i racconti di Milu
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Lunghe tende di un viola acceso e sgargiante, vibrante sotto i raggi del sole che attraversavano l'ampia finestra, isolavano la grande camera da letto dal resto mondo, come a renderla un piccolo, distinto universo a sé stante.
Con un gesto delicato della mano, Morgana scostò il tessuto che le cadeva ai piedi e spinse lo sguardo oltre i vetri, scrutando il vasto viale a quattro corsie ed il suo flusso costante di traffico, come un fiume che non riposa mai.
Per un attimo osservò le proprie unghie, da poco smaltate d'un viola cupo e corposo, contrastare con il tono ben più leggero e sbarazzino della tenda che le scivolava tra le dita.
Mentre prendeva alcuni capi dall'armadio, li piegava con cura e li infilava nella piccola valigia che stava preparando, lo sguardo della ragazza si volgeva spesso in direzione del viale, oltre la finestra, in cerca dell'auto che, lei lo sapeva bene, sarebbe apparsa da un momento all'altro.
Un misto di emozioni, come non provava più da tanto tempo, dai lontani anni dell'adolescenza, scandiva il ritmo del suo cuore e le faceva vibrare l'anima.
C'era la voglia di rivedere l'uomo tra le cui braccia si era sentita sicura e protetta. C'era la voglia di accoccolarsi contro il suo ampio torace, inalarne il dolce profumo e godere del calore del suo corpo. C'era l'eccitazione delle sue mani forti e decise sulla propria pelle. C'era il desiderio che la faceva fremere come una scolaretta al primo appuntamento.
Ma tutta quella trepidazione veniva adombrata da un'ansia cupa, spiacevole, dovuta al pensiero di trascorrere tutto un lungo week end con la famiglia di quell'uomo. Anche se ora quelle facce le fuggivano dalla mente, rendendole impossibile metterle a fuoco con chiarezza, sapeva che erano incredibilmente educate, cortesi fino all'eccesso, ma tutt'altro che calorose. Durante quella cena (o forse era stato un pranzo? Aggrottò le sopracciglia, non riuscendo a ricordare quel piccolo dettaglio) non si era sentita molto a proprio agio. Ma c'era a lui accanto, che le teneva la mano nella mano e le era bastato. Non aveva avuto bisogno di altro.
Ed infine quella strana, inspiegabile sensazione, impossibile da spiegare così come ignorare, ma sempre presente quando era al suo fianco, che, per quanto egli si mostrasse cortese, gentile e premuroso nei suoi confronti, le faceva pensare che non fosse realmente interessato a lei. Non c'era nulla, nei modi dell'uomo, che lasciasse intendere una siffatta verità. Mai un gesto o una parola fuori posto o scortese nei suoi confronti. Eppure quell'ombra non abbandonava l'animo di Morgana, impedendole di godersi serenamente quel rapporto.
Dopo quel primo incontro coi genitori era arrivato l'invito per la montagna. A dire il vero, non lo ricordava come un invito, lui ne aveva parlato senza chiederglielo, dando per scontata la sua partecipazione, e lei non aveva avuto cuore di mettere in discussione quella decisione. Un intero fine settimana con la sua famiglia. A pensarci ora, con la partenza così imminente, si sentì un groppo in gola e un improvviso desiderio di fuggire.
Quasi per caso camminò davanti al grande specchio della sua camera. Apparve una ragazza giovane, dai lunghi capelli neri che emanavano riflessi purpurei. Quei profondi occhi color della notte la stavano guardando con un misto di compassione e rimprovero, mettendola a disagio.
«Sei una sciocca Mor», disse quel riflesso, «devi solo lasciarti andare.»
Sorrise alla gemella, poco convinta. Prese il suo intimo preferito, quello di raso amaranto che le piaceva tanto sentire sulla pelle, proprio quello che conservava per le occasioni speciali. Lo accarezzò delicatamente con i polpastrelli, assaporandone la morbidezza con piacere, lo piegò con cura e lo ripose nella valigia con amore.
