i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy webcam Chat  | ChoCam Mature webcam  |  Live18 |

[ - ] Stampante Capitolo or Storia
Indice
- Text Size +
01. Giovanna per fossi



Certo Alfredo era stato un po’ stronzo, per dirla in francese.

Tanto per cominciare - e forse questa era la cosa che mi faceva incazzare di più – non era lui che mi “portava in giro in moto” ma semmai il contrario.

E anzi, mi ricordavo bene quel misto di stizza e paura che gli provocava il fatto di dovere essere lui a stare seduto sul posto di dietro del sellino. Come se fosse un’onta che a guidare la moto fossi io.

In secondo luogo, quella frase lì – “me la portavo per fossi e me la inculavo” – se la poteva pure risparmiare.

Anche perché la cosa era successa, va bene, ma era successa una volta sola.

E anche questo me lo ricordavo bene.

Era una di quelle sere d’estate in cui, se sei in maglietta e in moto, e soprattutto in quella parte di campagna che non è ancora diventata periferia, comincia a fare fresco.

Ero tentata di fermarmi e recuperare le giacche dal bauletto della mia stravecchia Tenerè quando sentii le mani di Alfredo richiudersi sulle mie tette. Il reggiseno, che aveva poco da reggere visto che ho una seconda nemmeno tanto piena, non riusciva a celare le protuberanze dei miei bottoncini, che iniziavano a intirizzirsi. “Cazzo fai?”, gli dissi scalando una marcia per affrontare una curva.

Lui non si scompose e continuò a palparmi. Non solo le tette, ma un po’ tutto quello che poteva, vista la posizione in cui eravamo seduti: io davanti, lui dietro.

Non posso negare che dopo un po’ quelle carezze cominciarono a fare qualche effetto.

“Dai, mollami o andiamo a sbattere”, protestai. Lui per tutta risposta mi disse: “Trova un posto per fermarti, ti voglio scopare”.

Non c’era nulla di strano che mi volesse scopare, visto che stavamo insieme. Andava anche a me. Magari non lì, magari potevamo aspettare ancora una mezzoretta e farlo a casa.

E invece mi fermai, trovando una stradina sterrata e dopo un centinaio di metri – durante i quali lui prese a torcermi i capezzoli tirandomi su la maglietta e abbassando il reggiseno – un prato al riparo di una siepe.

Avevo praticamente le tette di fuori, ma in giro non c’era anima viva.

Misi la moto sul cavalletto cercando di non farlo affondare sulla terra molle e mi sganciai il casco, voltandomi verso di lui. Alfredo fu più rapido: mi afferrò e mi baciò con passione.

Pensavo che avremmo cominciato come al solito: a me andava proprio di inginocchiarmi su quel prato e slacciargli i pantaloni. Mi pregustavo il suo cazzo in bocca.

Invece lui mi prese e mi scaraventò per terra, rigirandomi sulla pancia. Ci pensò lui a liberare entrambi dai pantaloni. I miei, insieme alle mutandine, li abbassò fin poco sopra le ginocchia. Con una certa fatica, erano attillati. Mi piacque il modo in cui me li tirava giù a strappi, con veemenza. Mi trasmetteva la sua voglia incontrollabile, che divenne anche la mia.

Sentii quasi subito però il suo cazzo duro sulle natiche e ci misi davvero poco a capire le sue intenzioni. “No! – urlai – NO!”. Cercai anche di divincolarmi, ma non ci riuscii.

Per un attimo pensai che quella di Alfredo fosse una sorta di vendetta per averglielo negato qualche giorno prima. Ma a conti fatti non credo che fosse per quello: lui aveva voglia di piantarmelo dietro e anche io tutto sommato, dopo le prime proteste, lo lasciai fare.

