i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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“Ero lì, nel mio candido lettino, e ho sentito una voce che diceva......”

Le parole de “La Genesi” di Guccini riempiono l’auto mentre guido sulla tangenziale.
Mi è sempre piaciuto Guccini e questa è una delle sue canzoni che preferisco; per me ha un significato speciale. Questo dal mio incidente sei mesi fa.

Andare in moto è fantastico, ti dà un senso di libertà che poche altre cose. Ma andare in moto è anche pericoloso, specie se chi la guida, in questo caso io, è un pochino incosciente.
Ti senti un Dio quando fai ruggire il motore e sfrecci tra le auto sulla provinciale fregandotene di code e rallentamenti. Poi capita che una panda non rispetti lo stop e ti si pari davanti all’improvviso, quando la tua velocità è “un pochino” sopra i limiti.
Così da centauro diventi, per pochi orribili metri e secondi, un oggetto volante non identificato che si schianta sull’asfalto.

Mi è andata bene: ematomi dappertutto, qualche abrasione, braccio destro e gamba sinistra rotti. Moto da buttare. Beh, il casco mi ha salvato la pelle, questo è l’importante.
Così ero disteso, in trazione, in uno degli ospedali cittadini a rimuginare sulla caducità delle cose umane. Traduzione: a bestemmiare in quindici lingue, alcune inventate sul momento, per il fatto di essere lì, immobilizzato.
Unica consolazione che in quel reparto lavorava la mia ragazza: Rita, 27 anni, insieme da tre. Non che potesse dedicarsi a me a tempo pieno ma, almeno quando era di turno, appena aveva un secondo veniva da me a vedere come stavo.
Come stavo: i primi giorni male, veramente. Dolori dappertutto, per fortuna alleviati dai medicinali. L’operazione aveva ridotto la frattura alla gamba ma ero costretto per almeno 30 giorni a non alzarmi. Stordito da anestesia e antidolorifici la prima settimana mi è volata, poi ho ripreso a ragionare e “rimuginare”. Con l’imbarazzo di non poter andare al bagno da solo, e quindi dover sottostare a “padelle e pappagalli”, specie quello della prima volta che un’infermiera è venuta a lavarmi. Cose che mai mi erano capitate e che ora dovevo subire senza poter far nulla. Compresa quella del “bagno” alla seconda settimana, quando stavo nettamente meglio e quindi potevo avere “altri pensieri”, in cui una erezione prepotente accompagnò l’opera della solerte infermiera che sogghignava lavandomi. Per fortuna, dicevo, lì lavorava la mia ragazza e, penso per un accordo tacito, da quel momento ci pensò sempre lei a lavarmi.
Parlando le dissi della mia reazione e del mio imbarazzo e lei, ridendo, mi confessò che capitava spesso ai ragazzi giovani e immobilizzati. Era una reazione fisiologica anche per la forzata astinenza.

Il pensiero della mia ragazza che osservava da vicino i cazzi eretti di altri uomini entrò tra le mie preoccupazioni. Focalizzando su di me compresi, in effetti dall’incidente non avevo più avuto rapporti ed ora, a tre settimane dal fatto, il pensiero del sesso occupava molto del mio tempo. Non mi era d’aiuto la mia ragazza che, scherzando, quando mi lavava mi dispensava fuggevoli carezze all’uccello. Gliene parlai e lei, con un sorriso enigmatico, mi disse che avremmo trovato una soluzione. Poi, prima di ricoprirmi, protetta dal separè che ci divideva dall’altro letto (era una stanza doppia), appoggiò brevemente le labbra sulla mia cappella per un “bacio di saluto”. Potete immaginare come passai le ore successive.

E torniamo a Guccini:
Ero lì nel mio candido lettino…… e stavo sonnecchiando. La notte non sempre dormivo bene, alternando periodi di sonno e di veglia. Assonnato, sentii un sussurro:

- Francesco…….. Francesco svegliati –

Nel buio parziale della stanza aprii gli occhi e Rita era di fianco al letto e mi chiamava.

- Ciao amore, che c’è? –

- Sono qui per la medicina notturna, per farti dormire meglio –

Per un istante rimasi perplesso: non erano previsti medicinali notturni. Capii quando Rita alzò le coperte per scoprirmi totalmente l’inguine.