Quando, all'improvviso, l'auto comparve in fondo al viale, in mezzo a tutto quel traffico, Morgana riuscì lo stesso a riconoscerla. C'erano milioni di macchine come quella, ma lei sapeva, con precisione assoluta, che quella stava arrivando proprio per lei. Come lo sapesse non aveva importanza, era così e basta. Gettò un ultimo, fugace sguardo alla borsa e la chiuse pensierosa, sperando di non essersi dimenticata nulla. Senza più perder tempo si gettò sulle spalle il caldo cappotto color pervinca e scese le scale trascinandosi dietro la borsa pesante.
Nel momento esatto in cui aveva riconosciuto l'automobile il suo cuore aveva avuto un sobbalzo, quasi si era fermato, solo per poi iniziare a battere senza controllo. E ora, cosa sarebbe successo? Sapeva già, per quanto non ricordasse quando si erano messi d'accordo, che avrebbe condiviso il viaggio con il fratello e la sorella di Davide. All'inizio ne era impensierita e preoccupata, ma ora, che il momento si faceva incombente e che avrebbe abbracciato nuovamente il suo uomo, non le importava più nulla. Certo, aveva desiderato tanto viaggiare da soli, ma ora non aveva importanza. Sorrideva. Non riusciva a trattenere il sorriso, sentendosi così sciocca e immatura. Ma la gioia che le nasceva nel cuore non poteva essere trattenuta.
La gemella nello specchio la guardò con fare supponente.
«Sei proprio sciocca.»
Lui era già lì quando lei aprì la porta. Si guardarono negli occhi per un lungo istante e sentì il cuore battere come impazzito. Le loro labbra si sfiorarono, fugaci.
«Ciao.»
L'uomo le sorrise e le sfiorò la guancia con un gesto leggero della mano.
«Dai vieni, manchi solo tu.»
Allungò la mano e le prese la borsa coprendo in un istante i pochi passi che li separavano dall'auto. Non l'aveva salutata. Non l'aveva abbracciata. Non l'aveva baciata. Morgana s'intristì e lo seguì in silenzio.
Un'altra ragazza attendeva accanto alla portiera. Alta, con lineamenti morbidi e delicati e lunghi, lunghissimi, capelli castani, avvolta in un morbido cappotto color crema. Di una bellezza poco appariscente ma piena e forte che a Morgana ricordò il mughetto, con le sue linee così piene e armoniose.
«Lei è mia sorella, Erika.»
Davide le parlò da dietro le spalle. Morgana fece per porgere la mano alla donna che aveva davanti, ma questa si tuffò in un caloroso abbraccio che la mise in imbarazzo, colorandole le gote. Fu colta completamente alla sprovvista e non le rimase altro da fare che ricambiare. Profumava di shampoo alla vaniglia.
Un istante dopo Erika stava salendo in auto e Morgana si trovò di fronte a Mauro, il fratello. Doveva avere dieci anni più di Davide e le somiglianze erano davvero poche, forse si fermavano addirittura al solo cognome. Fu colpita dalla bocca grande e dallo strano colore violaceo che avevano quelle labbra. Anche le iridi avevano un particolare riflesso purpureo. Non aveva mai visto nulla di simile prima d'ora. Senza dubbio peculiare.
«Ciao.»
Le porse la mano con fare molto distinto ed elegante e lei rispose a quel gesto come se fosse la cosa più naturale e spontanea che si potesse fare. Ma la stretta si rivelò forte e decisa, fin troppo forte, più di quanto fosse necessario, tanto che le fece male e per un attimo Morgana pensò volesse stritolarle la mano. Chissà poi per dimostrare cosa...
«Ciao.»
Mauro ricambiò il saluto e la squadrò da capo a piedi senza nemmeno accennare un sorriso, serio e impassibile. Si sentì spogliata e messa a nudo davanti a quei due indagatori occhi purpurei. E in quel momento, il cappottino pervinca che aveva scelto con tanta cura e che tanto le piaceva indossare, le sembrò di colpo ridicolo, con le spalle troppo larghe e i fianchi troppo stretti. Perché aveva accettato quell'invito?
Poco dopo partirono.
