i racconti di Milu
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Senza volerlo, ecco che emerge un’altra serata mancata, deludente e per di più misera, in quanto era così che calcolava giudicando i giorni di quei venerdì sera trascorsi nei locali. Il difetto e lo svantaggio era però che si trattava dell’abituale locale alla moda, poiché al momento si festeggiava il compleanno d’un gradito amico, visto e considerato che non poteva astenersi né rinunciare a quell’evento. Non che lei detestasse disdegnando il modo di vivere notturno, all’opposto, ciononostante quei ritrovi erano in linea di massima complessivamente analoghi con la consueta e la replicata musica, quelle monotone, ordinarie e ripetitive espressioni di quei volti composti da uomini e da donne malfatte, sconvenienti e sgradevoli, assieme a delle caricature insulse, leziose e svenevoli di personaggi rinomati della TV, da servette brillanti di commedie melense e da ballerine richiamate all’ultim’ora per riempire frettolosamente la scena. Nulla perciò li differenziava né li distingueva, giacché indossavano sfoggiando gli stessi abiti del medesimo stilista metropolitano dell’ultimo grido, la borsa ambita, elegante e ricercata dal simbolo tipico e ben messo in risalto, forse anche lo stesso parrucchiere, probabile equivalente e perfino identica anche la mediocrità, l’ottusità e la stupidità, pensò lei.

Lo specchio al presente restituiva dietro un’immagine alla buona e familiare, però non per questo benaccetta né gradita. Lei aveva scelto un tubino nero, una maglia nera senza le maniche, una collana lunga, le unghie erano curate, appena un filo di trucco e alcune gocce del profumo di Yves Saint Laurent da donna di classe, poi rimase lì appoggiata sulla panca la borsa con la sigla tanto discussa e detestata. Lei non era così, giacché lei prediligeva la pettinatura prorompente, talvolta anche provocante, i suoi occhi neri, il corpo carezzevole dai lineamenti mediterranei, dal momento che in lei tutto rivelava una spiccata sensualità e quest’aspetto di frequente era stato anche un grattacapo. Lei che amava la pizza e i pub irlandesi, le conversazioni chiare, lineari e semplici con gli amici sul cofano delle macchine in riva al mare, tuttavia stasera no, questa stasera bisognava entrare, infiltrarsi e in seguito catapultarsi nella società altera, gradassa, sostenuta e talvolta sdegnosa e sprezzante dei figli di papà. La musica s’udiva a strappi, lacerata unicamente negl’istanti in cui gli addetti alla sicurezza del locale aprivano la porta e permettevano agli esseri umani d’addentrarsi nel regno, sì, promettente e dorato, incerto e indistinto, ma anche cedevole, inconsistente, plastico e impersonale di quel distorto e falsato divertimento:

“Ma guarda un po’, restare qua in attesa come degli stupidi” - ripeté verso sé stessa a malincuore, sennonché con la voce fin troppo acuta e tagliente.

Proprio in quell’occasione il suo affezionato Alessio, il celebrato per l’appunto, si sbraitava energicamente in un evidente segno di richiamo, così come compie il prete con gli anziani in gita per farli accorrere cercando speditamente di radunarli all’ennesima visita d’una chiesa. Il locale non era male, un breve corridoio e sui lati coperte dalle tende s’intravedevano le porte dei bagni, i solai erano bassi con le arcate caratteristiche dei locali costruiti nelle case del centro storico della città vecchia, il colore delle mura raffigurava l’ambiente tutto molto turbolento e metteva in risalto i grandi specchi incorniciati di colore nero che si snodavano lungo tutta la parete. Differenti porta candele, fra l’altro degne sostitute delle plafoniere, donavano al locale un’aria morbida e pressappoco distorta, accentuata dai tavoli bassi e dalle poltroncine in sostituzione delle sedie. Il barista nel mentre le sorrise e nel porgerle la bevanda che aveva chiesto le fece intenzionalmente l’occhiolino:

“Adesso ci tenta pure questo qui, però. Possibile, che bisogna di continuo meditare e riflettere per acchiappare, addirittura mentre si lavora?” - malgrado ciò lei non poté fare a meno di bissare, attivandosi e reagendo cortesemente per quel garbato sorriso appena ricevuto.

