i racconti di Milu
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Io sono seduta nella gelateria del mio paese fra un piccolo ammasso di case nella campagna umbra, dove l’apogeo della sventatezza e del diletto è la celebrazione del santo sacrificio all’altare nei giorni festivi. Io mi sento annoiata e disgustata nel momento in cui pigramente gusto il mio gelato alla panna, visto che m’imprime un indizio latteo ai margini della bocca. Io lo succhio con piacevole e squisita allusività, mentre le anziane mi guardano indignate e scandalizzate dal mio modo troppo aperto e spontaneo di comportarmi, già pregustando il momento in cui lo diranno a mia madre.

La calura dell’estate sembra più densa e umida in questo paesino dove sono capitato a causa d’una deviazione per dei lavori in corso dalla superstrada, dal momento che mi ha portato fuori dal mio itinerario. Certo, l’Umbria è anche suggestiva, però certi posti sembrano sul serio abbandonati e dimenticati da Dio. Questa piazza assolata poi, solamente un paio di donne che si trascinano il peso degli anni, forse perché sembrano uscite da una messa riparatrice. Nel frattempo posteggio l’automobile in un piccolo ritaglio d’ombra e mi dirigo verso quella che sembra essere una gelateria con la consueta insegna al neon. Tra la penombra di quegli ombrelli da giardino guardo attentamente una giovane da lontano, in quanto mi sembra graziosa, visto che lecca con evidente piacere il cono d’un gelato. Mentre m’avvicino la guardo prima distrattamente, poi il mio sguardo non può evitare le sue labbra, dove il segno bianco della panna le decora con allusiva e maliziosa grazia.

Il gelato sta lentamente finendo quando vedo arrivare verso la gelateria con passo incerto e pigro un uomo che non ho mai visto prima. Ciò che mi colpisce sono i suoi capelli neri come l’ebano che a stento rimangono ordinati nonostante una buona quantità di gel li sovrasti, dato che sembrano così morbidi da toccare. Evidentemente non è del posto, perché si capisce dal fatto che ha parcheggiato nell’unico posto all’ombra senza notare il cartello di divieto di sosta collocato poco più avanti. Ciò che mi colpisce di più è indubbiamente la camicia bianca leggermente aderente per il caldo, sbottonata, dove s’intravede qualche ricciolo di pelo nero e bianco. Sento che lui m’osserva dalla distanza, mentre a ogni suo passo i suoi occhi nascosti dagli occhiali da sole mi scrutano lentamente soffermandosi sulle labbra sporche di gelato, che io faccio sparire con un rapido gesto della lingua.

La ragazza avrà suppergiù venticinque anni, per il fatto che lascia guizzare la lingua su quel gelato come un piccolo rettile di femmina. Io la guardo da dietro gli occhiali scuri mentre lei mi fa una radiografia rapidissima, scendendo dalla testa ai piedi e risalendo con fulminea abilità d’esperta mangiatrice d’uomini. Mentre questi pensieri scorrono fuori e dentro di me, srotolandosi come una pellicola d’un cinema di paese, in qualche angolo remoto della mia mente scatta un meccanismo da predatore che non faccio nulla per scacciare, in fondo non ho moltissimo tempo e devo riprendere il viaggio, visto che non posso fare a meno di notare la curva morbida dei seni gonfiare la camicetta, la bella bocca, il profilo del naso e i lunghi capelli biondi. Poi in fatto di radiografie non sono da disprezzare nemmeno io, per il fatto che l’esame protetto dai filtri scuri delle lenti, prosegue lungo le belle gambe accavallate per finire ai piedi con le unghie laccate di nero. Mi piazzo in posizione strategica né troppo vicino né troppo lontano e ordino una pinta di tè freddo alla menta per rinfrescarmi un po’ la bocca e il cervello in via di rapido surriscaldamento. Protetto dalle lenti scure che nascondono una certa stanchezza per il lungo viaggio, afferro distrattamente da un cumulo di quotidiani la prima cosa stampata che mi capita a tiro, tanto non è la politica internazionale che m’interessa oggi, ma questo gioco di sguardi e quei capezzoli appuntiti che sparano in avanti la camicetta con quelle labbra fresche e promettenti. Lei mi guarda mentre sorseggio il tè e all’improvviso s’alza e con passo deciso s’avvicina al mio tavolo, si piazza davanti a me sotto la distanza di sicurezza, spinge in avanti il busto e con l’aria di chi la sa lunga mi dice:

“Hai finito d’osservarmi e non dire niente?”.

