i racconti di Milu
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Fermò l'auto davanti al cancello e spense l'autoradio, rimanendo immobile con lo sguardo oltre il finestrino.
Il vialetto di fine ghiaia bianca, fatta portare da suo padre decenni prima da qualche paese lontano, si biforcava a metà del cammino, piegando dolcemente a destra per condurre alla villa o a sinistra, con una curva un po' più accentuata, per portare al grande capannone dove, quando erano piccoli, a lei e a suo fratello maggiore era proibito entrare.
«Lì babbo lavora, voi siete piccoli e rischiate di farvi male», diceva sempre la nonna quando si avvicinavano troppo.
C'era poi l'ampio giardino, ancora in ordine e curato come allora, dove avevano imparato ad andare in bicicletta e dove, nei pomeriggi d'estate, avevano fatto mille feste con amici e compagni di classe mentre genitori e nonni si godevano l'ombra del grande acero rosso. Oltre alla villa, nascosto alla vista della strada, iniziava il dolce declivio che portava al frutteto voluto dal bisnonno raggiunta la pensione. Infine, a cavallo del confine della proprietà, il piccolo boschetto trascurato da tutti, fitto di rovi e rampicanti che si litigavano il poco spazio disponibile tra gli alberi. Quante storie di paura gli aveva raccontato Thomas, suo fratello, prima di dormire!
Accennò un sorriso e portò lo sguardo sul pesante cancello di ferro battuto su cui, per colpa dei lunghi anni di incuria, iniziavano a spuntar rossi fiori di ruggine.
Quanto tempo era passato dall'ultima volta che lo aveva attraversato? Vent'anni, almeno. Due decenni da quando avevano abbandonato quella casa. Era trascorsa una vita da quando suo padre era morto, straziato dal dolore per la scomparsa del figlio. Un trauma che non era riuscito a superare e si era lasciato andare, spegnandosi giorno dopo giorno sotto gli occhi impotenti di chi gli stava accanto e lo amava, impotente a quella sofferenza.
Nessuno sapeva che fine avesse fatto Thomas, ancora adesso, nonostante tutti gli anni trascorsi e le ricerche compiute. Era scomparso nel nulla.
Era stata una notte tra un sabato e una domenica, il primo fine settimana che i loro genitori si prendevano di ferie da soli, dopo tanto tempo dedicato solo ai figli e al lavoro. Avevano lasciato i pargoli alle cure dei nonni ed era andato tutto bene. Come ogni sera erano stati messi a letto con amore e insieme si erano addormentati. Il mattino seguente il letto di Thomas era vuoto. Nessuno l'aveva più trovato.
Così era successo che, senza più la guida forte e decisa del padre, l'azienda di famiglia era andata in crisi. La madre aveva tentato di salvarla, ma senza esperienza e piegata dal dolore e dalla depressione, non aveva avuto la lucidità e la forza per salvare la barca.
Erano semplicemente affondati.
Era piccola allora, nemmeno dieci anni compiuti, e i ricordi tristi di quei giorni, lontani eppur così vicini, non contemplavano la pesante parte burocratica, ricostruita negli anni grazie ai racconti della madre o alle ricerche fatte per conto proprio. Non era stato facile, molto materiale era andato perduto e le parole della mamma erano poche e confuse.
Ora quei tristi ricordi facevano parte del passato.
Aveva lavorato duramente, concedendosi ben poche distrazioni, e, finalmente, ce l'aveva fatta: era riuscita a comprarsi la casa che era appartenuta alla sua famiglia per generazioni, la casa dove era cresciuta.
Si rigirò il telecomando tra le dita. Se, da una parte, non vedeva l'ora di prendere possesso di quella terra e del suo passato, dall'altra aveva come paura di rimanerne delusa dopo le numerose aspettative che si era costruita negli anni.
Accennò un sorriso sentendosi gratificata per aver raggiunto questo oneroso obiettivo e infine spinse il piccolo pulsante di gomma. Non aveva voluto sapere chi avesse acquistato la casa dopo il fallimento dei genitori, non voleva aver rapporti con quelle persone. Era consapevole che loro non avevano nessuna responsabilità in quanto accaduto, ma lei li aveva trasformati nel mostro che aveva causato la rovina della propria famiglia. Aveva assunto un agente e aveva lasciato che fosse lui a occuparsi di tutte le trattative. Non c'era alcun dubbio che avesse pagato quella casa più del suo valore commerciale, ma a lei non era importato nulla. Ora era di nuovo sua.
