i racconti di Milu
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I suoi piedi in quelle scarpette di raso facevano cigolare tutti gli aghi di pino che venivano calpestati, perché quella caratteristica risonanza le fece ricordare le lunghe passeggiate nei boschi con suo padre alla ricerca di prede, che lei immancabilmente e inevitabilmente faceva scappare con un colpo di tosse o con uno starnuto. In realtà la caccia non le piaceva, la deprecava, in quanto era un passatempo crudele, inumano e spietato, poi, per quale motivo quelle povere bestiole dovevano morire soltanto per far sollazzare allietando i cacciatori? Lei guardò in alto, attraverso i rami degli alberi maestosi, intravide un raggio di sole che le illuminò i capelli castani raccolti in una treccia grossa e pesante, poiché le arrivavano fino alla vita. Una vita sottile, stretta in quel busto color amaranto, che esplodeva da un’ampia gonna dello stesso colore e lunga fino alle caviglie. Certo, quello non era l’abbigliamento adatto per passeggiare nel bosco, ma che le importava?

Il vestito era sì ingombrante, però la voglia di camminare, di saltellare e di godersi l’aria pungente di quel mattino primaverile nei boschi era indubbiamente più forte d’ogni limitazione, di qualsiasi restrizione. Nel frattempo lei si fermò per ascoltare i rumori del bosco, chiuse gli occhi e inspirò quell’inconfondibile profumo di corteccia, di muschio e di felci, poi udì un suono più lontano, dato che era acqua, girò la testa da una parte e dall’altra per capire da dove provenisse, eccolo, era lì a nord. Si mise a correre per quello che poteva, sollevando con le mani la lunga gonna e le sottovesti di pizzo che l’impacciavano parecchio, eccolo: uno splendido ruscello che saltellava da un sasso all’altro, come se fosse vivo e poi quell’acqua, però che acqua desiderabile e invitante per una ragazza accaldata e assetata, dato che s’inginocchiò per bere, avvicinando la bocca rossa a quella cascata che sgorgava proprio di fronte a lei. Quanto era buona, fresca e deliziosa quell’acqua, in quel momento girò gli occhi neri per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi, anche se era sicura di no. Per quello che voleva compiere era meglio non avere testimoni, dato che un lieve sorriso le raggrinzì rapidamente le labbra, comunque sempre guardinga e sospettosa alzò la gonna, si tolse i mutandoni bianchi e li mise sotto un cespuglio, poi allargando le bianche gambe lisce s’accucciò proprio sopra la cascata e lasciò che quell’acqua fresca le arrivasse proprio dritta lì, dove un giorno, le aveva riferito la mamma, soltanto il suo sposo avrebbe potuto toccarla.

Che gioia, mamma mia, che bello, lei non aveva mai provato una simile sensazione, per il fatto che le parve alquanto strano che dopo un iniziale senso di frescura sentisse in seguito un calore delizioso e insperato invaderla, cosicché avvicinò la mano e si toccò. Là di sotto, ben protetto dalla villosa e rossiccia peluria, trovò qualcosa di duro e di piccolo, in tal modo cominciò istintivamente a strofinarlo, però quell’istintivo sfregamento la risvegliò dal suo delizioso torpore, ma si rese subito conto di non poter lasciare a metà quello che aveva cominciato, perché doveva arrivare alla fine. Nel frattempo vide di sfuggita prima un’ombra e sentì un tuffo al cuore, poi una persona, un giovane cacciatore con il fucile in spalla la stava guardando dall’alto del ruscello. Non disse una parola, ma dallo sguardo intenso di quei due occhi blu lei intuì che aveva capito quello che stava facendo, che vergogna e che piacere, ambedue si guardarono a lungo e lui s’avvicinò lentamente.