Detto questo, rapidamente accosta la prima sedia che le capita a tiro e si siede accanto a me. Il cervello al momento gira a mille, i neuroni impazziscono e infiniti campanelli d’allarme si piazzano in modalità di rossa allerta, perché quando mi capitano queste cose tutte le cellule si riprogrammano per l’unico obiettivo: andare in buca il più velocemente possibile. Tutti i recettori e i trasmettitori sono sintonizzati sugl’interferoni che viaggiano a mille fra di noi. Non ci conosciamo ancora, eppure i nostri corpi mandano chiari messaggi di soccorso e di cristallino sostegno. Così, giusto per spezzare un attimo la tensione o forse per valutare il fattore campo, io guardo l’oste impassibile, poi fuori verso la piazza le dico:

“Che cosa le fa credere che io la stia osservando, invece di leggere la cronaca di questo buco distante e staccato dal progresso?”. Lei acutamente m’assesta la frase spiazzandomi:

“Il fatto che lei tiene da un quarto d’ora il giornale nel verso sbagliato, o forse mi sono imbattuta in un parente del commissario Clouseau?”. E’ anche arguta e spiritosa, io non mi trattengo dall’allargarle un enorme sorriso.

“E lei signorina, ha smesso di spalmarmi i capelli di gel?”. Lei ride di gusto, mettendo in bella mostra i denti bianchissimi e scompigliandosi i capelli. La tensione di quel duello rustico finalmente evapora in uno sbuffo che immediatamente si dilegua. Il più è fatto.

“Come ti chiami, che cosa ci fai in un posto così?” - le dico con innocenza e con immediata semplicità, come se ci conoscessimo già da qualche tempo.

Non so che cosa m’abbia spinto così velocemente verso quell’uomo venuto da lontano, forse il suo sguardo, probabilmente il suo modo di fare sfrontato che in fin dei conti assomigliano molto al mio, oppure il semplice brivido che ho provato quando lui ha posato i suoi occhi su di me, nel tempo in cui le pulsazioni avanzavano nel punto più alto del diaframma.

“Io mi chiamo Franca e vivo in questo paese in sostanza da sempre” - rispondo lentamente, fintanto che studio meglio il mio interlocutore, sondando le sue labbra e i suoi denti candidi.

“I miei genitori si sono conosciuti circa trent’anni fa, mio padre era di Reggio Emilia e passava le vacanze qui dai nonni durante l’estate, giocando sempre con la figlia dei vicini di casa, fintanto che pian piano i due si sono innamorati e mio padre alla soglia dei venticinque anni si è sposato con lei. Dopo quattro anni di felice unione sono nata io” - servendomi dal suo bicchiere di tè come se niente fosse.

“La mia storia forse è uguale a milioni di ragazze in Italia, solamente che forse loro non s’annoiano né si spazientiscono così come me” - sospiro.

L’uomo si toglie lentamente gli occhiali da sole, i suoi occhi incrociano i miei, sono neri e dolci, ma allo stesso tempo consistenti e coriacei che possono scioglierti in un attimo. Io mi sento trapassare da quell’occhiata profonda, m’immagino d’essere dappertutto tranne lì in quella piazza, in quella gelateria, consapevole che tutto ormai non aveva più senso, se non quello sguardo su di me, sulla mia pelle e sul mio corpo. Mi sento assalire, magicamente invadere da fremiti d’insperata passione, faccenda quest’ultima per l’appunto mai successa, mentre pomiciavo di nascosto con i ragazzini dietro un albero per paura d’essere vista dalle signore anziane. Adesso non m’interessa più di nessuno, perché mi sento libera, però allo stesso tempo attaccabile e vulnerabile, giacché mi sento persa con lui. Nel depositare con dolcezza la domanda da centomila dollari nello spazio fra di noi, mi tolgo lentamente gli occhiali svelando la cara vecchia, ma sempre temibile arma non tanto segreta dei miei occhi, pupille che danno un senso compiuto alla mia faccia da schiaffi, dato che non mancano d’aprire una breccia nella coscienza della leggiadra “adulatrice e ruffiana” che ho di fronte.