Erika, che soffriva il mal d'auto, si accomodò davanti, lato passeggero. Morgana, che aveva dato per scontato di fare il viaggio accanto a Davide, trovò le sue speranze svanire nel nulla quando fu chiaro che sarebbe stato lui a guidare e che lei si sarebbe dovuta accontentare di sedersi dietro, accanto a Mauro. Sorrise, nonostante la delusione, ma proprio non riuscì a nascondere il proprio disappunto quando quello strano uomo si sedette al centro. D'altronde, con il posto dietro il conducente occupato dai bagagli, a Morgana non restò altra scelta che sedersi dietro ad Erika. No, non era proprio il viaggio che si era aspettata di fare.
In poco tempo i tre fratelli iniziarono a parlare di lavoro. No, Morgana non aveva proprio capito, o forse non aveva mai saputo, che tutti quanti fossero impiegati nell'azienda del padre. Con il risultato che ben presto si trovò esclusa dalla conversazione e si ritrovò a fissare il panorama fuori dal finestrino, persa nei suoi stessi pensieri.
Messa da parte come si fa con una bambola di pezza, quasi non si rese conto che, piano piano, Mauro andava sempre più allargandosi, schiacciandola inevitabilmente contro lo sportello, ritrovandosi la gamba dell'uomo appiccicata alla propria. E quando se ne rese conto, cercò di interrompere quel contatto, spostandosi, se possibile, ancor di più e facendosi piccola piccola. Ma l'unica reazione che ottenne fu il mettersi ancor più comodo da parte dell'uomo. Per qualche strano motivo non girò mai il capo verso di lui. Trovava che fosse semplicemente fuori luogo chiedere a Mauro di spostarsi e ricomporsi. Sarebbe stata inopportuna e non voleva fare la parte della rompiscatole. Avrebbe atteso.
Chiusa in una situazione da cui non vedeva l'uscita si sentì tradita da Davide, che l'aveva abbandonata là dietro, ignorandola e trascurandola. Sì, proprio tradita e abbandonata. Sentì il rancore e la rabbia stringerle il cuore. E fissò lo sguardo sul proprio riflesso. La sua gemella la fissò di rimando, con fare dispregiativo.
«E cosa ti aspettavi? Rose e coccole? Sciocca e stupida.»
Quel week-end andava delineandosi sempre meno quello che si era immaginata nei suoi sogni e desideri.
Ignorata, quasi non esistesse, mentre gli altri compagni di viaggio chiacchieravano allegramente di lavoro e di hobby, ridendo e scherzando senza tenerla nella minima considerazione, Morgana pensò, forse ingenuamente, di spingere il ginocchio contro la gamba di Mauro. Così, era sua ferma convinzione, quell'uomo ingombrante avrebbe capito che fosse giunto il momento di farsi un poco più in là, lasciandole un poco di spazio, senza tuttavia risultare scortese e sgarbata.
Mauro non si mosse. O meglio, fu Morgana a non accorgersi subito della reazione dell'uomo. E non se ne accorse fino a quando uscirono (finalmente) dall'autostrada ed iniziò la strada di montagna. Solo allora si accorse della mano. Proprio così. Mauro aveva infilato la mano tra i due corpi senza che lei se ne accorgesse, in un gesto all'apparenza innocente e privo di secondi fini, atto solo a tenere le distanze tra loro due.
Eppure c'era qualcosa in lui, in quell'atteggiamento che teneva con lei, che sapeva di sfida e di malizia. Ed una volta lasciata l'autostrada non ci volle molto per averne la conferma.
Ogni curva, ogni dannata curva, che fosse a sinistra o destra poco importava, lei non riusciva a stare e ferma e veniva sballottolata di qua e di là. Se la curva era a sinistra Morgana finiva contro lo sportello, ma se era a destra non poteva fare altro che finire contro di lui. Cercava di evitarlo, di tenersi stretta, ma proprio non riusciva ad evitarlo. Ed ogni volta che l'auto cambiava direzione trascinandola in quell'impetuosa carambola quella maledetta mano si insinuava sempre più sotto di lei. Perché Davide non poteva guidare con un po' più di garbo? E perché Mauro stava facendo così?
