i racconti di Milu
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Io cercai in casa un pezzetto di carta, nel luogo in cui Renato aveva scritto il nome della donna delle pulizie che avrebbe potuto sistemare la sua casa, alla fine lo ritrovai riposto nel fondo d’un cassetto. Per logica, e poiché sicuramente mio fratello non avrebbe mai cercato due persone per fare lo stesso tipo di lavoro, la donna avrebbe avuto modo d’aprire la villa considerando che Renato era in ospedale dalla mattina alla sera, perciò a qualsiasi ora io fossi andato a trovarlo, la sua casa era uno specchio di bellezza, d’ordine e d’accurato lindore. La signora Rosa era in verità un poco perplessa, poiché aveva la piena responsabilità delle chiavi, in tal modo non voleva lasciarle. Io le assicurai che gliele avrei restituite il giorno successivo, anzi, cogliendo due piccioni con una fava le chiesi di venire alle due del pomeriggio successivo alla festa, per sistemare la casa ridandole un aspetto gradevole. Nel tardo pomeriggio, come pattuito lei venne da me a consegnarmele personalmente, entrò in casa e si bloccò all’entrata, per il fatto che il disordine l'aveva immediatamente colpita.

“Mi dica una cosa, ma il dottore non è mai venuto qui da quando c’è lei?”.

“No, signora Rosa”.

“Meglio così. Senta, io sistemo un po’, dopo vado via” - disse con un tono che non ammetteva repliche.

Io entrai nella casa di Renato con una sorta di religiosa consapevolezza, certa di trovarmi nel tempio dell’ordine e della pulizia, per il fatto che gli oggetti provenienti da tutti i Paesi del mondo erano correttamente allineati sulle mensole su ogni spazio libero, in quanto da tutti pendeva un minuscolo cartellino. Io mi sorpresi nel pensare che mio fratello dovesse essere ben strano per conservare il prezzo d’ogni oggetto, sennonché fui immediatamente smentito. In conformità con l’ambiente, ma soprattutto con la mentalità dell’impeccabile, ogni cartellino portava la scritta minuscola in matita del luogo d’acquisto, la data e un numero di catalogo, che di sicuro avrebbe portato a un’infinità di dettagli elencati sulla carta stampata. Mi procurai nel frattempo un paio di scatoloni di cartone e iniziai a depositarvi tutti gli oggetti fragili, poi nascosi i tappeti e m’accertai che non ci fosse più nulla di troppo.

Ritornato a casa m’accorsi immediatamente che la frenesia aveva contagiato l’intero condominio, perché in effetti tutte le porte erano aperte, le finestre spalancate e tutte le luci erano accese. Sbucò Flavio dalla casa di Serena con un mucchio di vestiti appoggiati sul braccio, mi salutò frettolosamente e riprese la strada verso il suo appartamento. Io posizionai la testa nell’ingresso della casa di Serena e la chiamai. Dall’interno udivo solamente voci che sussurravano, in tal modo entrai deciso e salii le scale verso la camera di Serena.

Là dentro c’erano tre ragazze che si provavano i vestiti e cercavano accostamenti per dare forza alla loro idea di costume. Serena infilava e sfilava abiti colorati di leggerissimo velo, io scrutavo il suo corpo perfettamente liscio e nudo mentre quegl’indumenti le scivolavano addosso come una fresca carezza. Sonia tentava d’aggiustare una lunga tunica che continuava a scivolarle ai piedi, lasciandola perplessa nella sua mini tanga candido. La terza ragazza invece era nuova, aveva un aspetto da cavallona, era imponente con una cascata di capelli biondo cenere, che si posavano su due spalle grandi perfettamente armoniche con il collo e il viso punteggiati dalle lentiggini. Non sembrava per niente imbarazzata dalla mia presenza, nonostante fosse completamente nuda né avesse per l’occasione alcun abito tra le mani. Io mi ero ammaliato osservandole i suoi due grossi seni con i capezzoli d’un colore rosa tenue completamente rilassati. Possedeva i fianchi larghi, mentre la pancia appena pronunciata terminava in un solco da cui partiva un sottile percorso di pelo biondo, che invitava a scorgere dove la sua punta s’allargava a cingere un paio di labbra rosa scure:

“Domitilla” – m’annunciò allungando una mano che presi nella mia.

“Alfredo” - ripeterono all’istante Serena e Sonia all’unisono, prima che potessi fiatare per presentarmi.

“Pare che domani ci sarà una gran festa, ma non ho capito quale sarà l’argomento della serata. Vanno bene i costumi, ma una semplice orgia? Una roba così scontata?” - annunciò Domitilla arricciando il naso con finta aria d’insofferenza e di noia.

