizi umani, una sequenza perpetua ritmata dall’avanzare degli anni, in seguito, all’età in cui fu finalmente autorizzata a indossare la sua prima giarrettiera, girava la voce che l’hotel Joy & Rest fosse l’emergente e indiscussa dimora, se non la migliore casa di piacere del litorale e di tutto il versante dell’ovest.

Non ci volle effettivamente molto tempo, prima che il suo nome venisse mormorato e lungamente sospirato da centinaia di bocche baffute, mescolato in mezzo a parole di tabacco e di polvere. Fra le ragazze la sua supremazia era chiara e incontrastata, visto che rapidamente con abili ed esperti picchiettii con la lingua diventò una gestrice autorevole e stimata. Un giorno però, arrivò per caso o per provvidenza un uomo odoroso d’esuberanza, profumato di mare e di limoni, per il fatto che le rivelò senza fandonie, con i ricordi lucidi e con obiettivi netti negli occhi d’un territorio illuminato dal sole, però aspro, brullo e scosceso, tuttavia capace d’una benignità e d’una grazia senza fine. Lei a quel punto desiderò, pretese e alla fine volle irragionevolmente poter avere dei ricordi simili nei propri occhi. E così, disinteressata e insensibile delle numerose controfferte e dei dispiaceri manifestati più o meno brutalmente, lasciò quella casa del piacere, dato che si portò via con sé poche cose, dal momento che si prese l’avvertenza e la briga di farle vagabondare nel tempo per mezzo delle collaboratrici della mia stirpe, e fin tanto che restò rigogliosa e viva bramò d’associarsi e di legarsi con il maggior numero possibile di domestiche, per fare in modo che l’embrione prima e il nocciolo delle aspirazioni e dei desideri in seguito, sbocciasse e si schiudesse di nuovo dentro di loro e intimamente nei loro comuni mortali.

Al momento spetta a me, poiché io lo custodisco sorvegliandola come un reperto, sì, perché quella prima giarrettiera di quella conquistata età matura e quei suoi diari scartabellati negli anni, durante quelle numerose ore notturne trascorse e sorvegliate da mani affabile e sussultanti, che acquisivano restituendo una maggiore bellezza a ciascun toccamento. Dopo, per concludere, io ricevo in eredità una magnifica vasca da bagno in maiolica con i piedi di metallo con la forma delle zampe d’una tigre: è effettivamente imponente, sfacciatamente voluminosa per l’epoca in cui era stata fabbricata, eppure nella casa del piacere la sua stanza da bagno era quella che lei privilegiava sia in solitudine quanto in combriccola e desiderava tantissimo che la rappresentasse. Per introdurla in quest’edificio, infatti, io sono stata obbligata ad arrangiarmi fracassando le pareti per farla adattare, in quanto è stato necessario spaccare un muro e ricreare successivamente due porte, però volevo a tutti i costi far rievocare e far rifiorire quella camera. Imponente e con pochi mobili non lavorati di legno dal colore morbido, la vasca al centro, racchiusa da un padiglione con una tenda di velo color porpora, dall’altra le candele sparse qua e là, in fondo e sulla parte di fronte soltanto uno specchio per ricoprire l’intero muro. Mi sono dovuta abituare e ambientare a questo grande occhio curioso, dal momento che sembrava mi sbirciasse pedinandomi nei momenti più privati, fino a quando mi sono resa conto che alle spalle di tanta intromissione e di quella silenziosa invadenza, allo stato pratico c’ero unicamente io, di questo andare giorno dopo giorno, in seguito a qualsivoglia buon risultato e appresso qualsiasi disfatta e smacco, successivamente e per causa di movimentate notti di sesso e dopo qualunque distacco, ho incominciato ad accorgermi avvertendo ormai l’esigenza di quest’incontro, di questo gradimento intimo.