Intendiamoci, non era mica la prima volta che me lo metteva nel culo. Né Alfredo né altri. Gridai il mio no per la sorpresa, più che altro. Ma la pratica in sé non è che mi dispiaccia, anzi. L’unica condizione che pongo è di lasciar passare qualche giorno tra una inculata e l’altra, giusto per farmi passare un po’ l’indolenzimento. Per il resto, il mio uomo, chiunque sia, se vuole può farmi il culo (se vuole, vi sembrerà strano ma ho avuto anche storie in cui non me l’hanno chiesto).

La prima volta che fui sodomizzata, del resto, ero poco più che una ragazzina, avevo appena compiuto 18 anni.

Passavo l’estate a casa di mia nonna, al lago. Era quell’estate in cui papà e mamma si erano concessi un lunghissimo viaggio per cercare di rimettere in sesto la loro relazione. Visti i risultati, potevano benissimo risparmiare i soldi.

Io facevo avanti e indietro con la città, dove avevo trovato un lavoretto stagionale in un bar. Volevo fare un po’ di soldi per comprarmi un motorino o una moto usata, ho sempre avuto la passione delle due ruote.

Il villino vicino a quello di nonna era occupato da una famigliola: lui, la moglie e due bambini deliziosi.

“Lui” era un bel tipo, sulla quarantina. Si chiamava Ludovico, un nome che non so perché mi ha sempre fatto un certo effetto. Alto, moro ma con dei bellissimi occhi verdi, delle splendide mani. Mi accorsi che, quando era al lago e ci incrociavamo per caso, mi guardava spesso. Io allora ero più o meno come ora, forse con un po’ di adipe in meno sul sedere. Anche lui faceva avanti e indietro con la città, per lavoro. Qualche volta si tratteneva lì, perché non tutte le sere vedevo la sua auto parcheggiata nel vialetto. Un giorno che mi stavo affrettando verso la stazione (ero in ritardo) accostò la macchina accanto a me e mi offrì un passaggio direttamente in città, fino al lavoro. Accettai, e lui ci provò praticamente subito. Non me lo aspettavo proprio. Non ero molto esperta di strategie di conquista, ma avevo capito a cosa mirassero tutti quei complimenti sul mio corpo, sui miei occhi grigi e sui miei capelli lunghi e ricci. Tuttavia, ne ero lusingata. Lusingata come una ragazzina che si sente al centro delle attenzioni di uno che ha il doppio dei suoi anni e al suo fianco una donna, una donna vera.

Mi propose di passarmi a prendere al termine del lavoro e di andare a mangiare un gelato. Accettai, di un gelato mi potevo fidare. Durante la mattinata contavo le ore, non vedevo l’ora che il momento arrivasse. Ma ne avevo anche paura. Avevo soprattutto paura del fatto che, io stessa, desideravo che oltre al gelato ci fosse qualcos’altro, anche se non osavo immaginare cosa. Lo immaginava lui, però. Vista la giornata afosa mi propose di comprare il gelato e andarselo a gustare sulla sua terrazza. Abitava in un attico. All’ombra, ventilato. Non sono scema e non lo ero nemmeno allora. Io a casa con uno sconosciuto che avrebbe potuto, scusate la banalità, essere mio padre. Infatti l’alibi del gelato durò poco: un quarto d'ora l’ultima cucchiaiata dopo rientravo sculettando dalla portafinestra nel salone, completamente nuda, sentendomi il suo sguardo addosso.

Ero un amalgama di sensazioni contrastanti: avevo paura e mi tremavano le gambe, mi chiedevo cosa stessi facendo, se fossi impazzita. Ma allo stesso tempo ero sessualmente eccitata, tantissimo. Lui mi aveva fatto sedere sulle sue ginocchia e io avevo accettato sapendo a cosa stavo andando incontro. Subito ci demmo il primo bacio, poi dopo un poco e quasi senza rendermene conto mi ritrovai a essere accarezzata, baciata, leccata sui capezzoli e sul collo. Stordita dalla voglia e dal desiderio di sentirmi desiderata. In soggezione davanti a quell’uomo che in quel momento aveva attenzioni solo per me.