“Meglio, ce la spasseremo” - rispose Serena con un’aria connivente.

Alfredo, togliti per favore dai piedi. Non voglio che veda in anteprima i nostri abiti, pensa intanto che cosa indosserai tu”.

“Io onestamente pensavo che te ne saresti occupata tu” - balbettai in modo preoccupato.

“Figurati se ne ho il tempo, a dire il vero l’idea è tua, quindi vedi di gestirtela tu”.

“Mia? Che faccia tosta e abile. Prima sbavavi per la cerimonia d’iniziazione ancor prima che succedesse la faccenda con Paola”.

“Quale iniziazione? Allora volete dirmi qualcosa?” - sbottò disorientata Domitilla.

“Sta’ tranquilla, è una sorpresa, così sarà più bello”.

Io entrai nel mio appartamento, vidi una tovaglia pesante che ricopriva il tavolo da pranzo e decisi che era rimasta per troppo tempo in quella posizione, ma che in special modo non mi piaceva per nulla, perché come tovaglia stonava, però come un gonnellino sfrangiato d’uno stregone andava benone, naturalmente senz’indossare altri indumenti. Petto nudo, dipinto, occhi marcati capelli cotonati e trapuntati d’ossicini di pollo. Che cosa centra uno stregone in mezzo alle ancelle romane, odalische, puttane di lusso, certo che niente. E allora? Andava bene lo stesso. Il giorno della festa s’aprì su d’un condominio ancora più agitato della sera precedente:

“Ti pare l’ora d’alzarti?” - mi rimproverò subito Serena dalla finestra:

Bene, vedo che siete tutti fuori? Una festa è un modo per divertirsi, non la prenderete sul serio in questo modo?”.

“Dobbiamo andare a casa di tuo fratello per predisporre le cose. Alle tre arriveranno degli amici con un po’ d’arredamento, perché si dovranno togliere dei pezzi di quello che già c’è”.

“Beh, quando avrete deciso d’appiccare il fuoco alla villa fatemelo sapere per tempo, perché prenderò il primo volo per l’Antartico senza ritorno”.

“Senti, va’ a comperare qualcosa da bere, così ti dai da fare. Noi ci occupiamo della casa, ci vedremo alla villa per le sette e mezzo”.

Al supermercato collocai una decina di lattine nel carrello e arrivato alla cassa fui preso dai dubbi:

“Quanta roba devo comprare?” - chiesi a Serena al telefonino.

“Fa’ conto per circa un centinaio di persone”.

Io ritornai sui miei passi e depositai tutte le lattine in ordine sullo scaffale, perché adesso dovevo acquistare grandi confezioni famiglia da portare fino in casa. Nel pomeriggio, mentre pisolavo sul divano, fui raggiunto da Flavio che aveva colto al volo l’invito di dipingermi il petto e il viso, in quanto era venuto per giocare un poco. Aveva portato perfino Domitilla, in qualità d’aiuto stilista, forse come provocazione, oppure perché era perfettamente evidente che non indossasse ancora la biancheria intima sotto il vestitino candido e trasparente:

“Siamo qui per te, però tu dovrai stare molto buono. Frattanto potresti distenderti sul tavolo della cucina, perché penseremo noi a dipingerti. Abbiamo perfino portato i colori”.

Io portai un cuscino del divano sul tavolo della cucina e mi distesi dopo essermi sfilata la maglia:

“Devi mettere anche il gonnellino, bisogna vedere da dove si parte per dipingerti il corpo” - sentenziò prontamente Domitilla.

In quel momento sfilai i pantaloni e indossai il gonnellino sfilacciato fin quasi all’inguine, una roba da far vergognare perfino una ballerina di striptease.

“Adesso sul tavolo e fermo. Non preoccuparti se maneggiamo un po’ sul gonnellino. Dobbiamo vedere come procedere, vorremmo fare un serpente che parte dall’ombelico e che sale sopra”.

“Dall’ombelico? Che cosa dici? Sei scema?” - disse candidamente Domitilla.

Lo sguardo che Flavio le lanciò la lasciò immediatamente senza parole, dopo scoppiò in una risata fragorosa. Io ero disteso con le gambe penzoloni, con la testa sul cuscino, ma il resto del corpo era a contatto con il tavolo. La prima cosa che Flavio fece fu un saluto cordiale al mio cazzo, che si trovava inerte tra le frange della gonna, la ragazza lo accarezzò dolcemente sussurrandogli un ciao svegliandolo immediatamente.

