i racconti di Milu
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La sera che si prospetta è una di quelle piacevoli e spassose: il cielo è limpido, l’aria leggermente fredda, però serve il giubbetto nonostante l’estate sia già arrivata. Siamo seduti vicini fuori dal solito locale, poco staccati siedono i nostri comuni amici. Entrambi abbiamo ordinato una birra Eku 28, l’ennesima della serata, facciamo un brindisi e ci tuffiamo cautamente e segretamente ognuno nei propri pensieri. Sembrerebbe un venerdì qualsiasi, in verità un po’ ripetitivo, se non fosse per questo silenzio disagevole e imbarazzante che è sceso tra di noi. Io ho una domanda che continua a mulinare propagandosi per la testa, così mentre ti guardo di sottecchi mi chiedo se questa sia l’occasione giusta per fartela. Tu posi la bottiglietta sul tavolo, accendi una sigaretta e ti rilassi sulla sedia mentre aspiri una boccata di fumo:

“Dimmi una cosa. Perché non sei felice?”.

Oddio, devo averlo chiesto davvero stavolta, considerando e giudicando l’esito della tua espressione strabiliata e stupita.

“Perché non dovrei essere felice? Faccio un lavoro che mi piace, mi tolgo tutti gli sfizi che voglio, vivo tranquillo, perché credi che non lo sia?”.

“Io lo avverto, me ne accorgo, per il fatto che lo vedo captandolo nei tuoi occhi. A volte hai un’espressione che m’arriva direttamente dentro e che mi fa del male”.

“Tu hai visto secondo me troppi telefilm” - replica lui.

“Dai, non scherzare. Io ti conosco troppo bene per non capire che c’è qualcosa che non va. Vorrei sapere cosa c’è sotto quell’aria sfacciata e così sicura, perché so benissimo che è soltanto un atteggiamento e un piglio di comodo”.

“Dai Elvira, smettila con questi discorsi”.

“Non posso Stefano. Io mi ero imposta e ripromessa di non dirti nulla, però non ci riesco. Non posso vederti con l’angoscia mentre soffri, con quel tormento che ti molesta affliggendoti senza sapere il perché, e soprattutto ti chiedo se posso fare qualcosa”.

“Stai dicendo delle cose senza senso: prima dici che non sono felice, subito dopo che sono sfacciato e sicuro, ma solamente per finta, poi addirittura che soffro. Non vedi che ti stai contestando da sola?”.

Così dicendo tu bevi l’ultimo sorso di birra intanto che ti alzi, nel frattempo qualcuno si è girato verso di noi perché ha sentito la modulazione della tua voce diventare più aspra, penetrante e stridente, allora ti fissa con un’espressione interrogativa e tu per uscire dall’imbarazzo velocemente annunci:

“Io vado a letto ragazzi, domani dovrò andare a lavorare, la sveglia canterà presto”.

“Potresti accompagnarmi verso casa? Te lo chiedo, perché Franco chissà fino a che ora ne avrà con il poker, io sono molto stanca”.

Tu adesso mi guardi con un’aria furibonda, quasi inviperita, perché sai bene che non puoi rifiutare. Io sono la ragazza del tuo migliore amico, m’hai portato a casa decine di volte, sarebbe più inconsueta una tua negazione che un tuo consenso. Tu sospiri rassegnato mentre borbotti un sì, io intanto avviso lui e sono subito da te. L’auto sfreccia correndo veloce sull’asfalto, perché sembra che tu abbia fretta di liberarti di me, io ti lascio sennonché smaltire il nervoso macinando chilometri mentre m’incanto a guardarti: al presente noto accuratamente il tuo profilo spigoloso, le tue braccia magre ma forti e le tue mani callose, nel frattempo penso che cosa posso realmente compiere per vincere le tue riserve, invece adesso sei tu che mi sorprendi con una domanda a bruciapelo:

“Perché t’interessa così molto la mia felicità? Per quale ragione ti sta così a cuore”.