Adesso è piuttosto rasserenata, maggiormente arrendevole e morbida, intanto che gli occhi si fanno lievemente umidi. In realtà, la signorina nasconde ottimamente il disordine che le esplode nel cuore, mentre un brivido come la corrente elettrica le parte a razzo dal cervello per divamparle come una cometa. I miei occhi come l’esplorano già pregustano i capezzoli duri come viti autofilettanti, mentre sulla lingua comincio a percepire un sentore di donna, la droga più potente che io abbia mai conosciuto. Mentre questi pensieri mi percorrono in lungo e in largo le circonvoluzioni cerebrali, la ragazza di nome Franca mi racconta in sintesi la storia della sua famiglia, del padre emiliano, sorseggiando il mio tè troppo dolce come se fosse il suo. Io apprezzo questo gesto, sicché le prendo il bicchiere di mano e lo porto alla bocca, bevo un po’ guardandola e poi le rendo il bicchiere. La complicità è scattata, così passo al livello due che consiste nel famoso sguardo con l’affondo. La guardo intensamente cogliendo la sua arrendevolezza, la sua docilità, la voglia di fuga e di ribellione che le monta dentro come un tifone emotivo. Io ipotizzo che forse potrebbe già essere partito il programma intimo, così le propongo all’istante di toglierci da quel posto che puzza d’ammuffito e di sgradevole mentalità paesana per fare un giro in auto, esplorare i colli, trovare zone d’ombra, di luce e magari un torrente giusto per rifarci la bocca impastata di quel pessimo tè. Lo so che è un azzardo, però io sono un giocatore, vincere o perdere, chi se ne frega. Alla proposta sfrontata che ha già il sapore di corpi che rotolano nell’erba, mi sento prendere fuoco le guance di un colore rosso acceso, vorrei dire subito di sì, dai andiamo, fammi tua, eppure qualcosa mi trattiene. No, è troppo facile, soltanto perché ha uno sguardo penetrante non può avermi così facilmente, penso, mentre cerco una risposta alla sua improvvisa domanda. Rifiutare non se ne parla nemmeno, dove posso trovare un bell’uomo così maturo che mi possa far divertire senza coinvolgimenti sentimentali?

“Dove pensi di trovare fiumi e ruscelli, in quest’estate silenziosa e torrida? Senza contare che i tuoi lussureggianti prati verdi in questa stagione, sono di un colore giallo secco, però se tu vuoi andare, t’indico la strada e me ne ritorno a casa al fresco. Sai, i miei genitori ritornano tra due giorni, devo pur andare a fare qualche pulizia” - concludo con il cuore forte.

Se non è un idiota, dovrebbe aver capito il mio interesse e il mio implicito invito, in effetti avevo la casa libera e il mio letto piangeva ormai solitario da molto. Alla mia proposta forse un po’ idiota, perché qui tutto arde e brucia sotto il sole estivo e i torrentelli grondano fanghiglia secca, la ragazza che mostra di saperla lunga, così lancia un messaggio. Per fortuna interpreto correttamente lo scenario: la casa è libera, i suoi genitori sono fuori: si può stare tranquilli in un letto comodo, invece di lasciarsi punzecchiare le chiappe dalle sterpaglie e dalle zecche, così con naturalezza le dico:

“Sì, t’accompagno a casa, certo, magari m’offri un po’ d’acqua fresca, per togliermi il sapore di queste bustine”.

Pagato rapidamente il conto ci avviamo verso l’auto che gode ancora di un po’ d’ombra, le apro la portiera dal lato del passeggero e salgo.

“Non t’ho ancora detto il mio nome” - le dico, mentre infilo la chiave dell’accensione e avvio il motore. Ci guardiamo.

“Il mio nome è Davide, il resto non ha grande rilevanza però se vuoi sapere di più basta chiedere” - aggiungo io punzecchiando il suo interesse.

Io m’avvio sennonché verso l’uscita della piazza, per poi imboccare una strada provinciale secondo le indicazioni di Franca che al presente si comporta da navigatore. Io mi godo la guida su questa strada fiancheggiata dagli alberi, sono rilassato, l’atmosfera mi sembra bella, la luce filtra tra gli alberi e illumina le gambe della ragazza seduta accanto a me, con la delicata peluria bionda che appena si nota con quella pelle dorata e liscia.

“E’ lontano?” - le chiedo sorridendo.

“Ancora un paio di curve” - mi risponde finalmente allegra.

Io rallento, poi finalmente ecco una bella casa colonica isolata: è circondata da alti alberi e vari arbusti, un piccolo vialetto sterrato porta al cancello in ferro battuto.

“Ecco, fermati qui”.

Io freno dolcemente, mi fermo e poi scendiamo. Lascio che m’accompagni dal cancello alla facciata della casa, che con le sue persiane e i folti rampicanti mi parla di una semplice eleganza, d’attenzione dei dettagli curati senza eccessi.

“Abiti in una bella casa” - le dico, avvertendo una tensione che ancora si riaffaccia.

