i racconti di Milu
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Alla fine lo strinse tra le dita, quella pelle calda contro quella pietra fredda, ma sarebbe repentinamente cambiato e in cuor suo ne era a conoscenza, perché avrebbe mutato la sua sembianza facendola in ultimo digradare, nelle fervide e focose pieghe del desiderio di quel compassato e contegnoso conoscitore seduto davanti a lei, poiché il giornale non lo avrebbe protetto da sé stesso né salvaguardato da quell’appassionante e avvincente sortilegio. Sorrise in attesa, dato che iniziò come sempre come un battito sordo nella profondità della gola, per il fatto che lasciò che il fluido scivolasse liberamente dai limiti della sua coscienza, facendo scomparire la carrozza ristorante assieme a quel paesaggio che scorreva speditamente via fuori dal finestrino di quel convoglio in corsa.

Dal quel colore grigio indefinito e sfuggente che le velava gli occhi chiusi, forme indistinte e vaghe s’addensarono lentamente in colori, visto che il blu della cravatta scivolava giù dal suo collo liberando la camicia dalla costrizione dei bottoni, perché voleva essere spogliato da lei. Aveva dei fianchi magri, lo scoprì, mentre i pantaloni s’attorcigliavano alle caviglie. Sedeva rigido, eccitato e pulsante attraverso i boxer, voleva essere stretto ritmicamente dalle sue dita sottili, accarezzato dalle sue labbra senza rossetto, strofinato sul suo viso senza trucco. Lui non oppose resistenza, mentre lei seguiva la magia dell’amuleto, che la fece piegare fino ad accoglierlo nella gola sussultante fino all’esasperazione e all’inasprimento finale. Si gustò in silenzio il suo piacere, rialzandosi per guardarlo, abbandonato con le mani sul sedile e la testa riversa all’indietro, giacché si sarebbe svegliato con il ricordo d’un sogno piacevole, in seguito prese la borsetta di corda e uscì dallo scompartimento raggiungendo la carrozza successiva, nel frattempo due militari giocavano a carte ridendo, lei sorrise timidamente e occupò posto nel sedile accanto aprendo una rivista, avvertì spiccatamente i loro sguardi incrociarsi e si preparò, visto che l’amuleto iniziava già a scaldarsi tra i suoi seni. Sarebbe accaduto subito, sennonché si rilassò contro lo schienale e attese che il desiderio dei due si canalizzasse marcatamente nella sua mente e poi li vide, dopodiché s’alzarono nello stesso momento sedendosi ai suoi fianchi, accarezzandole le cosce e sollevando l’orlo del vestito fino a scoprirle il pizzo della biancheria, intanto che le guardavano il viso in attesa d’un rifiuto che però non arrivò.

Lei obbediva all’amuleto attenendosi, le dita cautamente esploravano fino a trovare la fessura già umida, perché la volevano così. Lei sentì altre mani che le tastavano i capezzoli già induriti, in seguito quei due individui la sdraiarono lungo il sedile scostandole le mutandine per vederla dilatata. Uno di loro si posizionò dietro la sua testa aprendosi i pantaloni accanto al suo orecchio, l’altro liberò un membro già impennato per possederla, lei lo sentì affondare, mentre l’altro le premeva i seni e le riempiva la bocca con la lingua. Era il loro desiderio per poterla scorrere dentro per scaldarla, nel momento in cui s’alternavano martellando tra le sue gambe, tra le sue labbra, bagnandola del loro godimento. Lei li sentiva gonfi, intenti e prosperosi nelle sue carni che chiedevano di più. Quando i due furono soddisfatti, la carezzarono distrattamente e scivolarono nel sonno che segue il piacere più intenso e più profondo. Di nuovo lasciò lo scompartimento, desiderando di sedersi solamente per un istante.

Da parecchi anni, lei viveva invero nell’appannamento del piacere altrui, conquistata dall’amuleto e si chiedeva come sarebbe stato poter vivere senza di esso. Bizzarro ed eccentrico, poiché il pensiero non l’aveva mai sfiorata prima, dato che voleva essere lei a esultare trionfando in ultimo dei propri desideri anche per una volta solamente. Il treno si era fermato, perché era un segno, una divagazione d’indipendenza, una parentesi di libertà, in quel momento attraversò la stazione dipinta di fresco con i balconi di legno fioriti, però là non c’era nessuno. Avrebbe dovuto scegliere lei il destinatario o lasciare al destino l’incombenza finale? Sì, forse sarebbe stato meglio, in fondo l’amuleto avrebbe potuto influenzare le sue scelte condizionandole. In quell’attimo lo sfilò dal collo lasciandolo cadere senza neppure guardarlo, camminò in fretta fino a quello che doveva essere il centro della cittadina e si sedette all’interno d’un bar per radunare le idee. Era quasi sera, perché doveva cenare e trovare una camera, lei adesso si sentiva tranquilla, visto che pensava alle cose pratiche, sorseggiò il caffè e all’istante notò la scritta “Zimmer” all’altro lato della strada, intanto che la luna cresceva già dietro i monti. Avvolta in un accappatoio s’affacciò al balcone per salutare la sua notte di libertà, spazzolandosi i capelli e respirando a pieni polmoni, poi si coricò e con le dita si tastò ancora tra le cosce, avendo ancora l’acqua residua della doccia che indugiava sui petali di carne, al posto di quel piacere estraneo, poi continuò la sua pigra carezza fino a sciogliersi silenziosamente sotto il piumino. Il telefono squillò strappandola dal sonno, in quanto erano le tre del mattino, sollevò il ricevitore e la voce dall’altro capo risuonò approssimativamente angustiata e preoccupata:

“Sei arrivata?”.

“Scusi, lei chi è? Chi parla?”.