Quando mi distesi sul suo letto matrimoniale ero in preda ai brividi e alla pelle d’oca, ma lui fu dolcissimo e non ebbe alcuna fretta. Continuò a accarezzarmi e a baciarmi, mi allargò le gambe leccandomi là in mezzo come nessuno aveva mai fatto prima di allora. E, come anche in questo caso nessuno aveva mai fatto prima di allora, mi portò al primo orgasmo della mia vita procurato da un’altra persona che non fossi io stessa.

Dopo di che, devo essere obiettiva, mi fece capire sempre per la prima volta cosa vuol dire davvero essere scopata. Qualche anno dopo una mia amica, invero una ragazza normalissima, per magnificare le doti amatorie del suo ragazzo ricorse a un’espressione molto romana e molto volgare per raccontarci la sua notte di passione: “Madonna che scorticata”, commentò. Agganciai immediatamente quel modo di dire alla mia prima esperienza con Ludovico che da allora, ma solo per me, è rimasta “la scorticata”.

Non ero più vergine, ma i miei rapporti sessuali completi si potevano davvero contare sulle dita. Quelli con il mio primo fidanzatino, con il quale comunque mi sembrava di essere io quella che ci metteva più foia anche se non era niente di eccessivo, e con un ragazzo con il quale avevo flirtato una sera intera e che mi scopò in piedi nello sgabuzzino-deposito di un pub. Stop.

Non potevo nemmeno immaginare che il sesso potesse essere così. Non so dire se fosse brutalità o semplice foga, ma Ludovico mi fece sua in ogni posizione, voltandomi e rivoltandomi come un calzino, sbattendomi e allargandomi la fica con una energia che mi travolse. Sì la definizione giusta è questa: ero travolta. Non capii più nulla, così come non me ne fregò più nulla a un certo punto della differenza di età. Anzi, sapere che si eccitava così per me, che il suo cazzo – il cazzo di un uomo - era così duro per me, che le carezze di poco prima si erano trasformate in tettine strizzate, capezzoli morsi e tirati, glutei schiaffeggiati, tutte queste cose mi facevano impazzire. Non ebbi un altro orgasmo mentre mi fotteva, ma godevo immensamente della sua voglia e dei suoi colpi di cazzo che sentivo affondarmi in pancia. Non mi sentivo più una ragazzina, mi sentivo una vera donna scopata dal suo uomo. Provai per la prima volta l’essere presa a pecorina e quella sensazione di passività totale mentre lui accelerava le sue percussioni e faceva di me quello che voleva mi esaltò facendomi urlare di piacere e desiderare che non finisse mai. Assaggiai anche per la prima volta il sapore dello sperma mischiato al mio. No, non un pompino. Quelli sarebbero venuti in seguito. Ma un bacio che lui mi disse di dare alla punta del suo cazzo, ancora sporco dei miei umori e della sborra che mi aveva schizzato sulla schiena.

Avrei fatto tutto per lui, almeno sessualmente parlando. Ero completamente e felicemente soggiogata da quel punto di vista. Due giorni dopo, quando ci rivedemmo, mi ruppe il culo. Non mi piacque per nulla, nonostante lui si fosse adoperato con le dita, con il gel lubrificante e anche con la lingua, leccandomi il buchetto e affondandola dentro. Cosa che mi scandalizzò non poco ma che mi procurò uno spasmo elettrico di piacere che mi percorse dai piedi alla punta dei capelli. Non capisco le donne che raccontano la loro prima sodomia nei termini di un dolore che progressivamente diventa piacere. Per me non fu così. Sentii dall’inizio un male lancinante che non mi abbandonò mai. Mi ero stupidamente ripromessa di non urlare e per molto tempo (a me almeno parve infinito) restai in silenzio a sentire le lacrime bagnare le mie guance e a digrignare i denti. Ma a un certo punto mollai: “Basta, basta, non ce la faccio più”. Mi sentivo un unico punto di fuoco, mi sentivo le budella tirare. Non riuscivo a concentrarmi esclusivamente che sulla zona del mio dolore. Ludovico non se ne diede per inteso e si limitò a ringhiare tra le mie urla: “Voglio sborrarti in culo”. Lo fece. E poi disse una frase stupida, che io sapevo essere stupida: “Sei una donna adesso”.