Innestò la prima e lasciò dolcemente la frizione, lasciando che la Volvo avanzasse lentamente sul ghiaino. Chissà se era ancora quello steso da suo padre... forse no, era passato troppo tempo, ma sentire quel caratteristico scricchiolio sotto le ruote le evocò un mare di ricordi.
Fermò l'auto all'ombra di un albero e spense il motore.
Era stata molto chiara e precisa con l'agente: voleva che la casa, dentro e fuori, fosse perfettamente in ordine, senza una foglia fuori posto. Allo stesso modo aveva fatto portar via tutti i mobili e l'aveva fatta arredare secondo i propri gusti personali. In fondo, dopo così tanti anni, un ammodernamento era d'obbligo, anche se la casa non avesse mai cambiato proprietà.
Aprì lo sportello e posò un piede a terra. Un gesto semplice, naturale, istintivo, eppure così carico di significato. Sentì un brivido salirle lungo la gamba, attraversarle la schiena e arrivare dritto al cervello. Chiuse gli occhi e sospirò. Un fiume di emozioni e ricordi la travolse, mozzandole il fiato in gola. Sospirò ancora, trattenendo una lacrima. Non era il momento. Non ancora. Più tardi ci sarebbe stato il tempo per piangere. Più tardi.
Quante volte, da piccola, era scesa dall'auto e si era messa a correre? Che strano effetto sentire di nuovo quel ghiaino sotto i piedi. Le tornò alla mente Thomas e quella volta in cui le fece lo sgambetto, mandandola lunga e stesa proprio pochi passi più in là. Si ricordò il dolore, le lacrime e suo padre che si arrabbiava con il fratello.
«No papà, non ti arrabbiare con lui. Era un gioco. Non ti arrabbiare.»
L'avrebbe voluto gridare. Ma il dolore alle ginocchia era troppo e le lacrime sgorgavano senza controllo. Non sarebbe passato molto tempo prima che le loro strade si separassero senza nemmeno la possibilità di dirsi addio.
La porta principale era come allora, chiusa da pesanti scuri di legno massiccio. L'agente le aveva comunicato che i precedenti inquilini avevano rifatto tutti gli infissi, ma avevano rispettato il progetto originale. Così, dietro quella barriera di robusto legno, c'era la vetrata scorrevole e la sala d'ingresso che, ai tempi, suo padre usava per accogliere i clienti dell'azienda.
Inserì la chiave nella toppa, fece per girarla ma, senza che lei volesse, la mano si fermò poco prima dello scatto della serratura. Perché? Ci provò di nuovo, ma non ci fu nulla da fare. Forse c'era un difetto nel meccanismo. Provò ancora una volta, ma il risultato non cambiò.
Alessia si sentì tradita dalla sua stessa mano.
D'un tratto, però, capì: non si trattava di tradimento, bensì di protezione. C'era troppo dietro quella porta, troppi ricordi, troppe emozioni perché lei li potesse affrontare così, di petto. No, non era pronta ad affrontarli così, faccia a faccia.
Sarebbe entrata più dolcemente, affrontando la situazione un passo per volta. Aggirò la casa camminando sul marciapiede di cotto. Ecco il declivio e gli alberi da frutta, proprio come e dove li ricordava lei. Là in fondo, sulla destra, dovevano esserci i ciliegi dove, da piccola, andava sempre ad arrampicarsi insieme a suo fratello. Facevano a gara a chi riuscisse a raggiungere il ramo più alto e, ogni anno, finivano in punizione perché facevano impazzire la nonna che si preoccupava per loro.
Ecco l'altra porta, più piccola di quella principale, con un'anta sola, anche lei chiusa da un pesante scuro e una robusta serratura. Ne accarezzò la superficie con una mano e le sovvennero mille ricordi della nonna. Era lei, più di tutti, a usare quel passaggio poiché non voleva disturbare mamma e babbo mentre erano al lavoro o in riunione coi clienti. Nemmeno la nonna c'era più, spenta anni prima nel sonno in una notte di novembre.
Una lacrima le rigò il volto.
Aveva ragione, doveva riappropriarsi di quella casa, di quella terra un passo per volta, affrontando i ricordi dolorosi così come quelli lieti senza averne paura. Quella casa ora era sua e nessuno gliel'avrebbe più portata via. Infilò la chiave è girò, senza incontrare nessun ostacolo.
