i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Note dell'autore:
Deb scrive bellissimi racconti su questo sito ed è molto più che coautrice di questa storia. Senza di lei "The Debbie files" non ci sarebbe stato
The Debbie files

Quando Stacey mi chiama nel suo ufficio capisco che c’è qualcosa che non va. Potete dire tutto di me, in molti casi ci azzecchereste pure. Ma non che sia stupida o priva di intuito. Stacey è la personnel manager dell’azienda in cui lavoro, una software house che cinque anni fa era una start up e adesso è un gigante. Potenza dell’aliquota del 12,5% per le imprese che hanno qui, in Irlanda. Mi hanno assunta otto mesi fa, subito dopo il master a Milano.

Se non fossero rogne me ne avrebbe parlato a pranzo, come ogni tanto fa. C’è molta empatia tra me e Stacey, che ha solo 29 anni, tre più di me. Soprattutto da quando una sera ci siamo leccate la figa a casa mia. Ma quando si tratta di lavoro non le dovete rompere il cazzo. Come a me, del resto.

E, del resto, già lo immagino di cosa si tratta.

- Siediti, Debbie – mi dice mentre ho già appoggiato il sedere sulla poltroncina di fronte alla sua scrivania, chiedendomi se riuscirò mai ad abituarmi al suo strascicato accento da Dubliner: hawahya?

- Dimmi tutto – le faccio cercando di dissimulare una certa inquietudine.

Lei mi osserva da sopra i suoi occhiali da lettura e si sporge leggermente verso di me, con i gomiti sulla scrivania.

- Ho trovato una soluzione che credo non ti dispiacerà, anche se dovrai lasciare l’azienda. E questo lo sai che invece dispiace molto a me. Continueremo a pagare il tuo appartamento per un anno, però.

Me lo aspettavo, ma è comunque un colpo. Mi fido quando dice che ha trovato una soluzione, ma non è questo il punto. Almeno per ora.

- E’ necessario? – chiedo, ma già so che non c’è più nulla da fare. E’ una decisione presa, e non l’ha presa lei.

- Purtroppo sì, prima che cominci a circolare la storia. Ci sono già quelle voci sul cliente italiano…

- Lo sai bene che non sono vere, Stacey, sono solo pettegolezzi del cazzo, te ne ho parlato in tempi non sospetti…

- Sì lo so, Debbie, lo so. Ma questo… questo è un casino…

Come faccio a dirle che ha torto? Proprio a lei, poi. Una cosa sono le maldicenze un’altra ciò che è realmente accaduto.

Riporto la mente a un mese fa. Già, un mese fa. Sembra passato meno tempo. Sarà che ci sono state le vacanze in mezzo.

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Esco dall’aerostazione alla ricerca del taxi che ho prenotato mentre cerco di ripararmi dal vento e dal freddo stringendomi nel mio cappotto. Sono di ritorno da Valencia, via Madrid, dove ho messo le basi per la conclusione di una vendita. Non è un grosso contratto ma se va in porto con l’anno nuovo potrò avere una squadretta di un paio di persone tutta mia. E probabilmente un aumento di stipendio. Il mio settore è il commerciale, sono junior account manager, sono brava e soddisfatta del mio lavoro.

Entro nel taxi e do l’indirizzo di casa mia. Di solito passerei in ufficio, prima. Ma stasera c’è la festa di Natale della mia azienda e voglio passare per casa e riposare un po’, prima di mettermi in tiro.

Mi lascio andare sul sedile, sono inquieta. Penso alla mano furtiva di un uomo che in aereo mi ha sfiorato la coscia. Avevo dei collant velati sotto un paio di shorts di pelle assai corti, e quando prima di sedermi mi sono tolta il cappotto ho messo in mostra le mie gambe lunghe e affusolate. Ho sentito la pressione di quella mano per un tempo decisamente troppo lungo perché fosse casuale. Lui non era nulla di che. Io però ero già accesa, questo era il fatto. Ieri sera avevo combinato con un tipo su Tinder, lo faccio ogni tanto quando sono all’estero. All’ultimo però mi ha dato buca, quasi senza spiegazioni. Me ne sono rimasta in albergo. Mi sono masturbata leggendo un racconto erotico che parlava di una ragazzina che adora il cazzo ma vuole rimanere vergine e così affina la nobile arte del pompino. Mi ha fatto pensare alle mie prime esperienze e più leggevo il racconto più mi veniva voglia di succhiare un uccello. Sono venuta tre volte ma alla fine il desiderio mi è rimasto.