Lei è giovane e si fida di me, penso con un moto di dolcezza nei suoi riguardi, perché qualsiasi cosa accadrà sarà bello, perché con questi pensieri ancora nella mente la seguo nell’ampio ingresso da cui s’intravede un bel soggiorno e una scala che porta ai piani di sopra. Io sto per fare il primo scalino, quando percepisco uno strillo e piegandomi osservo il mio visitatore che è salito su d’una seggiola, mentre Argo il mio cane, un pastore tedesco ringhia eccitato contro di lui. La scena è così buffa che mi metto a ridere come una deficiente, sedendomi sui gradini di marmo bianco, quando finalmente mi ricompongo richiamo il mio amato cagnone facendolo andare fuori in giardino e mi giro verso il mio invitato. Davide è imbarazzato, perché sa che ha reagito d’impulso e un lieve rossore gli copre le guance, finalmente la sua sfacciataggine è caduta e lui ha rivelato un animo quasi umano, lasciando alle spalle il divo dallo stile “controllo, decido ed esigo”. Io lo accompagno di sopra nel bagno perché si dia una rinfrescata, gli procuro una maglia nera di mio padre un po’ aderente, mentre gli stendo la camicia sudata al sole. Mentre l’acqua scorre, scendo in cucina e gli preparo qualcosa di fresco da bere, ben lontano dalla brodaglia che ha sorseggiato al bar e qualche stuzzichino tanto per dare un servizio completo, in fin dei conti sono un’ottima padrona di casa. Attendo il mio ospite nella veranda vicino al salottino nel divanetto di vimini, mentre una leggera brezza fa muovere le tendine e rinfresca l’aria, io sento però che la situazione s’arroventa sempre di più, mentre sento i suoi passi rapidi che arrivano verso di me. Io mi volto, noto che i suoi capelli hanno perso quella compattezza trasmessa dal gel di marca, quello della pubblicità. A lui basta una doccia per ridargli la forma originale, la maglietta fa risaltare i muscoli delle braccia, simbolo forse di ore passate in palestra a sudare per rinforzare la muscolatura. I jeans leggermente abbassati rivelano un paio di boxer neri. A dire il vero è davvero un bell’uomo, io finisco, mentre lo faccio accomodare vicino a me, in quanto sto ancora ridendo per la scena all’ingresso. Non so perché, ma i cani sono per me come i serpenti per Indiana Jones.

In questo modo ho fatto la figura del cretino, attaccato alla sedia che miracolosamente sono riuscito ad afferrare, prima d’essere insalivato dalla lingua chilometrica di quella bestia troppo affettuosa. Lei ride come una matta, a piena gola, una bella risata gioiosa che ha il sapore di bellezza e di gioventù, di questo andare smetto i panni del duro e mi lascio andare anch’io. Rido con lei, scendo dal mio rifugio, il gigantesco pastore tedesco si è placidamente accomodato in giardino, io m’avvicino a Franca e le do un primo piccolo bacio sul collo, vicino all’orecchio. Lei m’accompagna al bagno al piano di sopra, dove posso rinfrescarmi un poco e indosso una delle magliette del padre, che lei gentilmente mi mette a disposizione dopo aver steso la mia camicia bianca al sole. Quando ho finito, scendo di sotto dove Franca m’attende in veranda, seduta su d’un divanetto di vimini, l’aria è finalmente fresca, sento di piacerle, anche perché è caduto il velo di spocchia e di vanità che un po’ ci divideva. Da amabile padrona di casa ha preparato una bevanda fresca e degli stuzzichini, lei s’alza per servirmi da bere e per un attimo mi volge le spalle. Io mi rialzo a mia volta e con gentilezza l’abbraccio. Lei si lascia condurre, allinea le terga al mio torace, lascia che io aspiri il profumo dei suoi capelli, poi solleva le braccia cingendomi la testa con le mani per affondare con le dita nei miei capelli folti. E’ un momento di perfezione assoluta, le faccio cenno di voltarsi, perché è sufficiente un piccolo tocco con le dita, dato che lei capisce al volo. Ancora l’abbraccio, ancora il suo corpo che aderisce al mio, finalmente le nostre bocche si cercano e la tensione accumulata si scioglie in un lungo bacio, mentre le mie mani cominciano a viaggiare sulla sua schiena e trovano la pelle sotto la camicetta.

L’attuale primario approccio è un brivido che ci attraversa entrambi, il primo accostamento è pressoché cedevole essendo scalzato da un lampo di passionalità, poiché Franca è carnale, è lussuriosa, poiché intuisco sia una femmina forte, dolce e risoluta al tempo stesso. Io in realtà non amo i preliminari estenuanti e il desiderio d’ambedue cresce imperioso, giacché i corpi implorano d’essere soddisfatti, in tal modo con un gesto elegante Franca mi tende la mano e m’invita a salire nella sua camera, che si rivela grande e luminosa con un grande letto al centro. Assurdo e inammissibile non osservare per un appassionato dei particolari quale sono io la frescura delle lenzuola bianche appena stirate e disposte per di più con cura, in tal modo sorridendo fra me e me penso che fra poco quel candore sarà scompigliato e impregnato dell’odore dei nostri corpi. In seguito ci sediamo, dopo i nostri sguardi si squadrano, io però voglio vederla nuda, subito, siccome non posso aspettare. La bacio ancora poi ci alziamo e inizio a sbottonarle la camicetta sorridendole, in poco tempo i suoi seni nudi si rivelano in tutta la loro bellezza, sono alti e sodi, i capezzoli duri che inizio ad accarezzare con le dita, poi le mani si riempiono, mentre un sospiro di piacere esce dalle sue labbra dischiuse. Io voglio continuare a svestirla, adesso la gonna in un attimo è ai suoi piedi, solamente le mutandine che sfioro immediatamente coprono la sua nudità. Sono già bagnate come intuivo, dopo le sfilo, prima una gamba poi l’altra, ed ecco che volano attraverso la stanza lasciando una prima scia del suo acre e pungente effluvio, finalmente adesso è nuda, nessun’imbarazzo, soltanto il suo corpo, il pube biondo pronto a schiudersi.