«Aspetta», si disse.
Lasciò tutto così e tornò a camminare attorno alla casa.
«Un passo per volta.»
L'ampia scala che portava al primo piano era ancora lì, esattamente come la ricordava, come se non fosse trascorso nemmeno un singolo giorno da quando l'aveva vista l'ultima volta. Quante volte, nelle lunghe sere d'estate, si erano seduti tutti quanti lì assieme, proprio su quei gradini, ascoltando rapiti le storie che suo padre amava raccontar loro? Salì qualche gradino e si sedette, proprio come allora.
«Quanto tempo papà...»
Quel lungo e largo corrimano di cemento non era certo bello esteticamente, ma di certo era comodo per giocarci. Quante volte era stato una pista per le gare con quelle piccole macchine di metallo? Gare che, neanche a dirlo, era sempre suo fratello a vincere. La parte che affascinava Alessia non era la gara, ma il momento in cui il corrimano terminava e le automobiline spiccavano un balzo nel vuoto. C'era qualcosa di magico e affascinante in quel momento.
Abbassò lo sguardo cercando... eccola lì! Era ancora lì la mattonella, senza essere cambiata d'una virgola. Una volta Thomas prese un'auto più grande delle altre, pesante e colorata, forse la più bella che avevano.
«Vediamo quanto salta lontano!»
In verità era stata lei a istigarlo, a mettergli l'idea in testa. Ovviamente, quando era atterrata in malo modo sul marciapiede, facendo esplodere una ragnatela di crepe su quella mattonella, nessuno aveva creduto a quella versione e tutte le colpe erano andate al fratello.
«Perdonami Tom.»
Il grande giardino si stendeva davanti ai suoi occhi in tutto il suo splendore. La lunga fila di pini costeggiava il limite della proprietà quasi come un confine naturale, proprio come allora. L'erba era stata tagliata da poco, tutti gli alberi potati con cura e maestria. Non era riuscita a ritrovare il giardiniere di suo padre, ma quello che gli aveva raccomandato il suo agente si era dimostrato ugualmente abile.
Anche la vecchia quercia era ancora lì, forte e affascinante in tutta la sua maestosità. Quell'albero era un punto fermo dei suoi giochi da bambina. Chissà se un giorno lo sarebbe stato anche per i suoi figli. Sorrise. L'altalena. Ecco cosa non c'era più, l'altalena di legno che il nonno aveva legato ad uno dei rami più grossi.
Si alzò pulendosi i pantaloni con un gesto veloce della mano e raggiunse l'albero, accarezzandone affettuosamente la corteccia. Non ci volle molto a trovare il ramo e ancor meno i segni che le corde dell'altalena avevano inciso nella pianta.
Ed eccola improvvisamente tornata piccina, tutta intenta a dondolarsi mentre suo padre la spingeva da dietro. Era estate, un bel pomeriggio d'estate. Suo papà indossava una camicia turchese e dei jeans un po' più scuri. La mamma era con la nonna in casa, a preparare la cena. Thomas girava in bicicletta attorno alla casa come un matto. Le cicale frinivano ben attente a non farsi scorgere.
«In tavola! Thomas! Alessia! A tavola!»
Si riscosse da quel ricordo. Non c'era più nessuno, era rimasta l'ultima della sua famiglia.
Con quel triste pensiero in mente era giunto il momento.
Fu come se la più piccola porta laterale fosse comparsa davanti a lei per volontà propria, come se fosse stata la casa stessa a scegliere.
Finalmente aprì lo scuro e, con un gesto quasi d'affetto, lo fissò al gancio. Cercò di scrutare l'interno della casa attraverso il vetro di quella porta, ma l'oscurità era così densa che riuscì a vedere solo il proprio riflesso. Un riflesso che mutò, nemmeno così lentamente, mostrando i suoi tratti nel corso degli anni, le rughe accumularsi agli angoli degli occhi e sulla fronte, la pelle accumulare inesorabile i segni dell'età, mostrandola sempre più anziana, fino ad assumere i tratti di sua nonna.
«Ciao, piccola principessa», disse il riflesso con un sorriso caldo e affettuoso. Quello stesso sorriso dietro cui correva a rifugiarsi quelle poche volte che la mamma o il papà si arrabbiavano con lei e suo fratello. Perché se è vero che i genitori hanno il dovere di educare i figli, i nonni hanno quello di viziarli. Allungò una mano verso il vetro e le loro mani si sfiorarono.
