i racconti di Milu
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E’ conveniente e fruttuoso badare pensando innanzitutto in modo costruttivo, ma è anche favorevole e positivo cercare se fattibile svegliarsi ogni mattina di buon umore ed essere curiosi della vita e affrontarla, anche se mi rendo conto che talvolta non è sempre agevole né effettuabile né facile da mettere in pratica. Questa qua, infatti, è indubbiamente la mia più grande fortuna, perché avviene in realtà del tutto in modo inatteso, per il fatto che i miei quotidiani giorni di battaglia assumono una collocazione e una tintura disuguale, tingendosi d’altronde di dettagli e di situazioni che mi giungono all’improvviso, pertanto, l’aspetto d’una pacifica giornata d’ottobre inoltrato a queste latitudini è ancora sufficientemente e morbidamente calda, per chi è immerso e inserito nei ritmi d’una città come Cagliari.

Io osservo al presente il viale Colombo alle ore quattordici d’un abituale giorno lavorativo, per il fatto che è un continuo brulicare di persone che velocemente cercano di raggiungere un tavolino d’un purchessia bar o tavola calda all’aperto, per consumare frettolosamente il pranzo. Questi sono i momenti nei quali non si consuma solamente un’insalata multicolore, bensì s’intrecciano relazioni con il vicino di stanza, con il collega che ci attrae e che ci stuzzica da qualche tempo, con l’amante che si svincola da una riunione, intanto che ci regala anche solamente un bacio al sapore del caffè o d’un aperitivo sfidando il traffico.

Io, per l’occasione, sto aspettando un’amica con la quale trascorrere quell’ora d’aria e mentre l’attendo m’immergo nella folla che mi viene incontro anziché restare seduta sulla motocicletta. M’infilo tra gli sconosciuti e lascio che le mani, le parole, gli odori. Le sfumature e i colori tingano la tela sulla quale andrò a dipingere cercando di ritrarre l’intera mia giornata. Non so se vi sia ancora capitato di camminare tra gli sconosciuti, tra una folla multicolore intendo, come quella d’un sabato al mercato o per l’appunto quella che si riversa in una via centrale d’una grande città all’ora di pranzo, per il fatto che essa stessa concede regalandoci e rilasciandoci sensazioni particolari. Per esempio, origliare senza volerlo, udendo sennonché i dialoghi degl’individui, scagliarsi da una bocca all’altra, da una citazione all’altra, annodando magari episodi e modi di vivere che in nessun caso si sarebbero imbattuti, lo stesso discorso vale con i colori e con le differenti sfumature delle facce ancora abbronzate, sudate e truccate delle persone. Ebbene sì, molto chiaramente, inclinando l’occhiata in quest’affluenza si può ben constatare accorgendosi di quanto quei piedi siano delle limitate e ristrette venature di colori che cambiano di posto sbrigativamente, causando e creando effetti e reazioni in spostamento alquanto singolari, al momento torniamo però al mio incontro.

Io attualmente sto aspettando Federica, una donna affascinante e armoniosa e simmetrica che si veste in maniera classica con le gambe ancora abbronzate, niente calze, le scarpe aperte, il viso luminoso e il sorriso pronto. Lei mi chiede, dopo aver pranzato da Laura, se posso giustappunto accompagnarla in un negozio di scarpe di viale Diaz, in tal modo entriamo in quel piccolo negozio quasi intimo, giacché è pieno di donne che si guardano anche solamente intorno. Stando là dentro io mi rendo conto che è un negozio un po’ fuori dal comune, dal momento che i modelli esposti sono tutti peculiari, addirittura classici, tuttavia le scarpe hanno forme inusuali e stravaganti così come quelle che sta prendendo in mano attualmente Federica, con la tomaia in lana, giacché sembra che indossino un maglioncino. Lei sta cercando in maniera caparbia un paio di scarpe di colore marrone per abbinarle al meglio con una borsa che si è portata dietro, per qualche minuto lei discorre con la venditrice, nel tempo in cui io mi estraneo completamente da lei e da tutti i clienti del negozio.