E così, oltre alla rabbia per come Davide la stava trattando, nell'animo di Morgana nacquero l'imbarazzo ed il disagio provocati da quella mano così invadente, silenziosa e subdola. Una mano a cui, suo malgrado, Morgana si rese conto di non essere rimasta indifferente.
Quasi di colpo il viaggio finì. Quanto odiò Morgana quel breve tratto di strada bianca e ghiaiata! Sembrava quasi che ogni singolo minuscolo sassolino su cui passavano trasmettesse le vibrazioni direttamente alla sua carne più sensibile, fino alla sua stessa anima. E questo perché quella dannata mano si era infilata ben sotto di lei e sembrava che fungesse da cassa armonica per quelle vibrazioni. Quella mano! Ma era davvero riuscito ad infilarla così tanto sotto di lei? E lei come aveva potuto permetterlo? Perché non lo aveva impedito? Morgana lo sapeva. Perché non voleva sembrare sgarbata né tanto meno metter in imbarazzo Mauro davanti ai suoi fratelli.
«E perché ti piace sentirla lì.»
La sua gemella la stava guardando maliziosa e furba dal riflesso nel finestrino. Attraverso il vetro Morgana vide se stessa. E la loro meta. Uno splendido cottage di montagna, tutto in legno, completamente circondato dalla natura, con magnifiche vette innevate poco distanti e un meraviglioso cielo azzurro solcato da qualche nuvola solitaria. C'era profumo di pioggia e di resina nell'aria e l'erba, tagliata da poco, era costellata da splendide violette profumate.
Era stata una sua impressione o Mauro aveva spezzato il suo muro imperscrutabile e le aveva sorriso, forse in modo indefinibilmente strano, quando erano scesi dall'auto? Scosse il capo, quasi certa di essersi sbagliata, e accantonò quei pensieri. Anzi, sicuramente si era sbagliata.
La cena fu uno strazio. Il dialogo, a differenza dell'atmosfera del viaggio, fu freddo e minimale e i parenti si rispondevano a monosillabi. Quando rispondevano. E se lei cercava di intavolare una frase che durasse più di qualche sillaba sembrava che tutti la guardassero in malo modo, come se avesse mancato alle più elementari norme della buona educazione.
Stanchezza. Sembrava essere il leitmotiv della cena. In realtà, a pensarci bene, anche lei si sentiva esausta. Ma se si fermava a rifletterci su un attimo, non era solo quello. Qualcosa si era insinuato in lei, come un serpente che striscia sotto pelle nell'oscurità e s'insinua fino al cervello, avvolgendolo con le sue spire malefiche. Si sentiva completamente scombussolata, fuori posto. Fissò la gemma color ametista incastonata nel manico della forchetta. Con il silenzio che regnava sovrano, si perse nei suoi pensieri.
Più ci pensava e più si convinceva che il comportamento tenuto da Mauro durante il viaggio non poteva essere stato casuale. Aveva volutamente insidiato la compagna di suo fratello! Lo trovò a dir poco disdicevole e si ripromise che non avrebbe più lasciato spazio a quell'uomo. Ma poi si rese conto di qualcosa di peggiore. Si rese conto dell'effetto che quella mano aveva avuto su di lei. Un gesto che, per quanto riprovevole, non l'aveva lasciata affatto indifferente.
Finalmente a letto. Nemmeno si ricordava come ci era arrivata, ma c'era. Doveva essere davvero stanca, eppure non riusciva a dormire. Si rigirò ancora una volta sotto le pesanti coperte. Fissò il soffitto attraverso le tenebre della camera. Sentiva il respiro di Davide che dormiva profondamente al suo fianco. Avevano fatto l'amore? Non riusciva a ricordarlo, cosa di per sé curiosa, e avrebbe detto di no. Ma l'umidità che sentiva tra le cosce smentiva distintamente quella prima impressione.
O forse... si sentì gelare il sangue nelle vene. Si era forse addormentata mentre facevano l'amore? Non le era mai capitato, ma aveva sentito di amiche a cui era successo. Cercò di concentrarsi, di tornare indietro con la memoria, ma nulla. E più si sforzava più tutto diventava indistinto e confuso. L'attesa... il viaggio... il cottage... la cena... il buio.