«Ciao nonna, sono tornata. Sapessi quanto mi manchi.»
«Lo so mia cara, lo so. Vieni, ho appena sfornato una torta, come piace a te.»
La nonna si girò e il riflesso sparì lentamente nell'oscurità della casa. Alessia fece scattare la serratura e aprì la porta, senza nessuna fretta. Si sentiva intimorita da quel gesto, ancor di più da quello che stava per compiere. I cardini, a differenza di quanto si fosse aspettata, non si abbandonarono al minimo cigolio. Fu grata all'agente di aver curato anche quell'aspetto, tutt'altro che scontato.
Le ombre si ritrassero, all'apparenza mal volentieri, davanti all'ospite inatteso e alla luce che proveniva dalle sue spalle, quasi non gradissero affatto quell'intrusione. L'aria poi, nonostante fosse estate, era assai fredda dentro la casa e la pelle della padrona di casa si increspò, costringendola a strofinarsi le braccia scoperte, cercando calore.
Ricordava la struttura della casa a memoria, tanto che avrebbe potuto girarla tutta con gli occhi bendati. A destra aveva le scale. La rampa che portava al piano superiore piegava a destra, quella che invece scendeva in cantina curvava verso sinistra. Poco più avanti, invece, si apriva il corridoio che portava, da una parte, agli uffici dell'azienda e, dall'altra, alle stanze della nonna.
Scelse di ignorare le scale, per ora, e andò negli uffici. Non ci fu nemmeno bisogno di cercare il pulsante, lo trovò subito con un gesto naturale. Il lampadario illuminava mille manine di infiniti colori lungo le pareti in quella che, almeno all'apparenza, sembrava proprio una stanza da gioco per i bambini. A quanto pareva, negli anni in cui la sua famiglia non aveva abitato in quella casa e quella sala aveva perso la sua funzione commerciale, gli ormai vecchi inquilini avevano pensato di dedicarla ai loro figli. Chissà poi perché l'agente non aveva rispettato la sua volontà e non aveva fatto imbiancare anche quelli pareti...
«Ci siete mancati, sai?»
La voce improvvisa alle sue spalle la fece trasalire. Si girò di scatto. Sua nonna era di nuovo lì, così evanescente, così cristallina. Accennò un sorriso triste e malinconico.
«Nonna...»
«Voi piccoli riempivate le mie giornate da quando nonno se ne è andato. Eravate una grande gioia per mamma e papà.»
Alessia, di colpo, sentì un enorme peso sul cuore. All'epoca era troppo piccola per aver responsabilità di quanto accaduto. Eppure lo sguardo della nonna parlava più di mille parole...
«Nonna, perché non hai badato Thomas quella notte?»
«Vieni piccola, la torta si raffredda.»
Lo spettro, tremolante come la fiamma di una candela, non aspettò oltre e svanì nell'ombra del corridoio.
La ragazza fece un respiro profondo e ritrovò il controllo di se stessa. Quanto accaduto quella notte non era colpa sua, ma responsabilità della nonna. E, di riflesso, tutta la caduta della sua famiglia e i guai che ne erano seguiti. Provava forse rancore verso la nonna per questo? La realtà è che non aveva risposta a quella domanda. Attraversò il corridoio con il pavimento in marmo e raggiunse il piccolo appartamento della nonna. La porta era stata cambiata ed il color caldo del legno aveva lasciato il posto ad un più impersonale bianco. Questo era un dettaglio a cui sarebbe stato presto rimediato.
Bussò.
«Avanti avanti!»
Spinse la porta con gentilezza.
Il salottino era immacolato, esattamente come lo ricordava. Sembrava proprio che nessuno vi avesse messo piede in tutti quegli anni. Era incredibile la cura e la meticolosità con cui l'agente aveva ricostruito l'appartamento della nonna. Chissà poi come aveva fatto a ricostruirlo così fedelmente. Toccò la tovaglia di fiandra con delicatezza. La nonna ne aveva una collezione custodita nella cassapanca... eccola lì, sulla destra, esattamente dove doveva essere. Una lacrima le rigò la guancia quando i suoi occhi si posarono sulla foto dei nonni, da giovani, abbracciati sull'argine di un fiume.
«Vieni vieni, la torta ti aspetta. Chiama anche tuo fratello.»
La voce della nonna risuonava dalla piccola cucina dietro la porta a soffietto. In realtà quella cucina era usata assai di rado poiché mangiavano sempre tutti insieme, al piano di sopra. Sul tavolo, però, non c'era nessuna torta.