“Vengo da te, la solita camera, no?”.

“Guardi che lei si sbaglia, io non sono mai stata qui”.

Un sospiro dall’altro capo e un silenzio carico d’agitazione, di fermento e di manifesta tensione. Lei non riusciva a capire, eppure la preoccupazione nella voce dello sconosciuto era scomparsa, giacché sentiva soltanto il suo respiro diventare più profondo, sicché interruppe la comunicazione e staccò il telefono pensando ovviamente a un comune errore. Dopo pochi minuti un colpo secco alla porta e la chiave che girava nella serratura, santo cielo e adesso? Un’ombra scura attraversò la soglia e arrivò nel riquadro della finestra trasformandosi in un uomo alto e riccio, dal sorriso ironico e assurdamente rilassato, a seguito della conversazione telefonica avvenuta poco prima:

“Vada fuori immediatamente. Chi le ha dato le chiavi?”.

Lo sconosciuto non si degnò neppure di rispondere iniziando sennonché a spogliarsi, lei stava per sollevare il ricevitore per chiamare aiuto, quando notò un bagliore familiare sul quel petto muscoloso. L’amuleto l’aveva ritrovata e stava per dare inizio e vita ai suoi desideri, piegando e sottomettendo un altro essere umano, cosicché restò immobile cercando una soluzione, ma la luce più calda le toglieva ogni pensiero perché il tutto stava già accadendo. L’uomo era sul letto in ginocchio, con una mano poggiata alla gola in quel viso senza espressione né interrogativi. Lo vide avanzare verso il suo inguine nudo sotto l’accappatoio, sciogliere il nodo e infilare deciso le dita in lei. Non era possibile, l’umido aumentava a dismisura così come il suo sorriso, lui muoveva le dita aprendole ritmicamente per sentirle stringere in una risposta sempre più intensa dalle pareti del suo corpo. Ogni movimento esisteva nella sua mente un istante prima d’accadere per opera di quello sconosciuto, la testa scompariva tra le sue gambe penetrandola con la lingua con dolorosa lentezza, come voleva lei, carezzandole l’ombelico e il seno con una frenesia e una smania ogni volta maggiore e incontrastata e indiscussa.

I loro respiri tremavano nella sua mente in quel letto meraviglioso e tremendo, però non poteva accadere così, non effettivamente così, in questa notte che lei aveva voluto per essere libera. Lei si buttò contro di lui strappandogli l’amuleto e lanciandolo lontano, infine crollandogli addosso. Lui era pallido con gli occhi chiusi, lei era spaventata, ciononostante attese che il respiro dello sconosciuto nudo sotto di lei si normalizzasse, in quanto non azzardò nessun movimento, perché l’amuleto adesso giaceva spento sotto l’armadio. Lei percepì la mano dell’uomo muoversi in una carezza incerta sulla pelle della schiena, seguendo il disegno della spina dorsale che la fece ansimare di sorpresa e di desiderio. In quell’istante non si mosse, perché non sapeva che cosa fare, in quanto non aveva memoria dei corpi che si cercavano per un desiderio vero, però sperava che la magia si creasse ugualmente, sennonché lo sentì chiaramente pigiare contro il suo ventre strofinandola con la punta rigonfia e tesa, là dove la sua eccitazione cresceva invece di diminuire, in quanto era come una marea incontenibile e prorompente.

Lei avvertì nitidamente le labbra dure che le succhiavano i capezzoli sempre più sensibili e dolenti, però si mosse afferrandolo e allargando le gambe per chiedergli di prenderla. Lei non poteva più aspettare né pazientare, mugolò frasi senza senso, mentre lui la possedeva spingendosi sempre di più in lei e ritraendosi lento e potente al tempo stesso. Avrebbe voluto gridare il suo nome, eppure questo le era sconosciuto, come ignota e inesplorata era questa sensazione bruciante che ardeva nella profondità del suo essere, finché un’ultima azione e un getto d’appassionato e di bruciante bianco nettare la riempirono saziandola in modo definitivo.

Questo era realmente ciò che lei anelava e mirava come non mai, questo era suo, come la carne ancora irrigidita che pulsava in lei, come il respiro che le sfiorava la guancia, come la barba che le aveva graffiato un po’ le cosce e il seno, come le braccia che la ponevano cavalcioni su di lui ricominciando a spingere, invitandola con le mani a cavalcarlo, a racchiuderlo ancora nella sua stretta guaina. Tutto ciò era plausibile, sì, pertanto era libera, autonoma e posseduta pensò lei più tardi, mentre la luce dell’alba scivolava sul letto e li copriva come le lenzuola che non c’erano. Senza volere guardò sotto l’armadio con una punta d’ansia e di timore, malgrado ciò non vide nulla e sorrise. Notò il proprio viso nello specchio dell’armadio e vide gli occhi brillanti e le labbra gonfie. Davvero meraviglioso, reale e sorprendente il suo forte e veemente desiderio.

Lei accettava, apprezzava, gradiva, voleva persino ridere e piangere, però voleva farlo con lui, perché preferiva e voleva sapere il suo nome, ma non c’era fretta, perché pretendeva e voleva ricominciare da capo, invece lui era lì già sveglio, visto che non ci fu bisogno di chiederlo.

Ancora una volta, come usanza quotidiana, la sveglia risuonò alla consueta ora, riaffermando indisturbata la sua indiscussa supremazia nel silenzio di quella stanza, ridestandola da quell’adorabile e delizioso torpore, avvisandola e notificandole che un nuovo giorno stava per instradarsi, interrompendo seccamente con malagrazia e sgarbatezza quell’attraente e gradevole sogno per tanto tempo ambito, ma rimasto al presente sfortunatamente inespresso.

{Idraulico anno 1999}