Al momento spetta a me, rapidamente mi tolgo la maglietta nera, poiché lei vorrebbe baciarmi, io però la respingo con dolcezza, poi mi sfilo i jeans che compiono un’altra traiettoria insieme ai mocassini. Adesso soltanto i boxer neri, già gonfi della mia erezione. Pertanto sì, ora sì che puoi Franca, l’ultimo diaframma te lo lascio. Con impareggiabile grazia lei s’inginocchia davanti a me, mi cinge i fianchi, poi le mani volano ad accarezzarmi prima la schiena infine il petto, intanto che mi regala piccoli baci e piccoli delicati morsi attraverso il tessuto dei boxer. Io le accarezzo i capelli, la mia erezione cresce ancora quando Franca cogliendo l’attimo, mi sfila i boxer che si afflosciano ai miei piedi. Io gioisco della mia nudità, della mia virilità che lei guarda con evidente piacere, dato che poi impugna a due mani prendendone possesso senza alcun timore. M’accarezza l’asta, facendo scivolare la pelle verso il basso e nello stesso momento mi massaggia i testicoli, mentre un senso di calore e di piacere m’invade. Tutto avviene con calma e naturalezza, come se ci conoscessimo da lungo tempo, giacché comincio a sentire mia questa giovane donna che m’ha accolto in casa sua.

Quando finalmente libera dai vestiti io m’inginocchio davanti a lui, inizio a studiare bene il suo corpo, in quanto i pettorali ampi ricoperti di peluria e in mezzo alle gambe si nota un’erezione che farebbe piacere a qualsiasi giovane donna sana di questo pianeta. Inizio ad accarezzarlo pian piano a due mani, mentre la pelle scivola delicatamente verso il basso, rivelando una cappella gonfia e lucida già bagnata dall’eccitazione. Appoggio le labbra dolcemente e con la lingua inizio a segnare i contorni di quel magnifico uccello, poi le mie labbra si schiudono per farlo sparire in bocca dolcemente, mentre con la mano non smetto d’accarezzarlo, mentre ansimi di desiderio e di piacere escono dalla sua bocca. Io m’impegno al massimo, lo lecco, lo succhio, lo accarezzo per poi ritornare a succhiarlo aumentando la velocità, stringendolo fra le labbra e facendo veloci guizzi con la lingua sulla cappella, assorbendo ogni suo gemito ogni suo respiro profondo, e il suo piacere. Io m’alzo in piedi e lo faccio stendere sul letto, o meglio ancora lo spingo e lui si ritrova steso tra candide lenzuola bianche che già profumano di noi. Inizio con piccoli baci sui piedi, per poi andare sempre più su e notare la sua erezione ancora più grossa, per il fatto che sua eccitazione è palpabile e ormai si mescola alla mia.

Franca si rivela in modo inatteso una magnifica intenditrice, perché mentre usufruisco della sua bocca e della sua lingua guizzante, non posso non pensare al potere immenso d’una donna con un cazzo in bocca. Sono pensieri a lampi di luce e di calore, perché il piacere che mi dona è intensissimo, siccome io ho sempre amato questo tipo di rapporto. La bocca è per me un organo sessuale divino, magnifico: mangiare, bere, baciare, parlare, aspirare, succhiare ed essere mangiato, bevuto, aspirato e succhiato. Piccole spinte del bacino e le scopo la stupenda bocca, mentre lei muove la testa cambiando continuamente posizione per darmi emozioni sempre diverse. Mi rivela un amore e un trasporto autentico, quasi commovente, poi all’improvviso smette, lasciandomi orfano della sua bocca accogliente e mi fa stendere sul letto fresco di bucato. Io mi sdraio completamente rilassato, con le gambe aperte, giacché l’erezione è in vista. Lei s’accoccola ai miei piedi e inizia a baciarli con piccole leccatine fra le dita, carezze e massaggi, poi s’avvicina mi bacia le gambe, le accarezza, afferra nuovamente l’uccello, perché ha capito che può giocarci a suo piacimento. Lo sfiora con i capezzoli e lo accarezza, i suoi movimenti non sono bruschi, dato che sa come fare. Ancora saliva piove sulla cappella lucida, ancora la lingua arcuata irrigidita disegna una sorta di calligrafia del piacere sulla mia pelle tesa, poi ancora lo inghiotte fino alla radice, facendomi sentire il calore del suo alito con dei piccoli e delicati morsi. Ogni tanto le afferro i capelli non per costringerla, ma per sentire meglio i suoi movimenti anche nella fase ascendente.