Stasera invece molto difficilmente combinerò qualcosa, penso mentre mi rialzo dalla mia vasca da bagno. Troppa gente con cui chiacchierare, scambiarsi gli auguri, parlare del nulla. Troppi occhi addosso, anche se a me avere gli occhi addosso e sedurre è sempre piaciuto.

Indosso un abito corto quel che basta perché non si veda la balza delle autoreggenti e dei tacchi molto alti. Esco a bere qualcosa con quelli della mia divisione un po' prima della festa, che è in un’area di quelle rigenerate e molto trendy, dentro una specie di centro congressi allestito per l’occasione a due passi dalla nostra sede. Arriviamo che mi sono fatta un margarita double e sono già abbastanza allegra.

La cena è in realtà un maxi-buffet in piedi, birra, finger food e i soliti discorsi motivazionali del cazzo. Alcol e giochi stupidi in sequenza, un po' di musica e di ballo. Io sono sola, ma molti altri sono qui con fidanzati e fidanzate, qualcuno con i figli.
Dopo un paio d'ore mi isolo un po’, facendo finta di cercare qualcosa da bere e da mangiucchiare. In realtà voglio riprendermi un attimo da tutto quel vociare, quei saluti, quelle chiacchiere. Forse è la stanchezza, non lo so, ma mi è anche passata la voglia di scopare.

Di restare da sola però non se ne parla, perché proprio in quel momento si avvicina il responsabile della divisione commerciale, Matthew, un uomo a dire il vero molto bello sui 30-35 anni, elegante. Quello cioè che in teoria è il mio capo. Dico in teoria non perché non lo sia effettivamente, ma perché è troppo in alto per me e, a parte un paio di sigarette fumate in pausa non abbiamo mai scambiato altro che i saluti. Per capirci: non rendo conto a lui, rendo conto a chi sta molto sotto di lui.

- Debora, ricordo bene?

Ricorda bene, ne sono quasi stupita e lusingata.

- Sì Matt, sono Debora – rispondo con un po’ di imbarazzo.

- Ho sentito parlare di te.

- Ah… spero bene… - il cuore mi batte a mille. Conosco le voci che circolano su di me, sono false. Ma sapete come si dice: “sparlate, sparlate, qualcosa resterà”. E io non posso farci nulla.

- Molto bene - risponde con la faccia di uno che fa Cassazione – e comunque ci sono i risultati che parlano per te.

Ho un rilascio di adrenalina che me lo farebbe baciare. Nonostante il caldo del locale il mio vestito mi sembra improvvisamente troppo corto e troppo leggero, mi prende un brivido. Ma è solo la paura che si allontana.

- Senti Debora, scusa se ne approfitto qui, ma domani e dopo sarò molto impegnato e poi ci saranno le vacanze di Natale, immagino che anche tu tornerai dai tuoi, no?

- Beh, sì, io fra tre giorni parto – gli dico senza capire dove vuole arrivare.

- Dovrei parlarti in privato, ti dispiace se usciamo un attimo a fumarci una sigaretta?

- Ma certamente, figurati… solo che, ecco… fuori si gela, io…

Sono completamente in bambola: il capo, anzi il Capo, che mi vuole parlare… So che per me è in arrivo qualcosa di grosso, ma una comunicazione così, in mezzo a tutti i colleghi, durante la festa di Natale… insomma non me l’aspettavo proprio.

- Certo, hai ragione. Guarda, andiamo lì un attimo.

Mi indica una stanza oltre una parete di vetro, che introduce a un’altra stanza sempre visibile attraverso un’altra parete di vetro, dove ci sono dei divani e delle poltrone stile Chesterfield. Penso che ci sistemeremo lì ma non è così. Ci fermiamo nella stanza di mezzo e lui apre le due finestre. L’aria gelida fa irruzione ma non oso protestare. Comincio praticamente subito a tremare dal freddo.