Ogni volta il bisogno s’esprimeva con lo stesso involontario cerimoniale di vestiti levati in fretta, che raccontavano al parquet la giornata di quella battaglia lavorativa da poco trascorsa, la festa ornata assieme a quelle ore notturne incandescenti e a ogni passo l’evanescente semioscurità dei piedi nudi. In ogni luogo io aggancio i miei occhi solamente quando sono in piedi indifesa e senza vestiti, tenuto conto che più volte mi mostro a osservarmi con un’espressione austera, contegnosa e intransigente. La sbirciata scivola dopo sulla quella creatura per scoperchiarne da ultimo le rigature donate dalle emozioni, sennonché soltanto dopo il campo visivo s’allarga e si mette a fuoco, giacché sempre pronta lì ad aspettarmi accogliente, mite e paziente c’è lei, la vasca da bagno.

A seguito di questa visuale, anche lo specchio sorride rassicurato, in quanto non c’è traccia di meccanicità nei movimenti quando io mi chino o m’alzo sulle punte per appiccare il fuoco alle candele nei posti più disagevoli. La sensazione di ripetere i gesti già innati negli oggetti mi entra dentro quando scosto la porpora e m’adagio sul ciglio facendo defluire l’acqua dal rimbombo leggermente ferroso e tintinnante da quella valvola splendente. Il tempo si ferma quando con gesti circolari, faccio scivolare l’olio e i petali di rosa nell’acqua insieme ai pensieri della giornata. Alle spalle mi lascio una giornata con l’esalazione e la sapidità di quei numerosi documenti, mi ritrovo in questo stato di grazia mentale, quando per una bizzarra percezione dell’intelletto non erano più presenti quelle mani che suonavano, bensì un’altra melodia, risaputa ebbene sì, ma della quale braccavo l’intestazione dietro gli occhi sbarrati senza poterla raggiungere. Quando ho riaperto gli occhi in mezzo ai vapori, ecco già predisposta la meraviglia, perché lo specchio m’ha fatto vedere una stanza diversa con le pareti di legno dalle larghe assi, con i cuscini e gli asciugamani rossi.

Dalla finestra alla mia sinistra entrava una luce gialla e il panorama si perdeva una lunghissima superficie abbandonata e improduttiva, l’aria defluiva sul terreno facendo rotolare i cespugli rotondi dei rovi secchi, tra l’altro quell’unica forma di vita visibile. Su una parte dell’infisso s’intravedevano molte piante grasse spinose dai pungenti rami, che s’innalzavano nell’azzurro così chiaro da somigliare quasi a un disegno, cosicché gli occhi sono corsi dubbiosi e fulminei intorno alla stanza e di nuovo verso quella superficie riflettente per comprendere se fosse autentico e fondato, oppure se quello che assistevano era presente unicamente nel riverbero. Non ebbero tuttavia l’opportunità di cogliere una reazione, perché un’inattesa interferenza di persone che si muovono li costrinse a girarsi verso la porta, tradito all’inizio da un leggero schiarimento di gola, poi accompagnato da un delicato cigolio la porta s’aprì. Apparve in controluce la figura d’un uomo enorme, ma non pericoloso, con uno strato di polvere sopra il cappello e sui vestiti.

Io mi resi conto con stupore di non essere sorpresa di quell’arrivo, giacché lo aspettavo, perché da sopra il fazzoletto annodato dietro la nuca per proteggere il naso e la bocca dal sapore acerbo e amaro del viaggio brillavano due occhi accesi con un’espressione a tal punto ottimista e speranzosa, da far intuire subito che non gli era mai capitato niente di negativo. Io m’alzai in piedi dentro la vasca facendo scivolare quegli occhi lungo il corpo come l’acqua che scorreva via, lasciandomi puntellata da quei petali di rosa che s’adagiavano sparpagliati sulla pelle. A frantumare la staticità dell’ambiente c’era solamente la mia andatura colante sul scendiletto fino a lui, con le mie mani spruzzate d’acqua che corrono a togliere il cappello e ad allentare il nodo dietro la nuca. L’acqua si fa imprigionare dalla polvere della camicia, nel tempo in cui rapidamente allento i bottoni, ansiosa e insofferente di stampare le labbra sulla pelle. Una mano m’impugna il collo e un’altra slitta lungo la schiena fino ai glutei mentre l’acqua e la terra s’amalgamano in un bacio arcaico e durevole. Io rido a fior di labbra mentre lo guido fino alla vasca, accorgendomi che i vestiti per terra questa volta non sono i miei, lui sorride laddove io lo incito a stendersi con la schiena sul mio petto con il suo corpo racchiuso dalle mie gambe. Un seguito sorridiamo tutti e due, dal momento che incrociamo le nostre espressioni nella specchiera, visto che lui si lascia totalmente condurre dal mio modo. Io comincio a massaggiarlo sia sopra che sott’acqua, con le mani e con le gambe, massaggiandomi su di lui per fargli sentire quanto ogni parte di me lo desideri.