Adesso si stacca dal cazzo e risalendo mi bacia e mi lecca il basso ventre e poi l’addome soffermandosi sull’ombelico, poi il petto, l’attaccatura delle braccia, intanto che sento il suo profumo espandersi. Così, mentre continua a baciarmi e leccarmi la pelle del torace, io infilo una mano sotto di lei per cercarle la fica, che trovo grondante, aperta, calda, disponibile e morbida. Le mie dita godono di questo contatto esplorativo, lei muove i fianchi per accogliermi meglio e mugola mentre mi bacia con maggiore passione. Con le dita bagnate dei suoi fluidi raggiungo l’ano, lo massaggio dolcemente, ne misuro la consistenza e l’elasticità, dopo lo forzo entrandovi con il dito medio che riceve come una scossa elettrica, poi un improvviso cambio di marcia. Franca scuote i capelli, li sbatte come una dolcissima frusta sul mio petto, mugola di desiderio e di piacere, ambedue ci baciamo mescolando le nostre lingue. E’ un bacio molto appassionato dove ognuno vorrebbe dare il massimo di sé all’altro, le nostre mani s’incontrano, poi le sue afferrano saldamente il cazzo eretto, Franca si erge in tutta la sua bellezza a cavallo del mio bacino, il cazzo nelle sue mani è come un serpente magico che sente di spingersi istintivamente verso l’alto. Con i capelli sul viso, le spalle scosse e il ventre pulsante Franca s’abbassa per accogliere il mio uccello dentro di lei. Lo fa piano, con una certa solennità, perché vuole evidentemente godere d’ogni millimetro della penetrazione, poi finalmente s’impala con grande determinazione, poiché è una scossa violentissima per entrambi, una frustata di piacere, milioni di piccolissimi aghi di cristalli e microscopici soli che esplodono dentro di noi. Lei si ferma, gode della mia presenza dentro di sé, m’ascolta, poi finalmente inizia la danza.

Al primo impatto con il cazzo che entra lentamente in me io chiudo gli occhi e sospiro mentre m’impalo lentamente. Finalmente quando è tutto dentro comincio a muovermi prima piano, per sentirlo meglio in me e poi velocemente mentre fisso negli occhi Davide. Le nostre lingue si sfiorano mentre il mio bacino si muove velocemente, le mani s’incrociano, si lasciano e s’incontrano di nuovo, la sua lingua passa da un capezzolo all’altro, le sue dita sfiorano il mio seno e i miei fianchi, per darmi un ritmo maggiore e profondo. Io mi stacco, per il fatto che attualmente sono stanca d’esser io a condurre il gioco, mi stendo di fianco a lui, dato che con sorpresa osserva ogni mio movimento. Il suo cazzo prima al caldo sembra tremare a causa dell’inaspettato cambio di temperatura, mentre io mi sistemo i capelli ancora scompigliati, Davide con una mano cerca di prendermi per la testa e guidarmi verso il suo uccello duro, però il mio collo diventa marmoreo e i nostri sguardi s’incrociano, i suoi sono vogliosi, i miei viceversa freddi:

“Se hai intenzione di godere solo tu” - affermi.

“Dimmi che ti mollo da solo, in tal modo ti manipoli” - finisco, intanto che la sua mano prima salda diventa dopo maneggevole e morbida.

Per un attimo che sembra prolungarsi oltre il dovuto, non capisco il motivo di quest’improvvisa ribellione della mia amante, poi con fulminea illuminazione mi stendo su di lei e inizio a baciarla, giacché voglio farle sentire che anche se per poco è la mia donna, un qualcosa d’assoluto e di vitale in questo deserto. Si rilassa, m’accarezza il viso mentre le stringo i seni con le mani. Si lascia andare Franca, mentre le lecco il ventre, mentre le sollevo le gambe e me le sistemo sopra le spalle in modo d’avere completo accesso alla sua fica, assaporando qualsiasi gradazione della sua inconfessato e magnifica sapidità con la lingua, che peraltro sprofonda abbandonandosi nelle sue pieghe per poi impadronirsi del clitoride eccitato, mentre il pollice destro s’intrufola agevolmente nel suo didietro diventato da ultimo cedevole, inumidito e remissivo. All’istante voglio prenderla, anelo farle sentire il mio vigore, la pienezza totale del mio cazzo, cosicché la penetro lentamente, intanto che la sua fica m’aspira arrendendosi e cedendo passo dopo passo. Io la guardo nella profondità dei suoi occhi azzurri, poi inizio a scivolare dentro e fuori con piccole soste per avere attimi d’assoluto e d’intenso piacere. Il ventre di Franca mi viene incontro, ogni colpo, ogni affondo si propaga come un’onda e mentre la scopo non riesco a stare lontano dalla sua bocca che continuo a baciare e dove infilo le mie dita, avverto che hanno intriso il nostro sapore. Lei ha come degli scatti rabbiosi cui rispondo con colpi più profondi, adesso la faccio inginocchiare sul letto con la schiena inarcata e il bellissimo sedere offerto alla mia vista, frattanto le accarezzo la schiena come fosse una bella giumenta, lei scrolla la testa, fa ondeggiare i lunghi capelli, scuote le spalle e muove il bacino.