“Perché siamo amici, te l’ho detto. Mi dispiace vedere l’assillo, il tarlo e il tormento nei tuoi occhi, mi dispiace vedere che ti comporti come quello che non sei”.

“Ti rendi conto, che questo qualcosa che sostieni di vedere non l’ha mai notato nessuno?”.

“Quindi ho ragione?”.

“Io sono disposto ad ammetterlo, soltanto se tu confessi che non è solamente per amicizia, in quanto vuoi spingerti così in profondità. Non sta in piedi, te ne rendi conto, vero?”.

Io mi morsico un labbro, mentre fingo di pensarci su qualche istante:

“Va bene, giura però che quest’argomento rimarrà tutto dentro questa macchina”.

“Va bene, affare fatto, contaci”.

Finalmente vedo un leggero sorriso comparire sul tuo volto. In quest’istante siamo già davanti a casa mia, tu parcheggi e abbassi il finestrino, accendi un’altra sigaretta e rifletti su quanto stai per dire, sennonché con un gesto incollerito della mano decidi che è molto meglio non fermarsi per riflettere:

“Elvira, ti ricordi il nostro primo bacio?”. Questa richiesta lealmente non me l’aspettavo davvero.

“Certo che sì, come sai, il primo bacio non si scorda mai”.

“Già, proprio come il primo amore, che nel mio caso coincidono”.

“Stefano, ma io non volevo, per davvero”.

“No, sta’ ferma, lo so che per te non è così. So benissimo che vent’anni fa tu non mi amavi, avevi soltanto diciassette anni, però avevi già sofferto e sopportato tanto nella tua vita, perché cercavi soltanto qualcuno che ti proteggesse e che ti desse tutte le attenzioni che desideravi. Poi sono arrivato io e per me è stato un colpo di fulmine, perché pur d’averti accanto avrei dato qualsiasi cosa, qualunque, credimi. Dopo è stato così per un anno. Ti ricordi?”.

“Io uscivo prima da scuola per utilizzare il tuo stesso autobus e quando avevamo orari diversi non mi presentavo neppure a scuola, dato che mi piazzavo sotto al tuo istituto e t’aspettavo là di sotto. Ti riempivo di regali e ti telefonavo un sacco di volte al giorno, parlavamo anche per ore a volte, di tutto e di niente, eppure mi bastava sentire la tua voce e i tuoi sospiri”.

“Poi quelle numerose lettere. Ti ricordi per quanto tempo ci siamo scritti? Per non parlare di quanto ardentemente aspettassi il sabato sera e la domenica pomeriggio per fare con te una passeggiata mano nella mano, per accarezzarti i capelli e per guardarti, in quanto eri bellissima e lo sei attualmente. Che cosa dire poi dei rari e preziosissimi baci che mi hai donato?”.

“Io morivo ogni volta che le nostre labbra si sfioravano e si fondevano, quando la tua lingua timida cercava la mia incurante dell’effetto devastante che aveva su di me. Io ho impiegato un anno per capire che non t’avrei salvato, che dipendeva tutto da te, perché dovevi crescere e maturare per superare il tuo passato”.

“E’ stato un anno di paradiso, però anche d’inferno, dato che a volte dovevo ascoltare soltanto i tuoi silenzi all’altro capo del telefono. Alcuni giorni avevo addirittura la sensazione d’infastidirti con la mia presenza”.

“Quel Natale in cui ero al settimo cielo e ti ho regalato l’anello con i cuoricini azzurri, tu m’hai lasciato perché ti sentivi in gabbia. Per me è stato tremendo, davvero. Siamo tornati insieme, eppure da quel momento ho sempre vissuto nella paura che lo rifacessi, infatti così è stato”.

“Perché mi parli della nostra storia passata? Stai così per causa mia?”.

“In un certo senso, sì, lo ammetto. Certo, non posso dirti che t’ho aspettato quindici anni e che nel frattempo non ho amato nessuna”.