Matt non se ne cura e tira fuori dalla tasca un pacchetto di Camel, quelle gialle, me ne offre una. Non sono abituata a fumare così forte ma accetto.

Facciamo a chi è più bravo a indirizzare il fumo fuori dalle finestre e parliamo per qualche minuto del più e del meno. E’ lui che fa domande, chiedendomi di dove sono, dove ho studiato, della mia famiglia…

Io ho sempre più freddo e comincio a innervosirmi. In più il tabacco è troppo forte, mi fa girare un po’ la testa. Anche perché, più che aspirarla, la sigaretta praticamente me la mangio. Lui invece è molto più flemmatico di me, sembra quasi che ci goda nel vedermi rabbrividire dal freddo.

Quando finisce la sigaretta getta il mozzicone fuori dalla finestra e mi fa cenno di seguirlo nel salottino. Mi fa accomodare su una delle poltrone, lui si siede sul divano. Non è una situazione equivoca, siamo in piena luce e chiunque può vederci parlare tranquillamente. Il solo dubbio che ho è che il mio vestito si sia sollevato un po’ troppo, fino a scoprire l’orlo delle mie autoreggenti. Mi impongo di non guardare. Lo fisso negli occhi.

- Volevo dirti – esordisce lui – che visti i risultati con il nuovo anno ti saranno assegnati due stagisti... o stagiste, non lo so. E avrai un aumento di stipendio. Ho già firmato l’ordine di servizio, domani ce l’avrai sul tavolo.

Resto senza parole. Voglio dire, me lo attendevo, ma saperlo dal capo in persona fa un altro effetto.

- Oltre a questo, anzi indipendentemente da questo, come ti dicevo ho sentito parlare molto bene di te – aggiunge.

Stacey, immagino. Credo proprio sia stata Stacey. Un motivo in più per invitarla a casa al ritorno dalle vacanze. Oltre alla voglia di leccarle un’altra volta la figa, intendo.

- Grazie – replico – e da chi?

- Dal cliente italiano.

Resto un attimo di sasso, perché le parole “cliente italiano” si accompagnano a quelle false voci che circolano su di me in azienda.

Essendo italiana, ero stata mandata un mese e mezzo prima a Torino per finalizzare un importante progetto. Avevo risolto tutto in mezza giornata, alle sei del pomeriggio avevamo già raggiunto l’accordo e siglato il precontratto. Era fatta. Ero uscita la sera per festeggiare con un avvocato dello studio cui ci appoggiavamo e altre due persone.

In quel locale avevo incontrato il figlio del proprietario dell’azienda torinese. Ero raggiante, forse un po’ brilla. Abbiamo bevuto ancora qualcosa e poi siamo andati in un altro locale a ballare un po’. Era abbastanza figo, non particolarmente intelligente ma non era l’intelligenza che cercavo. In breve, mi ero ritrovata a limonare abbastanza pesantemente con lui su un divanetto. Mi aveva detto “vieni” e mi aveva praticamente trascinata alla sua macchina non dandomi nemmeno il tempo di salutare gli altri. Lungo il tragitto si era fermato brevemente in un ristorante dicendomi di aspettare in auto. Capii poco dopo che era passato a prendere le chiavi di un appartamento. La casa dove mi portò non era sicuramente la sua. Mi ha montata per tre ore, praticamente senza soluzione di continuità. Era un toro. E io quando voglio so bene come fare la vacca. La sola idea di essere fottuta in uno scannatoio come una puttana qualsiasi mi aveva mandato in tilt, avrei accettato qualunque cosa. Peccato solo che fosse grezzo e senza molta fantasia, a parte l’idea di farmi bere la sua sborra direttamente dal preservativo.

Ero tornata in albergo distrutta ma pensavo che nessuno si sarebbe fatto idee strane. Non così strane, almeno. Invece poco tempo dopo Stacey mi informò che qualcuno aveva diffuso la voce che per concludere il contratto con il cliente italiano non solo l’avevo data a lui ma anche al figlio. La cosa mi fece infuriare perché, come vi ho detto prima, sulla correttezza e qualità del mio lavoro non mi dovete rompere il cazzo. Poiché sono alta, bella e bionda a nessuno passa per la testa che possa essere anche brava. Devo per forza essere troia. Nessuno prende poi minimamente in considerazione il fatto che io possa essere allo stesso tempo figa, troia e brava. Che è ciò che in realtà sono.