«Nonna, Thomas non c'è.»
Quattro parole che avevano avuto il potere di farle tremare la voce. In quel momento si rese conto che avrebbe voluto urlare tutta la sua rabbia e il suo dolore, ma non sarebbe servito a nulla. La nonna rispose tranquilla e solare come era sempre.
«Non dire sciocchezze piccola, chiamalo subito.»
«Non c'è, non c'è più! Non posso chiamarlo! Hai lasciato che si perdesse.»
La nonna, comparsa all'improvviso con la torta in mano, si girò verso di lei. Ma l'espressione tanto amorevole era scomparsa lasciando spazio a... a qualcosa che Alessia non seppe definire. Sorpresa forse? Incredulità? Stava piangendo senza nemmeno essersi resa conto d'aver iniziato a farlo.
«Io non ho fatto proprio nulla.»
«Proprio così. Dovevi badarci per due giorni. E invece... non hai fatto proprio nulla. E ora Tom non c'è più.»
La nonna si era incupita e l'aveva guardata con sguardo serio mentre posava la torta sul tavolo.
«Non ti permettere.»
«Cosa? È colpa tua. È successo tutto per colpa tua. Mio fratello... papà... mamma... tutta colpa tua!»
A quelle parole il viso dell'anziana signora iniziò a trasformarsi. I lineamenti si fecero più duri e affilati, le labbra diventarono dello spessore d'un tratto di matita e gli occhi divennero sottili come fessure e rossi come il fuoco.
«E tu dov'eri signorinella?»
La verità emerse dalle nebbie dei ricordi in una volta sola, con una forza tale da mozzarle il fiato. Le gambe le cedettero e Alessia si ritrovò in ginocchio a piangere. Quella notte, quella notte ormai lontana, mentre giacevano nel buio della loro camera lei aveva ben sentito suo fratello alzarsi e uscire. Per andare dove è rimasto un segreto, lasciando l'unica certezza che non è mai più tornato.
La realtà era che lei, seppur giovane, quella notte, nascosta sotto le proprie coperte, era troppo presa dall'esplorare se stessa, ascoltare il proprio corpo, scoprirne la sensualità e gustarsene la sessualità per dir qualsiasi cosa e fermarlo. Restò immobile, in silenzio, timorosa di esser scoperta in quel gesto tanto licenzioso. E Thomas era sparito senza che lei avesse fatto nulla.
Ma era un segreto che non aveva rivelato mai a nessuno. Come poteva saperlo la nonna?
«Le nonne sanno tutto, non lo sai?», l'anticipò l'altra prima che Alessia potesse dire qualsiasi cosa, quasi le fosse stato letto il pensiero.
«Ma tu dovevi badarci, è colpa tua.»
La voce, spezzata dal pianto e dalle lacrime, aveva ben poca forza. Fu facile, per la nonna, puntarle il dito contro e parlarle sopra.
«Non ci provare signorina!»
No, non così! Incapace di sopportare una sola altra parola si alzò, a fatica, incespicò persino, aggrappandosi ad una sedia per non cadere miseramente al suolo. Aveva il cuore gonfio di dolore e le lacrime scorrevano senza controllo, offuscandole la vista.
Corse.
Con la schiena appoggiata al muro si ritrovò sullo scalone esterno mentre il pianto cessava e il respiro tornava a farsi regolare. Proprio come quella volta in cui litigò con la mamma e, per la prima e unica volta nella sua vita, ricevette due schiaffi. Con le guance in fiamme e l'animo umiliato era corsa via anche allora. Era stato Thomas che, piano piano, le si era avvicinato ed era riuscito a farle far pace con la mamma. Questa volta il fratello non ci sarebbe stato. Non ci sarebbe stato mai più.
Respirò a fondo due, tre, quattro volte.
Se suo fratello era scomparso in una notte buia la colpa era della nonna che non aveva vigilato. Lei non aveva responsabilità. Come poteva averne una bambina? Era stata una sciocca ad averlo pensato ma, si era resa conto, si era portata dentro quel peso per tutti quegli anni. Aveva affrontato quello spettro e ora si sentiva più forte.
Si asciugò le lacrime con il dorso delle mani. Sapeva che il trucco che le era colato lungo le guance e, con quell'ultimo gesto, gli aveva dato il colpo di grazia. Aveva senza dubbio bisogno di lavarsi la faccia. Tornò in casa.