Adesso i tuoi occhi sono dolci, tu mi guardi e m’agguanti una mano e l’accarezzi, poi la stringi fra le tue, te la porti alle labbra e la baci. Il mio cuore perde un battito, sento le lacrime pungermi dietro le palpebre, però ti sprono ad andare avanti. Adesso o mai più, lo so.

“Elvira, io so quanto tempo ci hai messo per guarire, quanti anni bui hai passato prima di ritrovare la tranquillità assieme a Franco. Io so benissimo che lui ha avuto più pazienza di me, perché ti è stato più vicino. Non si è arreso davanti a niente e nessuno e proprio per questo, ora più che mai, non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe andata, se anch’io avessi avuto il coraggio e la forza per lottare di più e di crederci fino in fondo. Per questo sto male, poiché da quando ci frequentiamo quotidianamente ti vedo felice con lui, dato che vorrei sapere se lo saresti anche con me. Io non riesco a perdonarmi per averti lasciato andare”.

Adesso io non trattengo più le lacrime, i ricordi del passato sono lontani, ciononostante ancora ben impressi, molto presenti e in special modo fiorenti, ancora in uso e vivi dentro di me. Tu m’abbracci dolcemente, il mio viso si rifugia sul tuo petto, io mi vergogno nel farmi vedere senza barriere né impedimenti e lo sai, perché unicamente quando ci sei di mezzo tu non c’è barriera né chiusura che tenga. Tu continui a parlare mentre mi tieni fra le braccia:

“Adesso capisci, perché non volevo dirti niente? Io sapevo che tu eri troppo sensibile all’argomento. Tu vuoi fare la dura e l’inflessibile, però chi ti conosce davvero sa che non lo sei. Inoltre, so benissimo che buona parte di quello che provo io lo sperimenti pure tu in silenzio. E’ normale che tutte le storie non vissute fino in fondo lasciano l’amaro in bocca insieme al rancore, oltre al desiderio di sapere come sarebbe andata se fossimo stati tempo addietro le persone che siamo diventate oggi. Io credo soltanto che ormai per noi sia troppo tardi, dico bene Elvira?”.

In quel preciso istante piomba la pace, visto che il silenzio totale ci copre e ci oscura. Sono attimi mai accertati né testati prima d’ora:

“Dico bene Elvira?”.

Adesso il tuo tono è quasi ottimista, positivo e speranzoso. Al momento faccio un respiro profondo, questo è l’attimo adatto:

“Sai Stefano, ho desiderato per tantissimo tempo sentirti dire queste parole, poiché è inutile negarlo: tu mi piaci, però molto diversamente e molto di più di come piacevi a quella ragazza diciassettenne che sono stata. Adesso so chi sei e quanto vali, mi piace la tua compagnia, mi piacciono i nostri discorsi, mi vanno a genio gli sguardi che ci scambiamo. Ci sono giorni in cui m’accorgo che non aspetto altro che arrivi la sera per uscire e per vederti. Mi piaci perché sei forte, però vedo che ti sai emozionare anche davanti a un gattino abbandonato. Sei generoso, leale, onesto e hai cento altre qualità, in quanto non basterebbe l’intera notte per elencarle tutte”.

“In questo momento opporsi e resistere alla tentazione per me è veramente difficile, perché muoio dalla voglia di sentire ancora una volta il sapore delle tue labbra, d’esplorare la tua bocca, di farmi stringere dalle tue braccia. Questa però non sarebbe una soluzione, anzi, sarebbe il modo più veloce per incasinarci la vita”.

“Tu non fai l’amore con la donna del tuo migliore amico, hai un codice etico e morale che te l’impedisce, ed è anche questo che mi piace di te. So che poi non ti rispetteresti più e io forse non ti troverei più così senza paragone. Afferri questo che dico?”.

“E se io, per una volta, volessi essere egoista e pensare al mio di bene? Non m’allontaneresti, lo so, non rifiutarmi, ti scongiuro”.