Per fortuna avevo raccontato subito a Stacey, per filo e per segno, come era andata la mia due giorni piemontese, beccandomi tra l’altro un divertito “troia” da lei. Almeno c’era qualcuno che sapeva come erano andate le cose e che stava dalla mia parte. Stacey mi disse che mi avrebbe tutelata, e penso che lo abbia fatto, anche se mi raccomandò di essere più prudente in futuro.

E’ per questo che adesso, di fronte al capo, non so bene cosa pensare.

- E quindi? - replico con voce incerta.

- Questo trattamento lo riservi solo agli italiani, o sei troia così con tutti?

Resto fulminata. Provo a parlare, ma più che altro balbetto.

- Matt, so le voci che girano ma sono… Il contratto era già firmato.

- Non sto parlando di lavoro – replica lui, imperturbabile, il suo sguardo mi entra direttamente nel cervello – so come sono andate le cose. Voglio sapere se sei sempre così troia con tutti, e basta.

Un capo che mi chiamasse troia passerebbe i guai. Ma Matt in questo momento non è più un capo. L’ha detto lui, no? “Non sto parlando di lavoro”. E’ un uomo. Bello, deciso, con un legame forte visto che a quanto ne so in primavera si sposerà. E’ un uomo che stasera però vuole me. Su questo non posso avere nessun dubbio. Per come mi guarda e per come mi parla. Mi vuole sapendo che mi avrà, su questo non può avere nessun dubbio neanche lui. Ha capito la mia natura, mi ha già fatto sua. È uno di quegli uomini che prima di ogni altra cosa ti scopano la tua mente e la tua volontà, e con un cazzo bello grosso.

Prendo tempo prima di rispondere, ho uno spasmo alla figa che mi fa quasi male, stringo i muscoli istintivamente, un forte calore si diffonde per tutto il ventre. Vengo investita dalla stessa voglia che provavo ieri sera e da quella che ho provato stamattina, ma moltiplicate per mille.

- Posso anche essere peggio – replico accavallando le gambe e sporgendomi impercettibilmente verso di lui.

- Tra un quarto d’ora – fa lui – esci sulla Drury e gira per Castle market, dalla parte del ristorante francese.

E’ il percorso per l’ingresso della nostra sede, quello sul retro. Lo conosco benissimo.

- Entra dal passaggio pedonale del garage e sali nella stanza delle riunioni.

- Il garage è chiuso a quest’ora, non ce l’ho la chiave di quella porta – rispondo senza nemmeno rendermi conto di avergli in questo modo appena detto sì.

- Sarà aperta.

Detto questo si alza e si allontana lasciandomi lì. E’ il quarto d’ora più lungo della mia vita, credo. Siamo solo io, le mie mutandine fradice e le mie gambe che non posso fare a meno di tenere strette strette.

Qualche minuto dopo mi arriva un messaggio sullo smartphone, il ding mi fa sussultare. E’ un numero che non conosco, non ho in rubrica, ma sono sicura che sia suo. Uno come lui non ha nessuna difficoltà a trovarmi.

“Tieni più aperte le gambe, troia”.

Eseguo.

Quando arriva il momento sgattaiolo fuori dal locale Nonostante il cappotto tremo. Per il freddo e non solo, ho difficoltà a accendermi una sigaretta. Seguo le sue indicazioni e dieci metri prima della vetrina del ristorante francese mi coglie un’idea folle. Mi metto al riparo tra due Suv in sosta e mi sfilo le mutandine. Scivolano in terra e vorrei piegarmi per raccoglierle ma sento dei passi che si avvicinano rapidamente, le scalcio sotto una delle due macchine. Peccato, mi piaceva tanto quel perizoma. Vorrei proprio che qualcuno lo trovasse e lo annusasse, eccitandosi al mio odore di zoccola.