“A me invece?” - chiese Domitilla avvicinandosi, Flavio le agguantò una mano e la portò sul mio arnese che stava gonfiandosi.

“Piacere” - disse la bionda sfiorandolo con il palmo, poi si chinò e lo baciò sulla punta con uno sguardo sempliciotto.

“Niente da fare, dovremmo dipingerti senza gonnellino. Potrebbe darsi che qualcuno te lo sfili”.

Io sollevai il bacino e mi sfilarono quella gonna improvvisata, rimasi nudo con il cazzo ben capace e dritto. La prima pennellata mi regalò il primo brivido, Flavio aveva intinto il suo pennello nel colore e aveva iniziato proprio dal pube, come se il serpente fosse il proseguimento, il corpo stesso del mio pene:

“Dipingerete anche lui?” - chiesi incuriosito alle ragazze.

“Dopo vedremo” - rispose Domitilla in maniera animosa.

Dopo era già un programma di battaglia, perché dal ventre Flavio proseguiva alternando i pennelli verso la pancia e il petto. Domitilla invece s’occupava nel preparare la base di pittura per il mio amico. Lei lo toccava, lo accarezzava e lo baciava, Flavio ogni tanto la rimproverava:

“Smettila, non vedi che se lo fai saltare io sbaglio nel dipingere?”.

Domitilla non voleva saperne. In una breve pausa in cui Flavio era andato a cambiare l'acqua ai pennelli, Domitilla si pose in mezzo alle mie gambe e sfoderando i suoi enormi seni, iniziando sennonché a stringermi il cazzo per farlo scivolare. A ogni passaggio la sua bocca s’avvicinava e succhiava appena un poco, lasciando un filo di saliva che poi avrebbe lubrificato il passaggio sul suo petto:

“Cazzo, Domitilla. Se vuoi scopartelo dillo. Io vado a fare due passi così lo lavorerai per bene”.

“No, andiamo avanti, perché non abbiamo troppo tempo” - disse Domitilla guardandomi.

“Come di consueto io sono l’uomo oggetto” - fingendo astutamente di lagnarmi.

“Tu devi soltanto stare zitto, perché si vede lontano un miglio che non vedi l’ora d’assaggiare la nostra amica”.

“Si vede? Si vede male, perché questa qua non m’entusiasma proprio. Ma come si fa a dire di no a una bionda gigantesca che ti riempie le mani, la bocca, le braccia il corpo intero della sua morbidezza” - mi chiesi.

Non se ne fece niente per il momento. Domitilla continuava a carezzarlo, Flavio proseguiva nel dipingere, dopo quando arrivò sul collo Flavio chiese ancora:

“Siete sicuri che non vi lancerete in un folle amplesso appena finito? Perché allora, meglio adesso, per il fatto che tra poco non ti si potrà toccare per un poco”.

Domitilla mi lanciò un’occhiata e le sue labbra rosse s’allargarono in un sorriso credulone e insensato:

“Vorresti giocare con me?”.

Io allungai una mano per toccarla sotto il vestito, la cute candida che m’aveva colpito al mattino al contatto con la mia mano divenne irta di puntini, e un brivido la fece sussultare. Salii velocemente verso quei fianchi larghi e sodi ed ebbi la calda consistenza delle sue cosce che sfioravano il mio avambraccio, mentre la mano aggirava l’imponente sedere lasciandomi esplorare il solco. Domitilla non si fece più pregare, salì in quell’istante sul tavolo e alzò il suo abito bianco fino ai fianchi. Flavio la teneva per una gamba e poi le afferrò la mano, nel tempo in cui adagio sprofondava sul mio cazzo pulsante. Lei era talmente bagnata e spalancata, che a ogni passaggio il mio pistone produceva un rumore sordo come d’un risucchio. Flavio mi guardava negli occhi sorridendo, avvertii la sua mano che accarezzava il punto d’unione dei corpi, ma le dita ad anello stringevano il mio cazzo facendolo gonfiare ancora di più.

In seguito digradò lentamente verso il mio buchino, che era compresso contro il tavolo non permettendo alcun accesso. Domitilla si distese sopra di me, io restavo nella sua accogliente grotta, mentre sentivo il suo corpo fresco adagiarsi sul mio poiché lo copriva. I seni erano vicini alle labbra, la bocca più in alto baciava i miei capelli, sennonché ebbe un sussulto spalancando gli occhi, pure io schiusi i miei. Non era successo nulla di diverso dal moto regolare del nostro amplesso, Flavio aveva conquistato il suo buchino, cogliendo gli abbondanti fluidi dei nostri sessi lubrificando a dovere il suo villosissimo ingresso:

“Vieni qua” - intimò Domitilla in modo deciso nella direzione di Flavio, la ragazza obbedì pur tenendo il dito nel suo nuovo foltissimo nascondiglio.