Le tue labbra s’avvicinano alle mie, si posano lievi su di esse, ma è soltanto un battito di ciglia, perché tu ti sei già allontanato. Il mio cuore batte impetuosamente nel petto e io resto lì, abbandonata sul sedile a chiedermi perché ti sei fermato. Mi sento le guance in fiamme, adesso ti sei fatto incredibilmente serio, batti un pugno sul volante, stai per accenderti un’altra sigaretta, però te la tolgo dalle labbra:

“Smettila di farti del male, bacia me. Baciami ancora, ti prego”.

Tu m’hai baciato, ancora e poi di nuovo. Ai baci si mischiavano le lacrime di paura e di speranza, quelle lacrime troppo a lungo trattenute, alla fine ci ha interrotto unicamente il suono brusco del mio cellulare, dal momento che abbiamo letto insieme un SMS di Franco:

“Stasera ho perso, vado direttamente a letto. Buonanotte amore”.

Questa è la coincidenza oppure è il destino? Uno sguardo è sufficiente, perché questa notte sembra creata apposta per noi. Tu rimetti in moto la macchina e andiamo via da casa mia. Durante il tragitto non parliamo, poiché ognuno è immerso, catapultato e perso nei propri pensieri, è un’emozione senza voce quella che ci ha dominato, sopraffatto e travolto. Tu svolti per l’aperta campagna, giacché capisco che mi stai portando nel posto dove andavamo da ragazzini per guardare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, io sorrido allegra e felice per il pensiero romantico. Tu parcheggi sul manto erboso e scendiamo dall’autovettura, nel portabagagli hai un vecchio lenzuolo che usi per non sporcare quando carichi i tuoi attrezzi da lavoro in macchina, lo stendi sul prato e mi dici:

“Prego signora, s’accomodi”.

Dopo ti siedi accanto a me, mi passi un braccio sulle spalle e m’attiri teneramente a te, intanto che restiamo così a guardare quell’insolito e raro panorama composto da alte piante di pioppi, che si frastagliano nel cielo scuro sormontate soltanto dalle stelle brillanti. Ascoltiamo il frinire dei grilli, il ronzio fastidioso di qualche zanzara e il canto d’una civetta che arriva da lontano. Io tento d’accostare le labbra alle tue, tuttavia prima d’accoglierle tu mi sussurri:

“Sei sicura?”. Non ho dubbi.

“Sì, ti voglio, non vedo l’ora”.

Adesso ci baciamo con foga, sento le tue labbra morbide, la tua lingua calda che m’invade la bocca, che cerca la mia, mentre mi fai stendere sul lenzuolo, poi ti fermi un attimo per guardarmi e mi mormori:

“Sei davvero bellissima, sei una meraviglia”.

Di nuovo percepisco le tue labbra sulle mie, mentre con una mano inizi ad accarezzarmi il collo e poi più giù fino a slacciare il giubbetto e uno a uno i bottoni della camicetta. M’accarezzi la pancia, la mia pelle è morbida sotto alle tue mani callose, poi con la bocca scendi sul collo disegnando una scia di baci infuocati che si va a fermare sul petto. Io mi sollevo un attimo per slacciare i gancetti del reggiseno, tu lo sposti verso l’alto dove svettano i seni bianchi e tondi, sormontati da piccoli, rosei e duri capezzoli, ne prendi uno fra le labbra mentre stringi l’altro fra il pollice e l’indice. Io emetto un gemito di piacere a questo contatto, dato che la tua mano furfante e malandrina abbandona il seno per proseguire il suo cammino. La sento bloccarsi un attimo sui bottoni dei jeans, armeggiare impaziente, incalzata dai movimenti del mio bacino in una muta richiesta. Appena riesci ad aprirli la sento introdursi dentro, fra il pizzo degli slip e la dura stoffa dei pantaloni.

Tu avverti il mio desiderio umidiccio attraverso il tessuto sottile, che sposti frattanto di lato per approfondire quella carezza. Il tuo tocco è avveduto ed esperto, perché va proprio al centro del mio piacere, dato che mi fa letteralmente sragionare. Ti stacchi un attimo, mi guardi con quei tuoi occhi neri e profondi e il mio cuore perde un battito, io tremo d’anticipazione quando t’inginocchi ai miei piedi, poi mi fai sollevare il bacino per sfilarmi i pantaloni e le mutandine, poi accarezzandomi l’interno della coscia m’apri lentamente le gambe.