Della nonna, così come della torta, non c'era traccia alcuna. Chiuse con delicatezza la porta di quel piccolo appartamento e ne accarezzò la superficie liscia, quasi sorridendo. Ora avrebbe dovuto affrontare il piano superiore, ma dopo aver sconfitto quel demone si sentiva decisamente più forte e preparata.
«Il peggio è passato.»
Tutto era esattamente come se lo ricordava. I mobili, i quadri, i tappeti, tutto! Non una virgola era cambiata. Sembrava impossibile che l'agente avesse potuto ricostruire l'arredamento di quegli anni con tanta accuratezza. Si fece l'appunto mentale di chiedergli come avesse fatto ad esser stato così preciso.
«Te la ricordi la vostra cameretta?»
La nonna era lì, comoda nella sua poltrona preferita nel pianerottolo, sotto la luce dalla finestra, tutta intenta a rammendare un vecchio calzino dei bambini.
«Certo, ci sono nata, ci sono cresciuta.»
Il marmo del pavimento del corridoio era meravigliosamente lucido e levigato. Si piegò sulle ginocchia e ne accarezzò la superficie liscia. Quante volte papà gli aveva detto che era una qualità pregiata che veniva dalle Alpi? Quasi ogni volta che lei e Thomas si erano rincorsi giocosi per quelle stanze.
Eccola nella zona notte. La porta che si trovava di fronte sapeva essere quella del bagno grande, il suo preferito perché c'era la vasca per fare il bagno. A destra la camera da letto di babbo e mamma e a sinistra altre due porte: la camera da letto dei bimbi e la stanza dei giochi.
Quell'angolo della casa era sempre buio, anche quando venivano aperte tutte le finestre o si accendevano le luci. Restava buio. Lei non aveva mai capito perché, era come se ci fosse stata una cappa che oscurava la luce.
«L'ultima volta che ho visto mio fratello è stata dietro quella porta.»
La nonna l'aveva raggiunta e si era fermata affianco a lei, in silenzio. Dopo lo sfogo di poco prima si sentiva in pace con lei, non nutriva più quel rancore che aveva covato così a lungo.
«È lì che è iniziata la tragedia, vero?»
L'anziana le sorrise, posandole con affetto una mano sulla spalla.
«È una domanda sciocca, lo sai.»
«Cosa vuoi dire?»
«Tu lo sai.»
Il tempo di voltarsi e la nonna era scomparsa, scivolata via tra le ombre dei ricordi.
Aprì la porta.
L'aria aveva odore di chiuso. Si meravigliò che l'agente, tanto meticoloso nella ricostruzione della casa e del suo arredamento, non avesse aperto le finestre per far cambiare l'aria. Che se ne fosse dimenticato? Assai strano.
Allungò una mano verso l'interruttore, ne conosceva l'esatta posizione a memoria, ma nell'istante esatto in cui premette quel piccolo pezzo di plastica, il filamento della lampadina diede un ultimo bagliore di vita e scoppiò con un rumore sordo mentre il cristallo che lo custodiva esplodeva in un'infinita pioggia di minuscoli affilati frammenti.
Trasalì per la sorpresa e lo spavento e le sfuggì un piccolo urlo. Restò un momento in silenzio, poteva sentire il ritmo del proprio cuore nelle orecchie. Per certo le tenebre che riempivano la stanza dove aveva vissuto i suoi anni più giovani sembravano più che mai dense e oscure.
Aiutandosi coi ricordi, attraversò la stanza al buio. I minuscoli frammenti di vetro scricchiolarono sotto il suo peso. A tastoni trovò la maniglia e riuscì finalmente ad aprire finestra e imposte. La luce del sole scacciò allo stesso modo le tenebre dalla stanza e dal suo cuore. Fu con un sospiro di sollievo che vide che tutta la camera era in ordine, arredata come allora. Si avvicinò lentamente al proprio letto e ne accarezzò il lenzuolo. Nel vedere che aveva la stessa fantasia di allora Alessia si stupì e si chiese come fosse stato possibile che il suo agente avesse trovato un dettaglio così ricercato.
«Dovresti proprio vergognarti.»
Era di nuovo lì l'anziana, a fissarla con quello sguardo duro e cattivo.
«Nonna, ti prego, per quanto a lungo dovrai...»
«Tuo fratello credeva in te.»
«Smettila! Non è stata colpa mia!»