- Tu non muoverti o ti farai male alla gamba, lascia fare a me –

Un istante dopo la sua mano era sul mio uccello, lo scoprì già arzillo e tendente al rialzo, lo mosse brevemente e poi la sua bocca calò su di me.
Guardai l’altro letto: il mio compagno di stanza sembrava dormire. Se fosse stato sveglio, anche nella poca luce avrebbe capito cosa accadeva, a prescindere dai pochi rumori umidi che lei faceva succhiandomi, a prescindere dai gemiti che cercavo di trattenere.
Durò poco, forse tre o quattro minuti. Tanta era la mia voglia repressa che godetti all’improvviso senza avere il tempo di avvertirla. Lo capì comunque dai miei sussulti e serrò le labbra intorno all’asta, accelerando i movimenti della bocca e dalla mano con cui si aiutava.
Non si staccò, accogliendo il mio seme nella bocca, in schizzi interminabili che non si fece sfuggire, inghiottendo man mano che la riempivo.
Alla fine mi diede un ultimo bacio, prima sulla cappella e poi sulla bocca:

- Ciao amore, dormi bene, io torno di là –

Beh, dormii benissimo.
Al mattino dopo l’infermiera che venne per i medicinali mi trovò con il morale alle stelle. Scherzai persino con lei ma ero in trepida attesa della notte, quando Rita sarebbe stata nuovamente di turno.
Così la mia degenza risultò meno pesante. Se quando Rita era di turno la notte avevo il pompino garantito, di giorno, col rischio aumentato di essere sorpresi, solo in due occasioni, mentre mi lavava, riuscii a combinare qualcosa rimediando una sega/pompa e la certezza che il compagno di stanza qualcosa avesse capito.

Povera Rita, lei mi faceva godere senza avere nulla o quasi in cambio e si prestava con amore alle mie necessità.
Poi, una notte, riuscimmo a scopare come si deve.
Il mio compagno di stanza era stato dimesso, ero solo e Rita era di turno.
Erano all’incirca le due quando si intrufolò nella mia stanza facendo attenzione a non essere vista. Alla fioca luce che entrava dalla finestra la vidi avvicinarsi sorridente al mio letto e scoprirmi. Al solo pensiero io ero già in erezione aspettandomi il solito pompino. Invece questa volta andò oltre: dopo avermi succhiato per un poco, facendomelo irrigidire allo spasimo, si scostò e cominciò a levarsi i pantaloni della divisa.

- Rita, che fai? –

- Ssssshhhhhhh, stasera mi diverto anche io. Tu non ti muovere, faccio tutto io –

Non che avessi poi tante possibilità di muovermi, la gamba ingessata e tirata, il braccio ingessato e inutilizzabile. La mia preoccupazione era che qualche ammalato nottambulo o qualche sua collega ci scoprisse.

- Rita, ma può venire una tua collega, se ci scoprono……… -

- Sssshhhhhhh. Non ti preoccupare, la dottoressa “mi copre”, non verrà nessuno –

Avrei voluto protestare, l’immaginare che la dottoressa di turno con lei sapesse cosa stava facendo in quel momento non mi tranquillizzava. Non ne ebbi modo, anzi dimenticai presto ogni protesta: Rita salì sul letto e, tenendosi in equilibrio, scese sopra di me. Non appena sentii le labbra della sua micina appoggiarsi alla punta del mio uccello non capii più niente, solo che, finalmente, avremmo potuto fare ancor all’amore.
Calò lentamente su di me, facendo attenzione a non fare pressione sulla gamba inerte, in precario equilibrio, fino a prendermi tutto dentro di sé. Una sensazione favolosa quella di sentirmi ancora una volta stretto dalle sue mucose, sensazione che proseguì appena prese a muoversi su e giù. Non potendo muovermi mi gustavo appieno le sensazioni e l’orgasmo tardava ad arrivare, cosa che faceva contenta Rita che poteva godersi appieno la mia durezza. Un movimento più brusco degli altri mi fece sobbalzare: per un attimo il peso di lei aveva poggiato sulla gamba ingessata provocandomi dolore.

- Oddio, povero caro…. Scusa……. Scusami tanto –

Rita si era immobilizzata sopra di me vedendo la mia smorfia.

- Aspetta, se facciamo così non ti faccio più male –

Iniziò un movimento ondulatorio avanti e indietro col solo bacino, le ginocchia posate ai lati del mio corpo, lei stesa sopra di me che spingeva e si ritraeva. Il movimento era meno profondo, meno vario, ma così strofinava il clitoride sul mio pube e presto riprese anche lei a gemere sommessamente. Non fu una galoppata, fu un trotto leggero, costretti a movimenti limitati, senza poter cambiare posizione, ci “strofinammo” l’uno sull’altra per interminabili minuti, i mugolii attutiti dal bacio frenetico che ci scambiavamo. La sentii godere distintamente, stringendomi le spalle, mordendomi il labbro inferiore, avviluppandomi la lingua con la sua.
Si acquietò ma io ero ancora teso, non erano bastate le contrazioni dei suoi muscoli interni a farmi venire. Rita mi si dolse da sopra e si chinò in avanti sorridendomi beata.

