i racconti di Milu
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Oggi va bene nonostante sia già l’ora del tramonto, l’aria primaverile è ancora tiepida dal momento che mi metto i pantaloncini corti e soltanto una maglietta, siccome questa sera si correrà di buon ritmo per almeno un’ora intera, per quella strada non asfaltata da quella parte verso la collina, esattamente a ovest. Quest’oggi in verità non ho ancora ricevuto alcun segno da Sandra, sebbene i miei numerosi e prudenti messaggi siano stati inoltrati: a questo punto mi rimane il dubbio e il concreto timore d’un qualche difetto o perfino d’un lieve malfunzionamento, o forse non t’ho liberato né sciolto a sufficienza dai legami della giornata, di questo andare l’intensità dei pensieri che già dalla notte precedente penetravano, adesso s’ammasserà e si concentrerà in me nel bosco di corsa. E’ passato il tempo in cui sorprendendoci timidamente ci siamo eccitatati ed entusiasmati, lontani con quell’inseguirci di messaggi fino all’ammissione e alla libera e licenziosa confessione finale:

“Adesso sono in riunione, mi trovo con degli altri collaboratori e sono integralmente bagnata per colpa tua” - ho letto improvvisamente sul quel piccolo e monocromatico visore.

A quel punto la sua imbarazzata e turbata soddisfazione di quel contatto impalpabile diventava anche mia, dato che continuavo senza esitare fino a immaginarla fuori per alcuni istanti da quel soggiorno, distaccato e fuori mano da quelle persone per un intrinseco e profondo individuale conforto, siccome in seguito tu m’hai abilmente e virtuosamente confidato lambendoti con la lingua al momento le dita, come hai compiuto in quell’occasione. Il ritmo diventa subito energico e intenso, forse perché già per tutta la giornata la grinta nelle sue sconosciute forme ha circolato nel mio corpo, facendomi pensare a delle fantasie febbrili con lei eccitandomi e anche evocando.

Il bosco è già folto e il primo tratto d’asfalto è superato, io respiro a fondo, dal momento che mi gratifica alquanto fantasticare e m’appaga ideare come le andrebbe a genio l’attuale movenza dei muscoli del ventre che si comprimono, con quelle spalle ampie per dissipare all’esterno il respiro per poi riacciuffarlo, marcando il ventre e il petto verso l’esterno con quella falcata che s’impegna irrigidendo a ritmo la coscia segnata dai tendini dei muscoli, precisamente quegli stessi che io ho premuto inumidendoli con i tuoi fluidi e scivolando nel cercare un’impossibile penetrazione, allargando al passaggio le tue cosce, le grandi labbra e la tua mente, impegnandomi con cupidigia e con gli occhi aperti sul seno e sulla bocca. Lo stesso movimento del ventre e del petto, che adesso slancia il ritmo delle mie gambe peraltro simultaneo e discordante, depilato per convertire maggiormente i succhi roventi e sfuggire da una parte all’altra impugnando i glutei morbidi e sferici come una garantita certezza.

Fu difatti in quel tempo, al rientro dalla Danimarca, accaduto più di tre anni fa appena, all’esterno del settore arrivi dell’aeroporto, che io avevo azzardato esaminando per bene quel comunicato, siccome ha spifferato rendendomi nota in seguito la tua autentica indole. Inizialmente ci interpellavamo, giustappunto per tenerci in aggancio e in collegamento dopo numerose stagioni senza neppure più incontrarci, probabilmente in quanto eravamo alquanto deconcentrati, disattenti e perfino disgustati. Quel verificarsi ancora di quei cauti, guardinghi e prudenti messaggi, all’improvviso riapparvero dimostrandosi in quel linguaggio quasi comico e umoristico “sono integralmente inzuppata” oppure “mi trovo al congresso”, allorché per me era unicamente la riapparizione dopo un sonnacchioso viaggio internazionale, non per questo estraneo né coinvolto verso quei desideri, al contrario, aumentati e cresciuti a dismisura dalla lunga assenza da casa, perché da allora, invero, sebbene lontani per lungo tempo, a oggi abbiamo ripetuto più volte questa situazione sempre con effetti deturpanti e sfiguranti almeno per quella parte di mente, che si sarebbe dovuta focalizzare a quell’ora per mezzo di quegli svariati impegni professionali. Abbiamo anche ripreso a vederci sia pur di rado, aizzando e scatenando per un’insonne notte intera su d’un letto o per un’ora solamente sul sedile di un’auto tra quell’alta vegetazione fantasie nascoste e appena accennate per dieci anni, eppure intense, con le bocche piene, con le lingue vogliose e gli orifizi caldi e pronti, con i polpastrelli che scivolano frugando e le cosce che s’inondano di fluidi che colano.