In quell’istante resto a osservare degli stivali di colore nero sopra uno scaffale, questi ultimi sono lucidi con delle punte dagli angoli straordinariamente acuti, con la punta all’insù come se fossero delle scarpette indiane. Come per magia, quelle scarpe s’animano di vita e osservo per la prima volta, non essendo tra l’altro un’amante dei piedi fino a quella circostanza, con quale leggiadria e ricercatezza Federica stia accuratamente indossando quel magnifico paio dal color verde scuro: al momento, infatti, osservo una fascia di pelle che le abbraccia finemente il piede lasciandole scoperto il collo nondimeno già abbronzato e muscoloso, con le dita raccolte e spinte in avanti dalla pendenza del piede appoggiato a un tacco di tutto rispetto. Io mi sento a un tratto come una bimba in visibilio di fronte a un negozio di giocattoli, perché dovunque posi il mio sguardo s’accende qualcosa dentro di me. E’ la sensazione di come se per la prima volta perlustrassi un mondo divulgato fino in quel momento in nessun caso ispezionato, perché in quell’attimo esorto Federica a portare addosso quel prototipo, poi un altro, in conclusione un altro ancora. Io resto totalmente affascinata, eccitata e rapita nel guardare attentamente con quale tipica e ingegnosa istigazione le sue deliziose estremità cingano uno strepitoso campione dalla struttura sportiva, visto che il colore pezzato richiama evocando quello d’una mucca e poi un sandalo di colore marrone, che fascia il piede solamente tre fili di pelle spessa e morbidamente accogliente al tatto.

Il suo piede è adesso la tela sulla quale vorrei dipingere un momento di lussuria, che si spinga ben oltre il palpeggiare e il rasentare quelle gambe, tuttavia in quel luogo disinteressata e insensibile di tutti, dove le mie mani lo accompagnerebbero alla volta di nuovi recipienti variopinti, che rendessero merito e virtù alla grazia e all’erotismo che sanno esprimere e simboleggiare inaspettatamente, dal momento che le mia bocca sarebbe disposta a scaldarlo, leccarlo lievemente sul dorso, tra le dita, per poi salire e perdersi su quella strada bruna che sono le sue gambe. Le mie mani non s’opporrebbero né resisterebbero dal risalire quella gonna, dall’annusarla completamente, poiché l’odore del cuoio nuovo e del corpo accaldato d’una donna si fonderebbe e si mescolerebbe in una fragranza da capogiro, da vero stordimento.

Io vorrei che lei indossasse quegli stivali scuri, insinuanti e scrupolosi, lussuriosamente accattivanti, coinvolgenti e lucidati per bene, perché già m’immagino come diverrebbe lustrata la sua pelle bagnata dai suoi fluidi, dato che la mia mente corre a briglia sciolta all’inverosimile, perché è come se la vedessi lì nuda davanti a me: sì, proprio lì, inginocchiata di fronte a lei. Io rimango silenziosa ad analizzare e a fantasticare tutto il contesto, dal momento che un calore inconsueto e inarrestabile mi pervade il corpo già eccitato solamente all’idea, in quanto attualmente il mio sesso pulsa martellando in maniera incalzante, indilazionabile e urgente.

Io non le dico nulla riguardo ai miei immorali, vari, peccaminosi e per di più scostumati pensieri, se non quando usciamo fuori dal punto vendita: ridendo io la osservo tingersi le guance, intanto la ringrazio per avermi dato modo di capovolgere invertendo repentinamente la rotta per quell’insolita e rara pausa pranzo così vissuta, per poter così colorare, illustrare e dipingere la mia giornata e per quelle seguenti e dissolute che ancora verranno.

{Idraulico anno 1999}