i racconti di Milu
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Io approdai in quella circostanza agevolmente sul litorale, nel momento in cui stava quasi discendendo la notte, giustappunto in quell’incantevole giornata festiva del mese d’ottobre e proprio lì la notai senz’indugio in brevissimo tempo. Lei per l’occasione avanzava con calma da sola tra la pineta e il bagnasciuga, confortevolmente avvolta con quel lungo pareo dai colori e dai disegni esotici, nel tempo in cui la leggera brezza le scompigliava i capelli, frattanto che il sole calante ne rendeva imprecisi e indefiniti altresì i margini della figura sull’orizzonte. Alla fine corsi giù dalle dune mentre gli ultimi gruppi di bagnanti comodamente abbandonavano la spiaggia, io la inseguii lungo il bagnasciuga, dal momento che mi sentivo un ragazzo e quando fui a pochi metri invocai in modo deciso il suo nome:

“Agnese”. Lei si girò di soprassalto, il suo volto d’improvviso s’illuminò d’un sorriso felice e lieto:

“Sei arrivato, che bello, non mi sembra vero” - tendendosi benevolmente al mio amorevole abbraccio.

Io per l’occasione la strinsi forte, lei mi porse le labbra, io le colsi con impeto. Il suo fu in verità un bacio profondo, dato e preso con ardore, direi oltre il gusto e al di là del tatto, perché tutto ciò era la conseguenza e il risultato finale di quell’emozione viva e di quel desiderio a lungo inespresso e taciuto, quella forza esplosiva e sensazionale ormai diventata incontenibile, azzarderei esporre trascinante, mescolata oltre a ciò alla felicità e alla sofferenza. Io avvertivo cogliendone in modo netto distintamente e signorilmente la festosità e la piena letizia di comprimerla, percepivo nitidamente però al tempo stesso sia l’affanno quanto lo struggimento d’essere inadeguato e manchevole, giacché mi sentivo come un ragazzino colmo d’energia da cedere a tutti i costi. In seguito l’invitai a correre con me sul bagnasciuga per giocare con le onde basse del mare, di questo andare gli schizzi bagnarono i miei bermuda e il suo pareo, infine ci abbracciammo ancora. Le mie mani a quel punto la cercano dappertutto, sulla pelle delle spalle, delle braccia e dei fianchi, tenuto conto che stringendola premurosamente forte io sentivo i suoi seni premuti sul mio torace, poi ancora le labbra donate e successivamente affabilmente ricevute, in un secondo tempo il gusto fortissimo e inarrestabile del desiderio reciproco, mentre lei esultante e trionfante in maniera lieta e radiosa mi manifesta:

“Dio che bello, che gioia, è stupendo. Finalmente posso stringerti a me”.

E’ pressoché notte, perché flemmaticamente ci avviamo, slittiamo al di sopra d’un accavallamento di sabbia, nel frattempo io la caldeggio incoraggiandola in maniera piuttosto gagliarda e poderosa. Lei in quell’occasione s’avviluppa deliziosamente al mio corpo, la mia sbirciata rincorre le sue stupefacenti e i suoi delicati incurvamenti, perché nel frattempo che le lambisco le anche le sfilo accortamente il reggiseno, poiché contengo tra le mani quella deliziosa morbidezza, infine le bacio i capezzoli con passione mandandola in visibilio. Il mio viso è tra i suoi seni, dato che pure io sono disperso e sparpagliato qua e là da quelle emozioni.

Io l’adoro e nondimeno l’ammiro entusiasmandomi, stimandola anche per ciò che mi elargisce, per la condizione, per la possibilità e per la promessa d’osservarmi finalmente autonomo e libero d’essere me stesso. Che personaggio però: quest’affettuoso, comunicativo e premuroso maschio di bimbo, ripeto in modo laconico, silenzioso e persuaso complimentandomi interamente da solo verso me stesso.

{Idraulico anno 1999}