Inquieta, incapace di ritrovare la pace e il sonno, si alzò, indossò i pantaloni color vinaccia della tuta (quando li aveva tirati fuori dalla valigia? Doveva essere davvero stanca!), raccolse il libro che si era portata dietro e, dopo aver afferrato all'ultimo la sua sciarpa adorata, uscì dalla camera.
Silenzio e oscurità regnavano in tutta la casa.
Trovò incredibile come una casa "vuota", un buon libro ed una tiepida tazza di latte riuscissero a ridarle non solo quella serenità perduta, ma a renderla quasi euforica. Ora, comodamente rilassata sul divano, avvolta dal silenzio e dalla sua sciarpa, come fosse Linus, si sentì in armonia con il mondo intero. Un nuovo disteso sorriso le comparve sul volto e tutta l'inquietudine accumulata durante il giorno l'abbandonò, come se fosse stata neve al sole primaverile.
Inevitabilmente, inesorabilmente, scivolò con il sedere e ben presto Morgana si trovò tutta storta e insaccata. Fu inevitabile decisione quella di costringersi ad alzarsi un po', quel tanto che sarebbe bastato a trovare una posizione più comoda e consona alla lettura. Un gesto semplice, ripetuto chissà quante infinite volte nella sua vita. E, quasi fosse stato dotato di vita proprio, un goccio di latte saltò fuori dal bicchiere e finì maldestramente a macchiare la bella e raffinata stoffa dalle tante tinte di viola.
«Oh... accidenti... che guaio!»
D'un tratto gli occhi scuri di Mauro erano lì, comparsi dal nulla, che si spostavano inquisitori tra lei e la macchia. Morgana se ne accorse all'improvviso e trasalì, sentendosi gelare il sangue nelle vene.
«Mi hai spaventata.»
L'uomo uscì dall'ombra e si manifestò in tutta la sua massiccia figura. Era vestito tale e quale a com'era durante la cena, con quegli occhi e quelle labbra purpuree ed inquietanti. Non sembrava proprio fosse andato a dormire.
«Sì, ho visto.»
La sua voce era piatta, inespressiva, priva di qualsiasi emozione. Pronunciata da un robot avrebbe avuto la stessa intonazione, aveva pensato la ragazza, completamente a disagio.
«Provo a rimediare al guaio.»
Con qualche fazzolettino, comparso come per magia tra le sue mani, tentò invano di asciugare quella macchia. Sperando che svanisse, l'unico risultato che riuscì ad ottenere fu quello di renderla ancora più vistosa.
«Non credo verrà.»
Questa volta l'uomo parlò con tono secco e deciso, più di quanto lei stessa si aspettasse. Forse era indispettito per avergli rovinato il divano di famiglia, come dargli torto? Lo osservò in silenzio, con timore persino di respirare, mentre si metteva comodo sulla poltrona di fronte a lei.
E si rese conto che, per la seconda volta nella stessa giornata, quell'essere era riuscito a farla sentire in imbarazzo come se fosse una bambina colta in fallo a rubare le caramelle. E lui stava lì, immobile, con la schiena appoggiata e le mani incrociate sul grembo, a fissarla. Nemmeno fosse al cinema.
«Non riesci a dormire?»
«No. Mi sentivo agitata. Deve essere stato il viaggio...»
Troppo tardi si rese conto di quanto stesse uscendo dalla sua bocca e, tra sé e sé, si diede della stupida. Per un attimo, in un angolino della sua mente, vide la sua gemella ridere con gusto. Era incredibile come quell'uomo riuscisse a metterla, con facilità disarmante, in situazioni imbarazzanti.
Stizzita, afferrò il libro e si alzò, decisa a tornare in camera. Ma perché farlo? Perché dargliela vinta ancora una volta? No, basta! Quell'uomo non sarebbe riuscito a rubarle il suo spazio un'altra volta. Non sarebbe scappata. Che ci fosse Mauro oppure no, sarebbe rimasta lì, a leggere finché il sonno non avesse avuto il sopravvento.