A un tratto lei si sentì palesemente considerata ed esaminata, dal momento che due occhi celesti la seguivano segretamente, però ponderatamente interessati. Gli stivali e i pantaloni neri, la camicia di seta bianca, i capelli lunghi e biondi, il cognac in mano e le unghie laccate di rosso, malgrado ciò non era l’unica occhiata. Come il vertice d’un misterioso triangolo d’attrazione, lei era la terza estremità, appoggiata lì al bancone del bar, lui era moro con gli occhi neri e sfuggenti, i jeans strappati, la maglietta nera e il maglioncino in tinta con le scarpe da ginnastica e con un cocktail inebriante di Negroni tra le mani in attesa d’essere sorseggiato. Un attimo ed ecco all’improvviso il buio totale, il rumore della musica che si blocca e il tempo immobile per un attimo più lungo d’un secondo, mentre gli sguardi s’incrociano e penetrano scrutandosi. La bionda sorride, la lingua le scivola sulle labbra e si sofferma qualche istante, siccome sembra un animale a caccia, lei resta appoggiata all’arcata vicina per annusarne il profumo, la sua ambita preda. Una cacciagione sbalordita e sorpresa, però attratta e tentata dal predatore, in quanto un istinto arcaico e primitivo la spinge verso quell’aurea persona perfetta, cruciale, ineluttabile e temeraria come esclusivamente gli angeli possono esserlo per un demone carnale, lussurioso e sensuale come lei. Lei respinge e rifiuta la vicinanza fisica dei corpi, eppure è con arrendevole e con piacevole sorpresa che s’accorge che lui adesso è alle sue spalle, poiché ne avverte nettamente il respiro sulla pelle. Anche la bionda s’avvicina, la spinge dolcemente, l’accompagna sul petto del ragazzo che le blocca i fianchi con le mani e le bisbiglia:

“Nella serata, se ti piacerà naturalmente, tu sarai il nostro familiare gioco, poi se il tutto ti delizierà lo sarai nuovamente”.

Le mani di lui scivolano lungo il collo, visto che con un dito le disegna il volto e con l’altra mano tira a sé la complice, lei è al centro tra due profumi che l’annientano stordendola, è tra due respiri che la coprono, tra due corpi che la desiderano, ognuno per un godimento diverso, ma da associarsi, da condividere e da regalarsi. Lui lentamente scivola con le mani sulle braccia di lei, sembra una danza, visto che le disegna curve sul corpo mentre di fronte c’è l’angelo del desiderio che percorre con le unghie laccate il profilo del seno, dato che si sofferma sui capezzoli intanto che li sente irrigidirsi e tremare. Dopo scende lungo le gambe, le accarezza dolcemente e con lentezza gioca con il pizzo delle calze autoreggenti. Lei è il suo passatempo, la sua bimba graziosa completa, visto che non si sposterà, per il fatto che non ha intenzione d’allontanarsi né d’avviarsi. Nel mezzo c’è lei, un satanasso dal pigmento placcato come il prezioso oro, un corpo morbido e femminile, un disordine e un inferno dei sensi con i suoi occhi profondi; sembra un castigo, una dannazione, il calore tra le gambe che sente attualmente e quel tocco estraneo, nondimeno non può apparire in tal modo, siccome la sua corporatura viceversa può e vuole, giacché chiede e ambisce per quelle labbra sulle sue, vuole sentire quelle unghie laccate in bocca, sul seno, vorrebbe averle tra le gambe per caldeggiarne il calore, la voglia d’essere tastata, goduta così, in piedi e in pubblico. E poi lui, che sente nettamente dietro di sé, percepisce il suo sesso diventare duro, il respiro accelerare mentre con le dita con cura l’esplora e l’ispeziona.

Attualmente sono presenti unicamente loro, non un testimone, niente melodie né suoni, esclusivamente gli artigli smaltati che scivolano lungo le sue labbra e quattro mani che la perlustrano fino in fondo all’anima. Lei al presente è inamovibile, intanto che abbandona quei tremiti, finché possano scivolare lungo la pelle fino al suo sesso ormai interamente inzuppato, perché sente chiaramente e lucidamente arrivare l’orgasmo creato e provocato ad arte dalle dita esperte del ragazzo, tuttavia non vuole arretrare né arrendersi così semplicemente.

Lei segue il ritmo del suo corpo e dei suoi lamenti oppressi tra la chioma, poi la creatura celeste le ride a fior di labbra, infine le sue labbra s’avvicinano, i capelli biondi le sfiorano il viso e il calore del respiro le accarezza le guance, in ultimo quel bacio. Un incontro delle labbra che s’aprono, quei fluidi che si mescolano e si scambiano, mentre le lingue intrecciate si passano l’energia della passione, dal momento che non può più né moderarsi né trattenersi, perché deve urlare e gemere.

L’orgasmo a questo punto l’assale, la conquista, l’invade e per finire la travolge in segreto sfinendola, innaffiandola silenziosamente fino a farle colare fra le gambe i suoi stessi liquidi.

Lei geme lì senza parlare, nella sua bocca, nel respiro d’un indomabile, irresistibile e trascinante angelo biondo.

{Idraulico anno 1999}