Tuttavia.

Non so come spiegarlo, non ero certo diventata donna per quello, ma mi sentii la sua donna per quello. E questa sensazione mi gonfiò di piacere molto più di quanto il suo cazzo avesse gonfiato il mio intestino sanguinante.

In quei due mesi d’estate o poco più mi sentii davvero la sua donna. Ci vedevamo quasi tutti i pomeriggi prima di ritornare, separati, alle nostre villette sul lago. Pomeriggi che progressivamente si riempirono di miei orgasmi, di sesso orale, di sperma preso in bocca e ingoiato. Qualche volta dormii con lui, dicendo a mia nonna che sarei rimasta in città a casa di un’amica, per via dei turni al bar. Nei giorni precedenti e seguenti le mestruazioni lasciai, o per meglio dire implorai, che mi venisse nella fica, perché volevo finalmente godere di quella sensazione che immaginavo stupenda, e lo era davvero, lo è davvero per me, di essere inseminata. Sì lo so ero incosciente e lui più di me. Ma successe. Altre volte mi sborrava nel sedere. E piano piano, nonostante il dolore fosse sempre molto intenso, quella pratica iniziò a piacermi. Non solo per quell’elemento di sopraffazione che comportava e che mi faceva sentire più sua, ma proprio per la penetrazione in sé, per quel cazzo rovente che mi possedeva e che si faceva strada dentro di me fino quasi a farsi sentire in gola.

Strano a dirsi, lo so, ma con sua moglie non mi sentivo in competizione, mi stava pure simpatica. Una sera mi offrii persino di tenere i bambini per consentire loro una romantica cena. Quando ritornarono a prenderli i due si erano addormentati nel mio letto e proposi alla donna di lasciarli dormire. Io andai a coricarmi in un divano letto nella stanza accanto. Nella notte udii come delle urla femminili soffocate e immaginai che stessero adempiendo con una certa bestialità ai loro doveri coniugali. La cosa non mi ingelosì per nulla, anzi. Mi masturbai a lungo raffigurandomi al posto di quella moglie cornificata, sapendo che comunque già il giorno dopo sarei stata io a urlare.

Tutto finì quando finirono le vacanze estive. Mi sentii improvvisamente asfissiare. Ritornai a Roma con i miei genitori, tra i quali le tensioni non si erano certo placate, cosa che non faceva che peggiorare la situazione. Era come se fossi stata non sedotta e abbandonata (cosa che effettivamente era) ma rifiutata. Come se mi fosse stato precluso il futuro. Chissà che futuro potevo immaginare di avere con quell’uomo, a quell’età si è proprio sceme.

Lo implorai diverse volte di rivederci e alla fine lui accettò, probabilmente per paura che le mie telefonate e i miei messaggi lo raggiungessero mentre era con la moglie. Gli dissi che volevo continuare a essere sua, che non volevo perderlo e lui mi spiegò, con una freddezza cinica che allora non colsi ma che oggi mi fa rabbrividire a ripensarci, che ero una ragazzina e che non poteva portarmi in un hotel e scoparmi, né poteva portarmi in altri luoghi dove rischiava di essere beccato. Mi mortificai pregandolo di farlo almeno un’ultima volta e lui mi condusse in un luogo appartato e oscuro, una strada che si inerpicava dentro un parco. Mi fece scendere dalla macchina e mi sbattè a novanta gradi sul cofano. Mi scopò e mi inculò per l’ultima volta nonostante lo supplicassi di non farlo, che così mi faceva male e basta. Anche quella volta non se ne diede per inteso e continuò a sodomizzarmi tappandomi la bocca con le mani per soffocare i miei strilli finché non ebbe soddisfazione e io non sentii il suo seme spruzzato nel retto. “Sei un porco, non volevo!”, gli urlai. Lui si limitò a rispondere ansimante: “Hai un culo che è fatto per prendere cazzi”. Non era mai stato così volgare, così sprezzante. Mi sentii umiliata e sporca, come lo sporco che mi colava dalle viscere giù per le gambe. Qualche mese più tardi mi ricercò (evidentemente gli si era venuta a creare l’occasione). Ma fui io a rifiutare di vederlo.