Io m’inginocchio dietro di lei, le mie mani cercano le natiche che sono divaricate mostrando il suo sesso bagnato che inizio a leccare ancora. Qualche schiaffo sulle natiche, poi sono sopra di lei con il busto eretto, l’uccello duro che cerca la fica da penetrare da dietro, perché è la mia posizione preferita. Ecco, affondo in lei, un lungo dolcissimo lamento le esce dalle labbra, ancora carezze alla schiena che si muove ritmicamente. Davide capisce che non c’è soltanto il suo corpo che va soddisfatto, che va riempito di baci ed esplorato, ma anche il mio. Al mio ritiro diventa un altro uomo gentile e premuroso che m’accarezza, mi bacia, esplora il mio sesso per dargli sempre più piacere e che lentamente mi gira per poi infilarmi con dolcezza quel cazzo duro. Forse non lo sa, eppure essere presa da dietro mentre una mano m’accarezza la schiena è la cosa che preferisco di più, successivamente inarco la colonna vertebrale per sentirlo sempre più dentro, muovo ritmicamente il bacino velocemente, poi rallento il ritmo e ricomincio. Gemiti e sospiri mi escono dalle labbra, mentre Davide mi prende per i fianchi e comincia a dare delle forti spinte. Il mio primo orgasmo è vicino, sento la temperatura che aumenta intanto che un piacere fenomenale si diffonde dalla mia fica a tutto il corpo, io frigno in maniera inarrestabile e strepito:

“Sì, ancora, così, non fermarti” - mentre il mio amante continua le sue veloci spinte, senza darmi un attimo di tregua, viceversa, aumentando il ritmo e affondando sempre più la sua cappella dentro di me.

Io inarco la schiena e mi sollevo, le nostre labbra s’incrociano e ci baciamo con passione, mentre una mano mi stimola il capezzolo destro facendomi sussultare di piacere, continuo ad accarezzare quella bella schiena inarcata, procedo dalla nuca alle spalle poi scendo verso le reni, lungo la colonna vertebrale, per poi risalire ancora. La mia mano percepisce tutte le vibrazioni di quel corpo urlante di desiderio, ogni minima variazione di temperatura, il ritmo diventa sempre più vigoroso, affondo in lei senza ritegno alcuno, il mio uccello è un’unica terminazione nervosa che raccoglie ondate di calore. Adesso la trattengo saldamente per i fianchi, mentre spingo il capo all’indietro e spalanco la bocca in un gemito fortissimo di piacere, sicché come colpita da una frustata Franca rincula e agita il bacino per godere di più, per non perdersi ogni minimo dettaglio del cazzo che la fruga e batte. Io mi chino verso di lei e faccio scivolare dalla mia bocca una goccia di saliva che centra con mirabile perfezione il buco del sedere, poi le appoggio tutta la mano destra aperta sul fondo schiena, il pollice la penetra nel buco, la scava, si muove dentro di lei in sincrono con il cazzo che la scopa. Franca ha una risposta selvaggia che aspettavo e di cui godo, il suo corpo s’agita sempre più, sembra come imbizzarrito e raggiunge un orgasmo, s’alza verso di me ancora una torsione del busto mentre mi cerca la bocca e la lingua. Ancora i suoi capezzoli da tormentare, poi giù di nuovo, i capelli scomposti, le gocce di sudore e l’odore di sesso, io mi riposo un attimo senz’uscire da lei, le accarezzo il sedere, un piccolo schiaffo alle natiche e ripartiamo in un ultimo assalto. Sto ancora gemendo per il forte orgasmo provato, quando sento il suo cazzo riempirmi ancora non accennando a smettere, le sue mani salde sui fianchi mi muovono verso di lui, senza darmi tregua facendomi ansimare, le mie dita intanto si muovono veloci alla ricerca del clitoride ormai molto gonfio e pronto all’esplosione.