Lo guardò dritto in faccia, fissando per un lungo istante quei dannati occhi viola, e tornò sui propri passi. Con garbo, ma non per questo senza essere decisa, tornò a sedersi dov'era prima, proprio sulla macchia di latte. Era convinta, per un qualche motivo, che anche lui volesse sedersi sul divano. No, non glielo avrebbe lasciato. C'era lei. Mauro non aveva nessun diritto di invadere con tanta arroganza i suoi spazi. Aveva deciso che sarebbe rimasta lì, avrebbe resistito al sonno, pur di non alzarsi finché lui non fosse andato via.
Vide il suo riflesso nel vetro di un mobile. Ma non era lei, era la sua gemella, che la guardava e sorrideva con quel suo fare sinistro.
«Morgana, sei proprio una stupida.»
«Forse dovresti allentare la tensione.»
La voce dell'uomo la riportò alla realtà. Lo fissò seria e impassibile. Non si sarebbe lasciata mettere in buca ancora una volta.
«Non sono tesa. Ero rilassatissima...»
Lasciò volutamente la frase in sospeso. Il sottinteso finché non sei arrivato tu non era poi così velato. Le era sembrato un segnale sufficiente a far sì che lui se ne andasse. Accennò un lieve sorriso tutt'altro che amichevole e si guardarono negli occhi. Sembrava una di quelle stupide sfide che si facevano ai tempi delle medie, guai ad abbassare lo sguardo.
Tutto ad un tratto Mauro si alzò e si avvicinò al divano. Incombeva su di lei con tutta la sua massiccia stazza. Morgana si tirò indietro, per quanto impossibile, stupita e spaventata da quel gesto improvviso e autoritario. Ma il divano era il suo. Nonostante ci fosse spazio per entrambi, era arrivata prima lei, ci si era messa comoda ed ora non lo avrebbe ceduto. Era diventata una questione di principio tra lui e lei. Cosa mai avrebbe potuto fare alla fidanzata di suo fratello?
In quel preciso istante si rese conto che quel nome non si addiceva affatto a lei. Amica sarebbe stato più corretto. Era questo, dunque? Solo un'amica? Sentì l'amaro in bocca mentre giungeva a quella conclusione.
Mauro allungò una mano per scostarle le gambe, ma lei le ritrasse di scatto prima che ci potesse essere anche solo il minimo contatto. Fastidio? Paura? Non riusciva a definirlo. Semplicemente non voleva che lui la toccasse. Troppo tardi però, si rese conto che, così facendo, aveva lasciato libero spazio a sufficienza perché anche lui si potesse sedere. Il tempo di pensarlo che accadde. Aveva vinto ancora.
Indossava la tuta scolorita, un tempo viola ed ora di un quasi lilla sbiadito, e la maglietta del pigiama bianca a pois. L'assenza del reggiseno. Per fortuna, la sua amata sciarpa fucsia mimetizzava bene quel look così trasandato. Provò un momento di vergogna per non essersi vestita meglio prima di uscir dalla camera.
«Quindi non sei più tesa ma non riesci a dormire?»
Quanto era insopportabile quel suo modo di fare così inquisitorio!
«Leggo sempre prima di addormentarmi e non volevo svegliare Davide. E tu? Come mai sei ancora in piedi?»
«Ho sentito dei passi. Ti ho vista scendere. Ho pensato avessi bisogno di qualcosa per allentare la tensione.»
Lo disse guardandola con una tale smorfietta sulla bocca che la rendeva sinistramente storta e formava una fastidiosa rughetta da un lato. Per non parlare poi di quell'odioso tono piatto e tutt'uguale, privo di una minima, qualsivoglia inflessione.
«Ho detto che non ho bisogno di allentare la tensione», rispose Morgana spazientita, non vedendo l'ora che quell'incontro si concludesse.
Eppure, mentre lo diceva, sentiva che non era affatto così. Tutta quella tensione, quel nervoso, quell'imbarazzo, quel fastidio si stavano sommando uno all'altro senza remore portandola sempre più vicina al punto di esplodere.
«Ti faccio vedere. È facile, lo sai bene, lo avrai fatto mille altre volte.»