Senza rendersene conto Alessia aveva alzato la voce. La nonna fece un passo nella sua direzione, puntandole il dito contro il petto.
«Chi era con lui quella notte, signorina? Avresti potuto fermarlo. E invece no, eri tutta intenta a far ben altro, non è vero?»
La verità. Quella era la verità. Il fatto che lei non fosse intervenuta perché presa da se stessa. Mai come in quel momento si vergognò di quanto commesso. Si sentì nuovamente sull'orlo di una crisi di pianto, ma questa volta non avrebbe ceduto.
«Tu dovevi badarci, la colpa è tua! Mamma e papà si fidavano di te. Li hai traditi! Hai tradito tutti noi!»
A quelle parole il volto della nonna si trasformò di colpo in quello di un mostro dai lineamenti affilati e gli occhi sottili e rossi e, senza preavviso alcuno, la colpì con uno schiaffo così forte da farle perdere l'equilibrio e cadere sul letto di quando era piccola.





«Sgualdrina! Non ti permettere di parlare così a tua nonna.»
Alessia si portò una mano alla guancia ferita. Mai, prima di allora, la nonna aveva alzato un solo dito su di loro.
«Io ero piccola.»
Quel mostro fece un passo avanti, piegando il busto in avanti su di lei.
«Avresti potuto salvarlo, tu lo sai. Ma hai preferito pensare a te, fare la sgualdrinella.»
«Non è vero!»
«Allora eri esattamente quello che sei ora, una piccola sgualdrina piagnucolona.»
«No!»
Alessia strisciò sul letto allontanandosi da quel mostro orrendo.
«Ma tu lo sai dove è andato...»
Quelle parole la raggiunsero come un macigno. Guardò la nonna, le cui sembianze erano tornate quelle di sempre.
«Cos... ?»
«Tu sai dov'è andato tuo fratello, non è vero?»
Era spaesata, stordita. C'era un fondo di verità, ma lei l'aveva messo in un remoto angolo della propria memoria e lì l'aveva dimenticato.
«No io...»
«Non si dicono le bugie alla nonna.»
E allora, di colpo, tutta la verità che aveva sempre saputo ma che si era sempre rifiutata di accettare, venne a galla, lasciandola a bocca aperta.
«La cantina.»
La nonna era scomparsa.
«La cantina.»
Sussurrò ancora tra sé e sé. Quello era l'unico posto su cui vigeva il divieto assoluto. Mai e poi mai loro padre aveva acconsentito a farli scendere laggiù. Non aveva mai dato spiegazioni. Era così e basta. E lì, alla prima occasione, era andato suo fratello. Per non fare più ritorno.
Andò in bagno a lavarsi la faccia. Un attimo dopo era già davanti a quella rampa di scale che, scendendo nell'oscurità, l'avrebbe portata in cantina.
«Thomas, sei la là sotto vero?»
Non ci fu risposta, ma un leggerissimo soffio di vento le passò tra le caviglie, facendola rabbrividire. Avrebbe voluto che ci fosse la nonna lì con lei, che l'accompagnasse in quel viaggio nell'ombra, ma sapeva che era un'impresa che avrebbe dovuto compiere da sola.
Scese i gradini lentamente, aspettando di essere ben salda sull'uno prima di scivolare sul secondo. Sentiva le ginocchia molli, quasi la potessero abbandonare da un momento all'altro, ogni battito del cuore le saliva dritto alle orecchie.
La porta era avvolta dalle tenebre. Non c'era luce qua sotto. Avrebbe di certo dovuto farla installare al più presto. Riusciva a distinguerne i contorni solo grazie alla luce che arrivava dall'alto. Mettere la mano sulla maniglia le costò uno sforzo incredibile.
Era agitata. Temeva quello che avrebbe trovato dall'altra parte. E se non avesse trovato nulla, invece? No, non era possibile. Suo fratello era lì dietro, ne era certa, poteva quasi percepire la sua presenza. Fece due profondi respiri, chiuse gli occhi e spinse.
Quando li riaprì si trovò davanti un muro di oscurità, così densa da non lasciar intuire nulla di ciò che celava. Fece un passo avanti sentendosi il cuore in gola. Per fortuna sua fu facile trovare l'interruttore della luce. Tre neon si accesero a fatica, quasi non ne avessero alcuna voglia.