Sono soddisfacenti e brevi quelle pennellate risolute, giacché il mio urlo squarcia il pomeriggio d’estate, io gemo, mentre lacrime di piacere sgorgano dai miei occhi chiusi dalle intense vibrazioni che sto provando. Davide si ferma, il suo cazzo si gode tutte le mie contrazioni uterine che lo stringono spingendolo verso l’interno, lui si stacca lentamente e si stende in attesa. Con un rapido gesto afferro tra le labbra la cappella e inizio a succhiarla. Il suo sapore di cazzo s’unisce alla mia saliva e ai miei fluidi orgasmici in un miscuglio delizioso, ne lecco bene la punta mentre le mani fanno scorrere la pelle dell'asta verso il basso. I testicoli sono duri e tesi, pronti all’esplosione. Un gemito, intanto che il primo getto di sperma caldo m’attraversa la faccia coprendomi il naso di calda crema bianca. Il resto non me lo faccio scappare, inizio a ingoiare e succhiare, golosa di quel gelato che esce ricco dal suo cazzo evitando di sprecarne perfino una goccia, lecco e succhio fino a quando non resta più niente. Invece di lasciarlo, continuo a giocarci con la lingua per poi adagiarlo lentamente sul bacino di Davide e voltarmi a guardarlo soddisfatta. L’orgasmo più intenso di Franca arriva con un urlo che dilania l’aria estiva, perché geme e piange di piacere. Le sue contrazioni mi stringono e rilasciano come una mano interna, poi mi sfilo da lei con delicatezza e mi stendo ansimante, il cazzo è ancora duro e teso ben irrorato dai suoi stessi fluidi completamente zuppo. Con un movimento rapido lei s’inginocchia e lo ingoia regalandomi un supremo pompino, che questa volta intende andare al sodo senza compromessi di sorta, nel leccarmi mi masturba vigorosamente, perché vuole farmi venire nella sua bocca. Tutto il mio essere è teso verso quest’orgasmo finale, questo miscuglio di fluidi e di sapori. Ecco, che dal cervello mi parte improvvisa come una marea montante la scarica orgasmica, perché dai testicoli sale il fiotto di sperma caldo che l’investe nel viso, gocce sul suo naso, filamenti ai lati della bocca. Il resto lo ingoia con gioia fino all’ultima particella, inutile e superfluo dire che questi sono momenti di particolare piacere per me.

Quando sono completamente scarico Franca alza il viso e mi guarda con quell’aria libidinosa e soddisfatta, io le faccio cenno d’avvicinarsi al mio viso, afferro il suo fra le mie mani, lo bacio incontrando ancora tracce di me, poi la bacio e gioco con la sua lingua che ormai ha un sapore indefinibile, infine si stende su di me, rimaniamo così, tranquilli e soddisfatti per molti minuti, perché stare tra le sue braccia mi dà un senso di protezione unica. Siamo ancora spossati dal nostro stesso e altrui piacere, in quanto chiudo gli occhi e mi raggomitolo ancora più su di lui che m’accarezza la testa in un gesto, così intimo che forse neanche lui se lo aspettava. Mi copre con un lenzuolo, il vento della sera filtra dalla finestra e si reca in bagno a farsi una doccia, ormai conosce bene la strada. Dopo qualche minuto lo seguo e mi butto nella doccia con lui, mi lava la schiena e mi bacia con tenerezza, ci asciughiamo a vicenda e siamo di nuovo sul mio lettone.

Il sole sta tramontando e la stanza si tinge di caldi colori rossi arancioni e gialli, tutto sembra un’atmosfera irreale, sappiamo bene entrambi però che presto finirà, lui tornerà ai suoi impegni, io tornerò alla mia solita vita. Lui comincia a vestirsi, io seguo ogni movimento del suo corpo, prima i calzini, gli slip che nascondono così quel ben di Dio e poi tutto il resto, dopo lo riaccompagno in piazza, perché avevo lasciato lì la bicicletta. In viaggio siamo silenziosi, io guardo fuori dal finestrino, Davide scruta la strada ormai buia. Arrivati a destinazione lui mi saluta timidamente conscio delle persone che stanno vedendo lo straniero con una ragazza di paese, forse di venticinque anni più giovane d’età. All’improvviso lui preso dalla passione mi prende per i fianchi e mi bacia appassionatamente, io rispondo al suo impeto e restiamo lì diversi secondi uniti, lui sale in macchina, mi guarda e mi lascia il suo numero di cellulare:

“Nel caso tu volessi sentirmi ogni tanto, perché sai che è quasi impossibile che ci rivedremo” - m’informa dispiaciuto:

“La vita è lunga e fa molti giri” - rispondo io sorridendo e ammiccando.

“Sappi che sei un amante fantastico, però forse non c’era bisogno che te lo ricordassi. Comunque devi sapere che io ho altri due giorni liberi a disposizione e che la mia cucina non è male” – concludo punzecchiandolo.

Lui s’avvia con la macchina non senza un ultimo bacio finale, io inforco la bicicletta e mi dirigo verso casa. Ormai sono già le nove di sera, alle ventitré suonano al citofono, assonnata e stupita mi dirigo per rispondere:

“Sì?”.

“Franca, sono Davide, aprimi”.

Sorridendo con gli occhi luminosi apro la porta. Tutti, alla fine, prima o poi ritornano.

{Idraulico anno 1999}