La porta, come mi aveva detto Matt, è aperta. A quest’ora gli ascensori in questa zona sono bloccati. Salgo tre rampe di scale con il cuore in gola e la figa che mi sta colando come quella di una ragazzina.

Raggiungo la sala riunioni e lui mi aspetta lì, in penombra, vicino alla finestra. Le uniche luci sono quelle che filtrano dai vetri. Richiudo la porta lasciando cadere il cappotto a terra e mi avvicino a lui. Lui fa un passo verso di me e mi afferra, mi infila la lingua in bocca e comincia a palparmi il sedere, tirandomi verso di sé. Vorrei non avere messo il push-up, vorrei sentire le mie piccole tette e i miei capezzoli appuntiti contro i suoi pettorali, in questo momento.

Mi rendo conto, da un momento di esitazione della sua mano, dell’istante esatto in cui si accorge che non ho nulla sotto. Si stacca e mi fa fare mezzo passo indietro. Sto bollendo, ansimo, lui sembra imperturbabile.

- Per favore – lo supplico con un sussurro impalpabile – usami subito…

- Apri le gambe – dice fissandomi negli occhi.

Eseguo.

Lui piazza la mano in mezzo, se la infradicia di certo. Senza pensarci su mi infila due dita dentro, forse tre. Non so dire, sono troppo aperta e scivolosa.

Cedo, mi sfugge un gemito acuto e mi mordo il labbro. Devo avere uno sguardo osceno. Lo sguardo di una che ha mille desideri ma nessuna volontà. Solo quella che lui mi dia degli ordini.

- Zuppa e pronta, come una puttana di strada – mi sibila.

La parola “puttana” mi esplode nel cervello. Ho voglia di afferrargli il cazzo ma non oso allungare la mano verso il suo pacco. Mi tremano le gambe. La soluzione più logica mi appare quella di inginocchiarmi davanti a lui per prenderglielo in bocca. Ho un bisogno fisico di compiere un gesto di sottomissione. Ho un bisogno fisico di essere trattata come una troia.

- Sì, una puttana – sussurro piegando le ginocchia.

Quando sono quasi a metà, invece, Matt mi afferra per i capelli e mi tira su.

- Aaah – mi lamento mentre cerco di assecondare la sua stretta torcendo la testa. Ma nel mio lamento non c’è traccia di ribellione.

Si infila una mano in tasca e prende una sigaretta, me la infila nella figa dalla parte del filtro, sento chiaramente il fastidio della carta sulle mie mucose gonfie e sensibili. La tira fuori ed è fradicia, inservibile. Lui la guarda e sogghigna, come a dire “dovevo aspettarmelo”. Ne prende un’altra e ripete l’operazione, stavolta va meglio. Mi mette una mano sulla testa e mi spinge giù, al mio posto. Mentre gli abbasso la zip sento il click dell’accendino e l’odore del fumo che si diffonde. Glielo tiro fuori e inizio a succhiarlo. Dopo un po’ mi ritrovo con un bel cazzo in bocca, duro, non eccessivamente lungo, ma abbastanza grosso. Affondo, perché la prima voglia che ho è di sentirmelo arrivare in gola. Il sapore del suo cazzo mi fa perdere anche quel poco controllo che mi è rimasto.

Quando alzo gli occhi lui ha lo sguardo fuori dalla finestra, sul panorama del castello, sembra molto più interessato a godersi quello e la sigaretta che il mio pompino.

Getta il mozzicone per terra e lo schiaccia con una scarpa, poi mi riafferra per i capelli e mi tira su. Assecondo un’altra volta quello strappo con la bocca aperta, ansimando, la bava che cola.

Non ha nessun bisogno di parlare, il suo sguardo è già di per sé un ordine.

Osservo il suo cazzo duro e lucido di saliva, mi appoggio al bordo del tavolo con le mani e con il sedere, divarico le gambe. La gonna del vestito mi sale su.

- Ti prego… ti prego… - solo l’ultimo residuo di orgoglio mi impedisce di supplicare “per pietà”.

Lui in realtà nemmeno mi risponde e mi entra dentro. Con forza, cattiveria. Sono bagnata e aperta ma è lo stesso come una coltellata che ancora una volta mi fa gemere ad alta voce. La seconda botta di cazzo è anche peggio: mi solleva letteralmente e poi mi fa atterrare con le natiche sul bordo del tavolo.

