i racconti di Milu
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05:00 della mattina: solitamente a quell'orario, nella mia vecchia vita, camminavo lungo la circonvallazione in direzione del mercato. Scaricavo le casse delle varie bancarelle, spazzavo la strada, aiutavo come potevo i commercianti, facevo di tutto per racimolare qualche soldo per campare. Ero solo, non avevo nessuno, l'unica cosa che avevo era la mia bellezza: alto, capelli mori, carnagione olivastra, muscoli temprati dal lavoro, occhi scuri. Questa bellezza mi permetteva di conquistare qualche troietta da scopare nel cesso di qualche bar, oppure mi facevo fare un pompino dietro qualche macchina parcheggiata, ma mai niente di serio. Ero spesso trasandato, a volte mi facevo la barba con dei pezzi di vetro, i miei vestiti erano sempre trasandati, e data la mia situazione economica, vivevo in un tugurio. Anche un zingaro o un barbone aveva più soldi di me.

Un giorno, proprio mentre tornavo dal mercato, sulla strada del ritorno vidi una donna, una specie di dea, che camminava verso di me. Ne rimasi abbagliato, tanto era bella: risultava molto appariscente, ma si vedeva che la base c'era. Platinata, tacchi alti, griffata dalla testa ai piedi, camminava a testa alta, spavalda. Stupenda! Sicuramente meglio delle troiette da quattro soldi che mi fottevo prima di andare a dormire. Rispetto a loro, Lei era una figa griffata, una vagina dalle ovaie d'oro, ed entrando in quell'antro umido e dorato, avrei sicuramente potuto sistemarmi almeno un po'.
Ma uno come me non poteva attrarre una donna, una dea, di quel rango. Il mio cazzo non era degno di chiavare quella purosangue, quindi abbassai gli occhi e tirai dritto.

"Ehi tu!", mi sentii chiamare da dietro, :"Dici a me?", le risposi.
"Certo che dico a te, vedi altri intorno?", rimasi folgorato. Stava parlando a me.
Non riuscii a spiegarmi perché si era disturbata a parlare con me, ero in un imbarazzo ed in una soggezione tali che avrei voluto scappare via. Mi rassicurò e mi disse di sederci al tavolino di un bar.
Pensai:" Magari le piaccio, magari vuole portarmi a casa per scopare. Ci sedemmo ad un tavolo. Lei accavallò, la pelle abbronzata risplendeva al sole di quella giornata primaverile, aveva delle gambe stupende, lunghe, affusolate, leggermente toniche, ma perfette. Mai visto un paio di gambe così! Il suo vestito firmato interrompeva la sensualità di quelle gambe a metà coscia.

Improvvisamente mi sferra un piccolo calcetto sullo stinco dicendomi:" Piantala di guardarmi le gambe, ordina quello che vuoi, offro io."

Le chiesi come mai avesse voluto parlarmi, perché mi avesse invitato a quel tavolo. Nel frattempo la osservavo, e più la osservavo, più sentivo il cazzo ingrossarsi.

"Perché ti ho fermato? Semplice: non è la prima volta che ti vedo, e mi sei sempre interessato. A te servono soldi, io posso dartene quanti ne vuoi, ne ho talmente tanti che non saprei cosa farci. Ed in cambio tu, mi dai la tua dignità. Diventa il mio schiavo e prometto che non te ne pentirai.

Ero allibito! "In che senso, tuo schiavo?"
Lei rispose:" Non intendo che devi pulirmi casa, lucidarmi la Spider, o cose del genere. Per quelle mansioni c'è già del personale che se ne occupa. Io voglio uno schiavo sessuale, qualcuno da dominare, da comandare, che sbavi dietro le mie Louboutins….cose del genere. In cambio ti garantisco tutta la copertura economica che vuoi".
Io, da uomo rude e virile quale sono, o meglio, ero, risposi, prontamente:" Assolutamente no! Non esiste, non diventerò mai il tuo cagnolino!". Lei non si scompose. Si accese una sigaretta, tolse i suoi grandi occhiali di Chanel e disse:" E allora perché, mentre ti parlo, qualcosa si muove dentro le tue mutande? Scommetto che il pisellino ti sta venendo duro vero?", e scoppiò in una risata malefica. Improvvisamente si alzò :" Hai tutto il tempo per pensarci, puoi trovarmi qui per ogni cosa", e mi allungò un bigliettino da visita con i suoi recapiti.