- Adesso tocca a te –

Pochi colpi di lingua, pochi affondi in quella bocca accogliente ed il mio seme spruzzò fuori con forza nel suo cavo orale. Nemmeno una goccia andò persa, e quando si rialzò leccandosi le labbra per raccogliere ogni residuo, io ero stupito ed estasiato dalla sua intraprendenza.
Il mattino dopo lei non c’era, aveva staccato, ma durante la visita quotidiana una giovane dottoressa mi apostrofò:

- Lei è il ragazzo di Rita vero? –

Intuii che era la dottoressa che “aveva coperto” la mia ragazza (che ci faceva ancora lì? Non aveva staccato?) e, imbarazzato, riuscii a rispondere con un timido “sì” che lei ricambiò con un ampio sorriso dalla sfumatura ironica e maliziosa prima di passare oltre.
Per altri tre giorni, o meglio notti, finché Rita era di turno, facemmo l’amore allo stesso modo, con l’unica precauzione di non farci sentire dagli altri degenti. E finalmente arrivò il giorno che potei tornare a mettere i piedi per terra. Con le canadesi ovviamente, senza caricare troppo la gamba ora con un’ingessatura più leggera. Per me fu il paradiso: finalmente potevo muovermi. Stentai all’inizio ad abituarmi a quel modo di procedere ma alla fine riuscivo ad essere autonomo. Almeno abbastanza da potermi spostare al tavolo dove consumare i pasti ed interminabili partite a carte con il mio nuovo compagno di stanza.
Soprattutto ero felice perché, se pur con le ovvie difficoltà, ora potevo recarmi in bagno da solo ed evitavo la, per me, umiliante pratica di padella e pappagallo.

Anche così Rita riuscì a sorprendermi. Un giorno, mancava veramente poco alla mia dimissione, entrò nella stanza mentre mi alzavo per recarmi in bagno. Subito mi si accostò facendomi appoggiare a lei e mi sussurrò all’orecchio:

- Fingi di avere problemi e chiedimi aiuto –

Non dovetti fingere poi tanto per quanto riguarda i problemi, un po’ di più per chiederle aiuto a voce abbastanza alta che il mio compagno di stanza e due suoi visitatori sentissero.
Così, in parte appoggiato a Rita, mi recai in bagno. Appena dentro lei chiuse la porta e mi si accostò mentre già stavo tirando giù il pigiama per orinare.

- Ti aiuto –

Mi disse e, scostata la mia mano, me lo impugnò dirigendolo verso la tazza.
Potete immaginare come quel contatto mi fece reagire:

- Guarda che se me lo tieni tu sarà difficile per me riuscire ad orinare –

Di fatto, anche se non completamente rigido, il mio uccello si era risvegliato e lentamente si gonfiava grazie al caldo contatto del suo palmo.

- Concentrati, non essere il solito maiale, sono qui per aiutarti e basta –

Falsa, falsa e ipocrita pensai, ma ubbidii senza chiedere che altro avesse in mente.
Bene o male ci riuscii e quando ebbi finito lei, senza lasciarlo andare, mi tirò verso il lavabo:

- Ora pensiamo all’igiene –

Saltellando un po’ riuscii ad accostarmi al lavabo mentre lei apriva l’acqua e si insaponava la mano. Si mise di lena a lavarlo, apparentemente con solo quello scopo, e per me divenne un’esperienza così intima che mai avrei pensato di condividere con lei. Il mio affare ovviamente era cresciuto ma lei non dava segno di farci caso, continuando a scoprire la punta, insaponarla, sfregare, risciacquare e poi insaponare ancora. A quel punto ogni finzione cadde e il lavarmi diventò quello che doveva essere nelle sue intenzioni fin dall’inizio. Resa scivolosa dal sapone Rita mi masturbò come forse mai aveva fatto, con una cura ed un’intensità tale che pareva fosse una questione solo tra lei ed il mio uccello ed io fossi lì solo per caso. Presto presi ad ansimare ed il suo movimento si fece più veloce, poi ancora di più ed io esplosi spandendo il mio seme sul lavabo e sulla parete.

Con cura Rita mi risciacquò, tolse ogni traccia visibile del mio orgasmo e mi tirò su il pigiama.
Sorridente riaprì la porta e mi riaccompagnò nella stanza dove, credo, nessuno si era accorto di nulla.

Uscendo mi fece la linguaccia ed io passai il pomeriggio a pensare a lei.