- Oddio! – grido. E vengo. Così, al suo secondo affondo.

Devo perdere cognizione di me per qualche istante, perché la prima cosa che avverto è lui che mi morde il labbro fino a farmi male e poi mi chiede:

- Allora?

Allora cosa? Non lo so, non ho sentito, sto godendo come una maiala. Ma allo stesso tempo mi spavento, non sono stata attenta.

- Allora cosa? Non ho sentito… - gli chiedo piena di paura.

- Ti ho chiesto che cosa sei… dimmelo!

- Una troia, solo una troia… - sospiro.

Esce da me e mi sento svenire dalla delusione. Poi quasi svengo davvero, ma per il motivo opposto, quando lui mi afferra un’altra volta per i capelli e mi spinge verso la vetrata, mi ci appiccica letteralmente. Sento la botta del vetro sul naso, il freddo sulla guancia. Lui è dietro di me, mi afferra e mi impala di nuovo.

Mi fa emettere un suono che assomiglia a un pianto.

Non me ne frega nulla del panorama, del castello, delle luci della città. Ho tutta la luce che mi serve dentro il mio corpo, adesso.

Poi di colpo la sua mano mi scivola sulle natiche e cerca il mio buco posteriore, un dito si infila, poi un altro. Gemo, digrigno i denti. Non mi piace la sodomia. L’ultima volta è stata con un mio amico, l’estate scorsa, uno che mi ero già scopato appena arrivata in Irlanda ma che da pochi giorni aveva saputo di aspettare un figlio dalla sua compagna. L’avevo incontrato al bar sotto casa, lui non voleva, si sentiva in colpa, ma l’avevo stuzzicato così tanto che alla fine era salito da me e mi aveva subito presa da dietro, esasperato, scopandomi dopo avermi alzato il vestitino bianco. Di colpo, senza preavviso, mi aveva inculata. Di rabbia. Poi era uscito e aveva concluso dove una troietta come me meritava. Si era rimesso il cazzo nei pantaloni ed era andato via. Non ci siamo mai più visti né sentiti. Ma a me lui piace ancora. E lo rifarei ancora. Come e quando vuole lui, ancora.

- Ancora… ancora… - piagnucolo sotto la trivella di Matt.

Mi da uno schiaffo violentissimo su una natica e io mi sento ripetere tra le lacrime “ancora… ancora”. Me ne arriva subito un altro che è come una frustata. “Ancora… ancora…”

- Perché ancora?

- Perché se non mi scopi sono la troia più cretina che tu abbia mai incontrato...

- Lo sei in ogni caso – mi ringhia nell’orecchio.

Esce sia con le dita che con il cazzo e io mi sento improvvisamente vuota e aperta nello stesso momento. La punta del suo uccello mi fruga nel solco delle natiche e non ho nemmeno il tempo di pensare “oddio”. Spinge con la stessa forza e con la stessa prepotenza con la quale aveva spinto quando mi era entrato nella figa. Posso sentire il suo disprezzo entrarmi dentro, aprirmi in due.

E meno male che sono eccitata, meno male che la sua mazza è ancora scivolosa del mio succo. Entra come un treno in una galleria, poi esce e rientra ancora.

Obiettivamente parlando, mi sfonda il culo.

Urlo senza ritegno, con le mani che cercano di aggrapparsi alla vetrata e le anche prigioniere della sua morsa, mi tira verso il suo ventre per cercare una penetrazione più profonda. Mi lascia urlare forse perché non gliene frega nulla di me. O forse perché gli piace ascoltarmi. Una volta chiesi a un mio amico come fosse andato il suo rendez-vous con la troia di una sua collega. Lui mi rispose, semplicemente: “Adoro le donne che strillano”.

Forse anche lui le adora, perché a un certo punto mi grida: “Ti faccio male, puttana?”, ma non è certo una di quelle domande che attendono risposta. Io del resto non riesco a spiccicare nemmeno una mezza parola.

Non è delicato né gentile, e a me piace che non lo sia.