Quella con Ludovico resta comunque a tutt’oggi la cosa più trasgressiva della mia vita. Non dico di essermi ritirata in convento, tutt’altro, ma da allora ho avuto solo relazioni normali. Relazioni in cui il sesso era certamente una parte fondamentale, ma non l’unica.

Non ho mai creduto al colpo di fulmine del grande amore e sono andata avanti per tentativi, come tanti, come tante. Alla ricerca della persona giusta.

Una di queste storie è stata per l’appunto quella con Alfredo. Non la migliore ma certamente neanche la peggiore. Non ci siamo nemmeno lasciati male, per cui proprio non capisco perché lui vada in giro a raccontare questi dettagli intimi su di noi. “Me la portavo per fossi e me la inculavo”, ma siamo matti?

Anche perché a dire il vero non è che quella sia stata la scopata più epica che Alfredo mi abbia regalato. Me la ricordo, naturalmente, perché non mi era mai capitato di essere gettata sull’erba e inculata con i blue jeans calati a mezza gamba. Me la ricordo perché come avrete capito quel tanto di brutalità nel sesso per me non guasta e devo riconoscere che mi piacque. Me la ricordo perché lui mi disse a un certo punto: “Grida, grida, qui non ti sente nessuno”, e ammetto che ne approfittai, perché ho sempre avuto vergogna di farmi sentire dai vicini. All'inizio gridai il mio dolore. Quando lui cominciò a fare avanti e indietro gridai tanti "sì!" e gridai tanti "inculami!", come per pudore probabilmente non avevo mai fatto. Ma soprattutto quella scopata me la ricordo perché questa pettegola di Miranda me l’ha fatta ricordare. Chi ci pensava più?

- Giovanna? Giovanna? Tutto ok? Scusa ma io non ti volevo offendere, volevo solo dirtelo, non mi pare giusto che la vittima del pettegolezzo sia l’ultima a sapere le cose…

La voce di Miranda mi risvegliò dai miei pensieri. Quanto tempo era passato da quando mi aveva detto della voce che girava su di me? Mah, dieci, forse quindici secondi. Si sa come le cose a volte passino per la mente a una velocità impressionante.

- Ma no, non ti preoccupare Mira, lo sai come sono gli uomini. Con Alfredo ho avuto una storiella un paio di anni fa, lo sanno tutti. Se non sbaglio tu non eri ancora arrivata qui, non mi ricordo. Quanto al resto, lo sai com’è: fanno presto a ricamarci sopra. E poi non è che da quel lato ci sia molto da dire, non c’è nulla di memorabile…

E qui si fermò la mia voce, ma le mie labbra no. “Ce l’ha piccolo...”, scandirono mentre univo l’indice e il pollice per poi divaricarli in modo quasi impercettibile, come a indicare un microcazzo.

Che poi non era vero, aveva un cazzo normalissimo e non lo usava nemmeno male.

Ma avere detto questa bugia a Miranda mi dava la certezza che il mio contrattacco sarebbe finito di lì a poco sulla Gazzetta Ufficiale o quasi.

Sono stata troppo stronza? Forse, non so, non credo. Ma in quel momento avrei voluto essere con Alfredo di fronte a un uditorio imparziale, dentro un incidente probatorio.

E avrei tanto voluto vedere la sua faccia in quel momento.



CONTINUA

browserfast@libero.it