Lui era alto, slanciato, vestito come s’addice a un giovane che ama circolare per molto tempo svagandosi nei boschi. Lui appoggiò il fucile a terra, sbottonò i pantaloni sul davanti e ne fece uscire il membro già eccitato e ingrossato, tenendolo con una mano lo avvicinò alla bocca della ragazza, che lei ben presto aprì e lo accolse. Lei lo succhiò con grande piacere, anche se il suo viso s’accese repentinamente per la vergogna. Che cosa stava facendo? Eppure in quel momento alla ragazza sembrò che fosse l’unica cosa da compiere, per il fatto che lui spingeva dentro e fuori dalla sua bocca il membro duro e grosso, la guardava e non diceva nulla, soltanto il suo respiro si fece più affannoso, finché non emise un lamento lasciando fuoriuscire un fluido che le rimase in gola e lei non poté fare a meno d’inghiottirlo. In seguito restarono così, immobili ed estasiati, guardandosi e studiandosi reciprocamente, poi il giovane s’aggiustò i pantaloni e allungò le mani verso il suo viso, accarezzò delicatamente le sue labbra, dopo scese verso la scollatura della camicetta bianca di pizzo.

I lacci che la chiudevano si sciolsero e i suoi seni rosei e sodi sbucarono come per incanto, lui li guardò a lungo poi li accarezzò adagio avvicinandosi sempre di più, finché arrivò a baciarli succhiando i capezzoli con delicatezza. Allora la ragazza capì di non riuscire più a stare in quella scomoda posizione, annientata e sopraffatta dal piacere si lasciò scivolare a fianco del ruscello, con le gambe aperte e la fessura dischiusa e pronta ad accogliere quella guaina carnosa. Il giovane ammirò quello che vide: le due cosce affusolate e divaricate, quel bacino leggermente inarcato e quell’abbondante ciuffo foltissimo e rossiccio che s’offriva impertinente al suo sguardo, con tutto quello che lui voleva farle.

La giovane aveva alzato le braccia lungo la testa, per il fatto che adesso non si sentiva più intimidita, sicché era rimasta ammirata e venerata da quel giovane così bello e taciturno. Lei voleva le sue carezze, anelava i suoi baci, bramava la sua lingua lì in mezzo a lei, dove si trovava un fuoco da spegnere e placare, infatti, lentamente lui s’inginocchiò davanti sollevando le sue gambe con quelle braccia muscolose sotto le ginocchia, in seguito avvicinò la bocca proprio lì, sotto il pube e fu un gemito, un piccolo urlo, un piacere indefinibile e indescrivibile, mentre la sua lingua penetrava con bravura e maestria nella bruciante e al tempo stesso sugosa fessura della ragazza.

Lei sentiva soltanto il calore di quella bocca, giacché sembrava volesse risucchiarla tutta, intanto vedeva le fronde degli alberi, sì, chiaramente lontane dal suo viso, ma le sembrava d’essere immersa nella natura, coinvolta come non mai. Il giovane continuava il suo gioco amoroso con la testa immersa tra le sue gambe, dal momento che lei avrebbe gradito e voluto che non finisse mai, poi, all’improvviso non fu più così e sentì freddo, si ricoprì istintivamente con la lunga gonna stropicciata, ma non aprì subito gli occhi, captò un leggero fruscio, dei passi e dopo più nulla, perché tutto ritornò come prima, allora si decise e socchiuse le belle ciglia.

Al momento di fronte a lei c’era il bosco, c’era il ruscello, però del giovane nessun accenno, nessuna traccia, lui era sparito. Si rimise in piedi aggiustandosi, recuperò i mutandoni e si guardò intorno, tutto era come prima, eppure era realmente tutto disarmonico e dissonante, nell’insieme radicalmente diverso.

La ragazza s’incamminò verso il castello, poiché attualmente era appagata, beata e in special modo esultante. Lei non avrebbe annunciato né rivelato né segnalato mai e poi mai a nessuno, dell’incontro e del ritrovo con il cacciatore dagli occhi blu.

{Idraulico anno 1999}