Interrompe l’inculata solo per qualche istante, il tempo necessario per afferrarmi per l’ennesima volta i capelli e farmi fare un mezzo giro su me stessa, spingermi a novanta gradi sul tavolo. Il suo cazzo duro mi ritorna dentro di colpo, arroventato. Riprendo a strillare.

Spinge come un animale e a un certo punto comincia a alternare i colpi, uno nel sedere e uno nel buco di sotto. Ogni volta che mi irrompe nella figa godo tantissimo, mi sento sull’orlo di un nuovo orgasmo.

Ma non è quello che voglio in questo momento.

- No!… ti supplico… inculami, sfondami… fammi male bastardo… dài… dài!

Non se lo fa ripetere e mi riaffonda nell’intestino.

- Sei una cagna, sai?

- Siiiiiì!

- Ringraziami…

- Grazie… grazie…

- Non vali un cazzo…

E’ vero, penso. Se non mi scopi non valgo nulla, sono una zoccola, una troia. Un buco da riempire. Un posto dove sborrare senza pietà. Una cagna da inculare…

- Lo so… lo so! – gli rispondo piangendo.

- E dove lo senti il cazzo adesso? Cosa ti sto facendo?

- Nel culo… nel mio culo… lo sento tantissimo, mi stai inculando, mi sfondi, lo sento in gola. Finiscimi…

E vorrei davvero che mi finisse, vorrei davvero il colpo di grazia in questo momento.

Ma la mia invocazione lui non la capisce, per il semplice motivo che ormai comincio a parlargli in italiano, e più gli parlo in italiano più lui diventa una furia e mi devasta.

Mi incula così per cinque minuti buoni, cinque lenti giri d’orologio. Non smette mai, sono io che crollo. Progressivamente il mio corpo si affloscia sul tavolo, sempre più pesante. Rantolo scossa sotto le sue botte. Godo del massacro, senza più la prospettiva di un nuovo orgasmo. Non ci sarà, lo so. Aspetto il suo. Voglio il suo, è diventata la cosa più importante del mondo. Mi darebbe un senso. Raccolgo le ultime forze per una preghiera invereconda, incongrua, senza dignità.

- Sborrami, ti prego… senza la tua sborra io davvero non valgo un cazzo... Ti prego, sborrami sul viso, rendimi la troia più inutile del mondo…

Lui non mi ascolta, lo sento irrigidirsi e gridare, immediatamente dopo i suoi fiotti bollenti mi inondano l’intestino. Ed è una sensazione stranissima e nuova, perché nessuno mi ha mai sborrato nel culo. Fa in tempo però a uscire e a spararmene un altro paio sulle natiche. Sento la sua mano passarci sopra e un istante dopo spalmarmela sul muso, tiro fuori la lingua per leccare avida le sue dita sporche di sperma. Sono affamata, lo voglio, me lo merito.

- La volevi sul viso, no?

Mentre l’aria invade e rinfresca il mio buco infiammato, penso proprio che mi lascerò cadere per terra per pulirgli il cazzo con la bocca. So perfettamente dove l’ha messo e non me ne frega nulla.

Proprio in quel momento però nella stanza entra qualcuno, due persone. Le vedo in modo un po’ sfocato ma le riconosco. Uno è una guardia della vigilanza, la seconda è la persona più sbagliata possibile: Molly, la sua assistente, amica della fidanzata di Matt, figlia di uno degli azionisti più forti della società. Mi guarda con odio, in silenzio. Io le restituisco lo sguardo e spero proprio che si capisca cosa voglia dire: non hai le palle per essere al mio posto in questo momento, puttana.

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Mi dispiace dare le dimissioni, davvero. Ma l’offerta di Stacey è buona, la liquidazione è ottima, l’azienda che ha già pronto il mio contratto cerca proprio una come me.

- Mi mancheranno i nostri pranzetti, Debbie – mi fa lei.

- Non vado mica in Australia – le sorrido.

- Mi dispiace – dice dopo un lungo sospiro – non potevo fare di più.

- Lo so, non ti preoccupare. Ti voglio bene.

Mi avvio verso la porta dopo averle soffiato un bacio.

La sua voce mi raggiunge quando sono quasi sulla soglia.

- Debbie?

- Sì?

- Che fai stasera?



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