Quell'incontro mi aveva stuzzicato. Lei aveva proprio ragione, e la mia vita non poteva essere peggiore. Meglio essere prigionieri in una gabbia d'oro, piuttosto che essere liberi dentro una di alluminio.
Mi presentai a casa sua, non fu sorpresa di vedermi:" Credevo ci avresti messo di più per decidere. Dai entra. Ovviamente prima di accettarti definitivamente come mio schiavo devo provarti."
"Che cosa significa?", risposi :" Lo scoprirai presto. Intanto vatti a lavare".

Una vasca Jacuzzi con idromassaggio, cromoterapia, e tutti i comfort possibili era davanti ai miei occhi. Godei di infinito godimento in quella vasca. Improvvisamente lei entra in bagno, vestita solamente con un completino intimo targato "Gucci" e i suoi tacchi di Fendi. A quella visione, mi inebriai ed il mio cazzo, in tiro, svettò attraverso le bolle della schiuma del bagno. Voleva che camminassi a quattro zampe, fino a lei, e le leccassi la vagina. Una figa abbronzata, glabra, due labbra carnose, bagnata al punto giusto. Mi immersi in quel ben di Dio, assaporando sin da subito la sua broda divina. Lei gemeva di piacere, si sdraiò, ed io inserii un dito dentro.
Ad un tratto lo tolsi da quel gineceo paradisiaco e glielo avvicinai alla bocca. Mi arrivò un ceffone.
"Stupido schiavo celebroleso! Quello leccalo tu!", ed io, istintivamente, risposi:" Si Padrona!"
Il gioco proseguì: mi mise al collo un collare di pelle targato D&G al quale collegò una catena dorata; inoltre mi ammanettò le mani. Si sedette sulla tazza del cesso, e, accendendosi una sigaretta, mi intimò di leccarle i tacchi. "Forza! Devono essere splendenti, e guai se me le righi con i denti! Se vendessi un tuo rene al mercato nero, non riguadagnerei metà di queste scarpe".

Mi sentivo benissimo, godevo nell'essere usato, nell'essere il suo animale, il suo cane, il suo schiavo. Volevo essere lo zerbino su cui strusciava le sue "Gucci" quando tornava a casa, volevo essere il lavandino in cui sputava dopo essersi lavata i denti, volevo essere l'oggetto di sfogo della sua libidine e delle sue frustrazioni.
In quel momento, sentii un suono molto familiare, un suono che io definirei "Acqua contro Acqua". Stava facendo la pipì.

Mi guardò e dissi:" Pensi che la mia figa si pulirà da sola? Forza, mettici olio di gomito. Anzi, di lingua!".
Dopo un po' di repulsione iniziale, soppressa prontamente dalla padrona con una frustata e uno schiaffo, immersi le mie labbra nel suo liquido di scarto, assaporandone il gusto amaro e pungente. Lei rise soddisfatta :"Magari un giorno te la farò anche bere, ma non è questo il giorno".

Mi fece rivestire e poi mi mise davanti un foglio :" Che cosa è?". Lei rispose subito:" Il contratto con cui suggelleremo la nostra "unione". Te lo riassumo in breve: tu diventi il mio schiavo, mi obbedirai senza sbuffare e senza sbagliare, eseguirai ogni mio ordine, ed ogni mio volere o desiderio per te dovranno essere la priorità. Se un giorno mi sveglio storta e riterrò giusto frustarti lo farò, se vorrò pisciarti in faccia lo farò, se avrò il ciclo e ti chiederò di cambiarmi gli assorbenti lo farai. Ogni cosa la dovrai fare con la massima felicità e accondiscendenza. In cambio io ti offro un tetto sopra la testa, una stanza tutta per te, vestiti nuovi e una cifra pari a dieci volte quello che guadagnavi al mercato, ogni mese, direttamente sul tuo conto in banca. Inoltre la mattina sarai sempre libero, dovrai essere a disposizione tutti i pomeriggi e le sere a seconda delle mie esigenze e dei miei voleri. Potrai uscire il pomeriggio o la sera solo se io ti do il permesso. Che ne dici?"

Risposi:" Hai una penna?", mi arrivò un ceffone:" Si dice, Padrona non avrebbe gentilmente una penna da prestare al suo umile cane?"
Ripetei quello che disse.

Da quel giorno incominciò la mia vita da schiavo di lusso: una vita spesso dura e difficile: è molto difficile soddisfare una donna, molto più difficile è accontentare una padrona. La mia vita in quella gabbia d'oro, nell'olimpo di piacere della Padrona, in quel pregiato e costoso paradiso, stava per cominciare…