Adesso sono completamente offerta ai tuoi occhi, dato che è soltanto un attimo, poi sento solamente le tue labbra chiudersi sul clitoride peraltro già gonfio di piacere. Io non posso trattenere un gemito roco, ti metto le mani fra i capelli, perché non voglio che ti sposti da lì, succhiami tesoro, fammi impazzire, t’imploro io. Attualmente mi stai masturbando con due dita, mentre con la lingua continui a solleticare il punto più delicato e più sensibile di me, io muovo ritmicamente il bacino premendoti il viso sopra la mia fica, in quanto ormai sono prossima all’orgasmo. Lo sento crescere e in ultimo esplodere, perché lo grido. Ti corichi sopra di me e mi baci, mi piace sentire il mio sapore sulle tue labbra, poiché te le lecco avidamente, dopo ti faccio stendere a pancia in su e finisco di togliermi i vestiti:

“Non hai paura della stagione fredda?” - mi chiedi.

“Non m’interessa. E tu? Posso spogliarti un poco?”.

“Fa’ di me quello che vuoi, io sono totalmente in tuo possesso”.

Tu accompagni queste parole alzando ironicamente le mani, io ne approfitto per toglierti la maglia e passarti la lingua sul petto e sui piccoli capezzoli duri, ti slaccio la cintura insieme ai pantaloni e te li faccio scivolare sulle cosce, t’abbasso i boxer e finalmente ti libero da quella scomoda posizione. Lui si erge in tutto il suo splendore, il più bel cazzo che io abbia mai visto, perché in quel momento mi viene l’acquolina in bocca, quando il suo profumo aspro e penetrante m’arriva prorompente alle narici. In quell’istante prendo subito fra le labbra la punta succhiando la rossa cappella, mentre ti vedo chiudere gli occhi e abbandonarti alle piacevoli sensazioni che ti sto offrendo. Ci chiudo una mano intorno, mentre con la bocca mi muovo su e giù, la lingua accarezza ogni venatura, imparando a conoscere e sentire quel notevole e splendido strumento di piacere. A ogni affondo io cerco di prenderne in bocca una piccola porzione in più, lo sento arrivare praticamente in gola e dai tuoi sospiri sempre più profondi, immagino che apprezzi. Io vorrei restituirti il favore e farti godere così, bere il tuo sperma fino all’ultima goccia, però tu mi fermi, perché il tuo bisogno primario adesso è quello di sentirmi profondamente tua e stringendomi per le natiche mi fai salire sopra di te. Con una mano io guido il tuo cazzo dentro di me, lo sento che trafigge le mie carni e mi dà una fantastica sensazione di completezza, davvero una sensazione appassionante e inebriante.

Io inizio a muovermi freneticamente sopra di te, rapita in un balletto senza tempo, splendida amazzone al chiaro di luna che monta disinvolta e libera da freni il suo stallone. Apri gli occhi tesoro e guardami, giacché voglio vedere il tuo sguardo mentre raggiungi il piacere. Tu mi stringi forte i fianchi con le mani, mentre le tue spinte si fanno sempre più poderose, poiché sento che l’orgasmo s’avvicina per entrambi, lo grido prima io, impossessandomi delle tue labbra e abbandonandomi sfinita sul tuo petto. Il tuo seme caldo risale dentro di me, mentre gridi anche tu di piacere fra i baci, il cuore è finalmente libero da catene, da legami e da vincoli. Mi posi il giubbetto sulle spalle, mentre ascoltiamo i reciproci respiri tornare regolari e i battiti dei nostri cuori rallentare.

Io vorrei stare qui per sempre, in conclusione con te, perché adesso sono tornata a casa.

{Idraulico anno 1999}