Mentre parlava si era avvicinato ancora un poco senza che lei nemmeno se ne rendesse conto. Le prese la mano, il palmo di quella di lui sul dorso di quella di lei, e gliela spinse tra le gambe. Lei lo lasciò fare, incapace di opporsi. Non c'era costrizione, non c'era violenza, non c'era nessuna forzatura.
Lo guardò, al tempo stesso allarmata e incredula, recuperando un briciolo di lucidità e cercando di opporsi a quel gesto. Era mai possibile che lo stesso facendo davvero?
Conosceva quella logica, doveva ammetterlo, e sapeva fosse giusta. Quante volte si era chiusa nella propria intimità carnale per ritrovare un po' di quiete dello spirito?
Ma se quella logica celava un fondo di verità, era altrettanto vero che, in quel momento, c'era un intruso, per di più nemmeno tanto gradito, che le impediva di trovare la giusta armonia per metter in pratica quei licenziosi propositi. Fu inevitabile che la mano libera si mettesse nel mezzo, cercando di impedire quell'osceno spettacolo.
Per di più regnava il silenzio più assoluto come se, da lontano, qualcuno avesse premuto il tasto "mute".
«Sei davvero più sciocca di quanto credessi.»
La gemella era lì, che la fissava attraverso quel riflesso sfumato. Si scambiarono un lungo istante. Era sempre stata lei quella forte, quelle decisa, quella capace di uscire dai guai.
«Cosa... cosa vorresti dire?»
«Guardati.»
E, per un attimo, un lungo attimo, si vide attraverso gli occhi della gemella, stesa sul divano. Quelle mani tra le sue cosce, l'indice ed il medio esattamente sul suo sesso. E allora capì cosa intendeva la gemella. Mauro non stava facendo assolutamente nulla. Non era lui a muoverle la mano. Era lei stessa a farlo, lei stessa si stava accarezzando sotto gli occhi purpurei di quell'uomo tanto odioso!
E così, dopo essersi tanto ostinata a far resistenza, ad opporsi, dovette riconoscere che, ancora una volta, Mauro aveva vinto. Con ancora il viso paonazzo per la vergogna e l'eccitazione, non le rimase altra scelta che togliere la mano e lasciò che fosse davvero lui a guidarla.
Ben presto il suo corpo, che le piacesse o no, reagì.
«Smettila.»
Osservò la gemella.
«Smettila di opporti. Non arriverai da nessuna parte.»
Annuì leggermente con il capo. I suoi muscoli, in tutto il suo corpo, si rilassarono. Se così doveva essere, tanto valeva lasciarsi andare al piacere.
Mauro percepì al volo di aver vinto non solo la battaglia, ma la guerra.
Senza perdere contatto un solo istante, ma sempre con quella movenza lenta e misurata dei movimenti che non l'aveva mai abbandonato, portò la mano di Morgana prima dentro la tuta e poi sotto le mutandine.
Sentì un brivido attraversarle la schiena, incapace di opporsi agli eventi. Era eccitata, terribilmente, lo sapeva fin troppo bene senza bisogno di toccar con mano. Ora l'avrebbe saputo anche lui. Per un attimo avrebbe voluto impedirlo. Eppure non se ne vergognò. In fondo... perché farlo?
Chiuse gli occhi.
Era bello, una sensazione nuova e mai provata prima, a cui poté abbandonarsi liberamente. Poteva toccarsi come piaceva a lei, ma era lui che decideva il ritmo e l’intensità del tocco. Era una specie di "scarico di responsabilità" che le stava permettendo di scoprire una nuova dimensione del piacere. Quasi sorrise.
Ma di colpo Mauro si fermò.
«Da qui penso tu possa andare avanti da sola.»
Spalancò gli occhi.
Perplessa e sconvolta.
«Scusa?»
«Vai avanti. Continua», disse rispondendo al suo sguardo, senza abbassare gli occhi sul sesso, con quel tono a metà tra un ordine e un'esortazione.
L'indecisione le strinse il cuore. Forse era il momento di arrendersi, alzare bandiera bianca e battere in ritirata. Che si tenesse pure tutto il divano! Ma prima che il pensiero potesse diventare azione, la voce di Mauro la riportò alla realtà.