Dopo arriva la fame, l’impazienza, la vertigine, le mani che cercano, che toccano, che frugano che tastano e che pizzicano nel desiderio di raggiungere sempre più epidermide possibile. E la mia bocca, rossa, umida, aperta e golosa diventa subito padrona assoluta del suo sospiro anomalo e fervido, per il fatto che lo fa dilatare e discendere tramutandolo in uno sbraito. Dopo è il turno della sua bocca, che digrada irriducibile sopra di me e insegue inediti percorsi, fino al momento che quelle gambe la comprimono aderente per non mollarla in nessun caso. Sono in effetti mani che seguono, che sorvegliano, lingue che approfondiscono e che sviscerano, pensieri offuscati che ricompaiono, polpa che s’apre lasciando intravedere tagli d’anima fino a diventare un esclusivo organismo, o molte corporature e nemmeno una nell’identico e preciso momento. Infine compare il diletto che si scioglie e le dita che s’intrecciano, per imprigionare l’infinito in un attimo per non lasciarlo scappare, fino al momento in cui gli strilli degli esseri viventi si trasformano in sospiri densi e spessi. La grande vasca adesso fa da spettatrice assetata ai quei giochi bagnati, splendido pentolone che trasforma un uomo e una donna in bambini, ma sono gli occhi d’un uomo e d’una donna che s’incontrano quando in ginocchio l’uno di fronte all’altra, disegnando con le dita giochi d’acqua e incantesimi d’amore sui corpi. E’ bello guardare di traverso lo specchio nel momento finale prima di sigillare lo sguardo, mentre cerco d’abbandonarmi e di dondolare da quelle braccia che adesso hanno il sapore di lui, di me e delle rose mentre il vapore s’adagia sulle palpebre.

Il suono inatteso e preciso del bubbolo mi fa rapidamente balzare riportandomi alla realtà, mentre io sono immersa nell’acqua ormai diventata fredda. Intorno a me tutto ha riassunto l’aria familiare e rassicurante a cui sono abituata, visto che un gusto curiosamente amabile in bocca e il sorriso nel cuore m’impongono ad analizzare l’ipotesi di non aver unicamente fantasticato, per il fatto che il bubbolo attualmente rintocca. Io m’alzo, m’avvolgo e guardo nello spioncino: è il nuovo vicino di casa con una scodella piena di caffè per riconsegnarmi quello che gli avevo prestato qualche giorno prima, io gli apro e lo faccio entrare. Lui ha la stessa espressione fiduciosa e piena d’aspettative, però niente polvere né sporcizia su di lui, soltanto chilometri di vita nel cuore per arrivare fino a quel momento.

Sulle labbra gli spunta un sorriso impacciato quando lascio cadere l’asciugamano, mentre il mio profumo s’espande nella stanza avvolgendolo. Lui comincia a spogliarsi e mi segue quando io mi dirigo verso il bagno, però si ferma sulla porta, mentre io lascio defluire via l’acqua del mio sogno e ne preparo dell’altra per uno nuovo. Per un attimo guardo nel riflesso il quadro formato da noi insieme e dal mio viso sorridente, eppure m’accorgo che lo specchio mi strizza l’occhio in modo insinuante, lusinghiero e malizioso. Forse dalla nonna io non ho accettato ed ereditato solamente la vasca da bagno, tenuto conto che per tutto ciò ti ringrazio apertamente in maniera chiara e tonda che esisti nella mia vita, perché se non fosse stato per te questa storia non sarebbe mai esistita.

Grazie in conclusione con giovialità, rispettabilità e sincerità anche per il tramonto sul mare, oltre a ciò episodio non da poco, per avermi fatto per di più dormire in una delle stanze dell’hotel Joy & Rest con te, per essere entrata e per avermi accolto nella vita.

{Idraulico anno 1999}