“Vieni più vicina. I casi sono due tesoro: o scopi con noi, altrimenti subisci quello che ti faremo, decidi tu” - le sibilò a fior di labbra.

Le loro due lingue s’incontrarono e giocarono sul mio viso, che aveva perso contatto con i larghi seni bianchi. Il ritmo della scopata non accennava a diminuire, io non riuscivo a concentrarmi, un poco per l’indolenzimento alla schiena, un poco per tutto quel movimento. Ma che diamine. Una sana, normalissima scopata non si poteva proprio fare in quel condominio. Flavio non vide di meglio che mettersi cavalcioni sul tavolo, appoggiando la sua foresta tropicale sul mio viso e pretendendo che mi dissetassi alla sua fonte traboccante. La grossa protuberanza che attualmente indugiava tra le mie labbra era simile a un piccolo pene, di cui immaginavo al contatto della lingua un piccolo glande, che usciva ed entrava dalla sua sede naturale ogni volta indurendosi maggiormente.

Il solletico che mi produceva la vasta peluria di Flavio mi costringeva a strofinarmi il mento con la mano libera, approfittando del movimento per insinuare il dito nel solco bollente. Io la penetravo con un dito, poi con due, poi l’accarezzavo e proseguivo nel penetrarla, mentre la lingua percorreva le pieghe della sua mini fallo guizzante. In quel focoso frangente li sentii venire insieme, mentre si baciavano con passione e i loro corpi sussultavano sul mio. Non si fermarono neppure un attimo, continuando nel loro gioco, finché non decisero che era troppo tardi e scesero nello stesso momento dal tavolo lasciandomi bagnato ed insoddisfatto:

“Flavio, questa è la seconda volta che mi giochi un tiro del genere. Se te l’ho fatta pagare la prima volta, adesso non aspettarti di farla franca, intesi?” - dissi balzando giù dal tavolo e prendendola per i fianchi.

“No, fallo a lui, lo voleva così tanto” - mormorò in modo frenetico la ragazza.

“Entrambi?”.

Io le piegai sul tavolo e aprii le loro gambe, prima l’una e poi l’altra assaggiarono l’esito della loro opera. Avevo ormai una voglia incredibile ed entravo nei loro corpi senz’indugiare, appoggiandomi solamente alle calde aperture.

“No, lì no, non sono pronta, dai” - piagnucolò tentennante Domitilla, che invece muoveva il bacino per favorire il mio ingresso nel suo secondo scrigno.

“Non puoi fermarmi, tesoro. Voglio sbattere sul morbido del tuo sederino, sentire che m’hai dato tutta te stessa” - le sussurravo mentre spingevo piano per non farla soffrire.

Io m’allontanai per un istante e fui subito dentro Flavio che non se la aspettava.

“Alfredo, che cosa t’abbiamo fatto, sei enorme” - mugolava la bruna in maniera infervorata.

Ancora bagnato del contatto con Flavio io m’avvicinai nuovamente a Domitilla ed entrai nella sua piccola porta. Lei m’accolse con un sospiro, un piccolo grido, dolore, forse piacere. La sua fica era terribilmente stretta, perché dovetti uscire nuovamente per rientrare in profondità. Il gioco però durò poco, perché la situazione era ormai al limite, la cappella stretta in una morsa nelle viscere di Domitilla emetteva proiettando degli acuti segnali, che ormai era pronta per lasciar fuggire il segno del piacere. Il mio caldo contributo rese l’attrito più debole e continuai a spingere dentro di lei, che ansimava in preda a un godimento sfrenato. Fu sopraffatta da un orgasmo strisciante, leggero eppure lunghissimo, come una lunga carezza profonda. Ambedue ci voltammo verso Flavio che aveva ricominciato a intingere i pennelli nei colori, nudo, indifferente e noncurante dei nostri ultimi energici e fervidi momenti.

La punta del mio cazzo divenne la coda del serpente che verso il collo srotolava le sue spire, per poi girare intorno al collo riapparendo con un’enorme bocca spalancata sulla fronte, in compagnia d’una lingua rossa e lunghissima che terminava sulla punta del mio naso.

Io ero pronto per la serata, il gonnellino sarebbe restato sui miei fianchi unicamente per il tempo strettamente necessario per farmi conoscere, poi sarei stato totalmente in pasto agl’invitati.

{Idraulico anno 1999}