«Abbassa la tuta, le mutande e continua.»
Si guardarono ancora, in silenzio. Quelle poche parole furono sufficienti a cacciare ogni dubbio. Sotto quei purpurei occhi indagatori, Morgana chiuse gli occhi ed obbedì. Non si era mai spogliata, mai mostrata ad uno sconosciuto, men che meno in queste circostanze. Era tutto così strano. Infilò i pollici negli elastici della tuta e dell'intimo in un unico gesto e, in un istante, calò entrambi fino a metà coscia. Alzò i piedi, tirandoli sull'orlo del divano, così da poter aprire meglio le cosce ed infine ripresa ad accarezzarsi, lentamente, mentre il fratello di Davide restava immobile a guardarla.
Senza ormai più nessuna alternativa, si abbandonò al piacere.
Avere quell'uomo lì, a così pochi centimetri da lei, a fissarla, generava in lei emozioni nuove. Da un lato si sentiva a disagio, indagata, scrutata nel suo momento più intimo che mai aveva condiviso con qualcuno. Dall'altro, proprio il sapere di essere osservata e guardata faceva scaturire in lei una nuova emozione, una sfumatura di piacere a cui era del tutto nuova.
«Apri gli occhi», le sussurrò la gemella nelle orecchie.
«No.»
«Aprili.»
«Non voglio.»
Le dita scorrevano lentamente sul suo sesso, scivolando tra quelle labbra delicate, sempre più bagnate, e sul clitoride, su cui adorava tanto soffermarsi. Il piacere stava aumentando, lo poteva sentire diffondersi in tutto il corpo con quel languore nel quale tanto adorava indugiare.
«Non fare la sciocca, Mor, apri gli occhi.»
«Lasciami fare per una volta...»
«Aprili, non te lo sto chiedendo.»
Incapace di resistere ancora, obbedì.
Mauro era lì, esattamente dove lo aveva lasciato, con gli occhi fissi nei suoi. Non accennò minimamente ad abbassarli sul proprio sesso e questa cosa, a lei, fece davvero strano. Restava lì immobile, a fissarla con quello sguardo violaceo, senza nemmeno sfiorarla.
«Vedi, non è difficile.»
Morgana riuscì appena a fare un cenno di assenso. Un brivido scaturì dal suo sesso, infiammandole tutti i nervi. Spalancò la bocca e chiuse gli occhi ancora, per assaporare meglio il piacere. Era così strano toccarsi mentre un uomo, quell'uomo, la stava osservando. Si abbandonò a se stessa.
La colse un orgasmo intenso, profondo e decisamente rilassante, che la fece tremare da capo a piedi.
Ora che la tensione andava calando aveva paura di muoversi, di rovinare tutto. Avrebbe voluto essere sola. Si sentiva fuori posto.
«Non puoi fare la santa con me», le sussurrò nell'orecchio la sua gemella.
Mauro le prese con delicatezza la mano e la scostò da sopra il suo sesso.
«Ora puoi rivestirti.»
Ma quando riaprì gli occhi non erano più soli. A Morgana quasi si fermò il cuore.
Tutta la famiglia di Davide era lì, a guardarla, primo fra tutti Mauro. Tutti quanti non la stavano guardando in viso, ma più in basso: le stavano fissando il sesso, umido e pulsante quasi chiedesse ancora piacere.
Tutti, anche i parenti che non aveva ancora incontrato, erano lì.
Tutti quanti con quegli odiosi occhi viola.

Con il cuore che batteva impazzito nel petto, Morgana si issò a sedere e si guardò attorno. Era nel suo letto, a casa sua. Non c'era nessun Davide, nessuna Erika, nessun Mauro.
Si alzò e andò in bagno, sciacquandosi la faccia con l'acqua fresca. Era stato solo uno strano, inquietante sogno.
Fuori il sole si stava alzando pigramente rischiarando le tenebre con il tepore dei suoi raggi. Fece per tornare sotto le coperte, ma il suo sguardo cadde sul comodino. Se era stato davvero un sogno, quel mazzo di profumate violette appena colte da dove veniva?