Il corridoio procedeva dritto per diversi metri aprendosi ai lati in ampi vani pieni di scaffalature, scatole e casse impilate alla bene e meglio. Poi l'oscurità tornava a dominare, inghiottendo il passaggio. Probabilmente c'era un altro interruttore più avanti.
Di suo fratello, tuttavia, nessuna traccia.
I piedi parvero fatti di piombo. Ogni passo era una gran fatica, ma di suo fratello nessuna traccia, ma sapeva che avrebbe dovuto continuare. Sapeva che l'avrebbe trovato in fondo al corridoio, lì dove la luce non arrivava. Continuò a camminare guardandosi attorno. Quante cose c'erano in quella cantina? Sembravano infinite. Avrebbe impiegato tutta la vita ad aprire ogni cassa e controllarne il contenuto.
Buio.
Le si gelò il sangue nelle vene.
I neon si erano spenti all'improvviso.
Momento di panico.
Prese fiato, cercando di stare calma. Possibile che quelle luci fossero temporizzate? No, non ci credeva. Non si sarebbe fermata né sarebbe tornata indietro. Doveva trovare suo fratello, questo aveva la precedenza su ogni altra cosa. Allungò una mano a toccare il muro e continuò a camminare.
Non se ne rese conto subito, ci volle il tempo che le arrivasse alle caviglie. Stava camminando nell'acqua. E ad ogni passo il livello si faceva più alto. Ci doveva essere un'infiltrazione, o una perdita, consistente. Appena tornata di sopra avrebbe chiamato a far controllare.
«Thomas? Sei qui?»
Sentì la sua voce perdersi nel corridoio, ma non giunse risposta. L'acqua continuava a salire, le era ormai giunta alle ginocchia e pareva avere una consistenza strana, densa. Sembrava limacciosa.
Qualcosa le strisciò lungo la coscia e lei la cacciò con un gesto nervoso della mano. Un brivido di disgusto le chiuse lo stomaco. Cos'era? Cosa si muoveva in quelle acque?
«Thomas ti prego...»
Avanzò ancora. Di nuovo qualcosa le avvolse la coscia, ma questa volta erano due. Solo in quel momento si rese conto che era calda. L'acqua in cui stava camminando era calda, e densa. Cercò di scacciare quella cosa strana, ma un attimo dopo la sentì sull'altra gamba. Prima che potesse far nulla qualcosa le era salito tanto da strisciarle sotto la maglia. Era davvero calda e densa!
Urlò.
Sentì il panico stringerle il cuore.
Un'altra bestia si stava arrampicando su di lei, scivolando sui glutei.
«Thomas!!!»
Urlò di nuovo.
Disperata si tolse la maglia e scacciò quelle creature senza poterle vedere. Una di loro si insinuò sotto i pantaloni e iniziò a risalire lungo la gamba.
«Thomas ti prego...»
Sentì le gambe cederle, ma si fece forza per non cadere sott'acqua. Quelle creature le erano nuovamente addosso, stringendola e avvinghiandola e rendendole sempre più difficile camminare.
«Sono qui.»
La voce di suo fratello risuonò nell'oscurità.
«Grazie a Dio...»
Quasi si mise a piangere per la gioia, nonostante la creatura che le stava salendo lungo la schiena. Lei cercava di scacciare quelle cose, ma era inutile. Sembrava che, nell'istante in cui le toccava, perdessero consistenza, solo per riprenderla un attimo dopo.
«Dio non c'è. Ci sono io.»
«Cosa sta succedendo?»
«Quello che è successo a me.»
Una creatura uscì dall'acqua e le afferrò un polso, trascinandolo verso il basso. Era forte, più forte di lei. La creatura che stava salendo sulla schiena arrivò a cingerle il collo.
«Aiutami, non vedo nulla.»
Qualcosa cambiò. Una leggera luminescenza si diffuse nell'aria.
Ad Alessia morì il fiato in gola.
Non era acqua.
Era sangue.
La cantina aveva perso i muri e le dimensioni e lei stava annaspando in un'immensa pozza di sangue. Oscuri filamenti vermigli erano le creature che le strisciavano addosso. Ovunque lei spingesse lo sguardo su quella superficie cremisi, il volto di suo fratello la stava osservando. Non ce n'era uno, ma dieci, cento, mille.
Alessia si sentì sul baratro della follia.
Il tentacolo le strinse la gola.
«No... ti prego...»
Poche parole appena sussurrate, prima di essere trascinata in profondità tra le braccia di suo fratello.
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