Io attualmente corro veloce con le mie gambe nel bosco e fuggo con le fantasie che da qualche giorno non m’abbandonano, forse l’una alimentando le altre e viceversa, giacché non posso non dirigere l’occhiata a quegli attimi di letizia e di gioia avvertiti con chi attualmente coabita in mia presenza, al momento nella sua dimora non distante da qua, pressoché allestita al meglio per consumare il banchetto serale, senza esigere né rivendicare altre pretese. Una volta, invero, Francesca non faceva economia, giacché in mia presenza lei era la piena libertà e la totale nudità: bastava solamente un breve cenno alle volte o un civettare poco più duraturo, dato che le dita curiose e fameliche sprofondavano in brevissimo tempo tra le gambe, tra le labbra, tra i glutei per cercare la reazione che combina i sensi in una formula di gemiti sordi. Su quella poltrona dall’aspetto serpeggiante e quasi orizzontale visibilmente denudati abbiamo tanti ricordi, dove sono impregnati i nostri fluidi che carichi di piacere cadono per gravità coprendone i volti, rabbuiandoci la vista assieme ai nostri corpi che si muovono a ondate.

Questi dieci minuti d’accelerazione rapida e continua devono dare adesso tutto il senso alla corsa, portare l’ultima mezz’ora di ritorno a un ritmo importante e allenante che lasci il segno. Sembra in effetti una piccola crisi di fiato, però è soltanto zucchero che viene meno: d’ora in poi la fatica non si deve più sentire e il ritmo veloce va a memoria, perché qui si raggiunge il piacere della fatica, dei muscoli che liberano gesti e mosse elaborate in una totale direzione con delle disposizioni definite assieme a un ameno e gradevole passatempo di comitiva. In realtà, è in tal modo pure adesso, perché lì alla giravolta, terminato il tratto non asfaltato si ritorna e si volteggia con il cuore in nessun caso nel gozzo, bensì sopra il suo ingresso per un affondo e uno strappo che avrà la sua conclusione seguito da una graduale decelerata. Io la convinsi ancora resistente, per incontrarci dopo la confessione della sua sensibilità che è anche vulnerabilità, dato che le descrissi semplicemente le cose che avrei fatto di quell’insperato, anzi, inaspettatamente rapido appuntamento che fu organizzato nei dettagli per il giorno dopo.

Prima d’incontrarci ci siamo mandati ancora dei messaggi, da dove avremmo cominciato e se saremmo stati mai capaci di ricominciare. Io mi spostai in auto al buio per duecento chilometri, tu eri già là, non ci risparmiammo, perché alla fine ti sei scagliata su di me senz’esprimere un termine, ti sei riempita prestissimo la bocca di me, hai reclamato percosse furente con le mani nel profondo, per far tacere gemiti che avrebbero voluto invece essere ammirati e ascoltati da una numerosa platea in quel buio della stanza. Tu non hai voluto assopirti, perché quella volta hai fatto finta di volermi indurre al sonno, per poi far cascare la mia mano tre le tue gambe, per aprire in tal modo il frutto di quella polpa energetica e sostanziosa, per frugare uscendo, richiudendo e riaprendo ancora più in largo di prima. Un’altra volta, invece, hai bramato che premessi il tuo seno e il tuo ventre, che m’intrufolassi nel tuo palato, che accettassi e che accogliessi la tua lingua e i tuoi capezzoli.

Tu non hai voluto che io dominassi le situazioni, giacché hai invece sempre voluto che padroneggiassi le sorprese, però mai dichiarate da intenderle in anticipo con pochi segni. La corsa del ritorno è veloce, le pulsazioni sono sulla soglia massima, il bosco s’immobilizza man mano nell’ora del tramonto con i rami che svelano presenze qui e là, poi ritorna l’asfalto. La corsa è finita ed è soltanto più sudore, è sete d’ossigeno e d’acqua, è durezza di tendini e di muscoli che vorrebbero però non sanno ancora rilassarsi, comunque c’è pieno benessere e pienezza corporea. Al momento ecco l’acqua della doccia che scorre, l’acqua che scivola sulla pancia in realtà levigata, l’impeto domina e spicca da quell’intuito accorto, in quanto ti confonderebbe la visione, lei però l’infiammerebbe, tu vorresti che io ti riaccendessi ancora. Io ripongo insieme gli indumenti, slaccio e libero i seni rimasti premuti nel ritmo della corsa, mi massaggio guardando il vapore nello specchio.

Dopo molto tempo esco, poiché intorno è pieno di vapore, però nessuna presenza si mostra né si svela. Dopo asciugandomi decido di liberare dall’inguine quel poco di peluria, recupero il rasoio che anche tu hai usato su di me e su di te. Attualmente lo guardo, mi esamino, lo passo tesa sui polsi, mi fermo, avverto un palpito, tuttavia non premo.

In conclusione io caldamente sorrido e appassionatamente penso che sarò presente per l’ora della cena, dal momento che domani tornerò senza dubbio alcuno entusiasticamente nel bosco.

{Idraulico anno 1999}