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Note:
Pura fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti, od a fatti realmente accaduti, è puramente casuale.
INTRODUZIONE

Zona montana, stazione ferroviaria isolata nel fondovalle, lontana chilometri dal paesello, situato in cima al colle. La piccola strada comunale, che dopo il bivio sulla provinciale collega il paese alla stazione, non porta da nessun’altra parte ed i pochi abitanti rimasti, la percorrono raramente. In un remoto passato si andava a piedi a prendere il treno, sino agli anni ‘80, era poi la “corriera”, che deviando dalla provinciale in alcuni orari, collegava la stazione al paese. Ricordi, ormai presenti solo sulle vecchie cartoline impolverate, dell’unico negozietto rimasto aperto.
Per spostarsi si usa l’auto ed una volta saliti, è più comodo andare direttamente alla propria destinazione, partire e tornare senza vincoli e trasbordi, all’ora che più fa comodo. Ad eccezione di qualche consistente nevicata nei mesi invernali, quando neve e ghiaccio suggeriscono di usare l’auto per raggiungere la stazione e servirsi del treno, quell’edificio solitario in fondo alla valle è sempre deserto, isolato dal mondo.

Recentemente ristrutturata, la stazione è in ottime condizioni. Assomiglia a quelle casette che si vedevano nei plastici dei trenini elettrici, quando ancora andavano di moda. Tuttavia, le sue dimensioni sono sproporzionate rispetto allo scarsissimo flusso di passeggeri.
Piano terra e primo piano, l’edificio è lungo una ventina di metri ed in occasione della ristrutturazione, è stato arricchito di un’elegante pensilina in legno laccato, che ricopre l’unico marciapiede, a ridosso del solo binario esistente.

Erano molti gli accessi della stazione, sia dalla parte del marciapiede che verso la piazzetta esterna antistante. Porte che un secolo fa davano alla biglietteria, a sale d’attesa di seconda e terza classe, ai bagni, al telegrafo, agli uffici del capostazione e dell’aiuto. Oggi, quelle porte sono state sigillate e gran parte della stazione è inaccessibile al pubblico, che può transitare soltanto attraverso due stanze contigue, che insieme, formano un corridoio di passaggio. Un collegamento tra l’esterno della stazione ed il marciapiede, quello dove si sale e si scende dal treno.

Sono camere spoglie, imbiancate di fresco, con nulla alle pareti. Il pavimento originale, è stato ricoperto da mattonelle di gres chiaro. Nella prima stanza, contro un muro, c’è il distributore automatico di biglietti, nell’altra, peraltro accessibile solo varcando un passaggio stretto quanto l’anta di una porta domestica, solo una panca in ferro e legno, munita di schienale. C’è ovviamente, anche la porta vetrata in alluminio, che da l’accesso al marciapiede.


PRIMO CAPITOLO

Agosto di un’Estate caldissima. Mezzogiorno, c’è vento, ma il flusso e la temperatura dell’aria sono tali, da far pensare che la situazione sia provocata da un gigantesco asciugacapelli, costantemente acceso da settimane e che ha già inaridito la vegetazione di tutto il centro Italia.

Davanti alla stazione, leggermente spostata e defilata, all’ombra dei muri di quello che ai tempi doveva essere il magazzino ferroviario per il carbone, con la cisterna dell’acqua, sosta una station wagon nera. All’interno, nella stanza adiacente ai binari, quella con la panca, un uomo ed una donna; entrambi in piedi, nell’evidente attesa di qualcuno che dovrà arrivare col treno.

Lei è una quarantenne, ma con un corpo da far invidia a donne molto più giovani; ha capelli corvini, a caschetto. Indossa un top scollato di cotone elasticizzato, molto aderente. E’ nero ed avvolge un seno generoso ed ancora sostenuto. Più in basso, sotto l’ombelico scoperto, porta una gonna di pelle, cortissima, che mette in mostra due gambe lunghe e ben tornite. Nonostante il caldo, calza stivaletti di cuoio, tacco nove. L'uomo in sua compagnia ha oltre 50 anni, ma per un estraneo sarebbe difficile capirlo, dato il fisico snello, il ventre piatto, la capigliatura ancora folta, appena venata di grigio. Indossa una polo nera griffata, del tipo slim fit e jeans neri, altrettanto griffati. Calza scarpe di pelle nera, suola in cuoio e tomaia in pelle traforata.

Chiara, è l’unica unica passeggera di un treno modernissimo, più una metropolitana che un convoglio ferroviario. Due carrozze assolutamente vuote delle linee regionali, che corrono lungo quella linea desolata, sotto un sole implacabile. Accaldata e nervosa, la ragazza guarda spesso l’orologio e si domanda come abbia potuto accettare la proposta di Bianca, utilizzando, fra le altre cose, due settimane di ferie ancora non maturate. Una proposta che le sembra sempre più “pazzesca”, man mano che passa il tempo.

I finestrini sono tutti aperti e bloccati in quella posizione. Il vento le ha già scompigliato i lunghi capelli chiari, quasi biondi. Ha cambiato posto più volte, nel tentativo di trovare un riparo dalla forte ed irregolare corrente d’aria, ma ovunque abbia provato a sedersi, la situazione era la medesima. Sui venticinque, di statura medio alta, Chiara indossa un abito intero senza maniche, che le arriva fino al ginocchio. Il tessuto è sottile ed elastico, con un motivo a strisce orizzontali color marrone scuro, intercalate da altre beige chiaro, tutte alte all’incirca un centimetro.
Nulla che si possa definire elegante, tanto meno sexy, non fosse che il corpo sinuoso e dalle forme generose, avrebbe sicuramente catturato l’attenzione di un eventuale passeggero. Ai piedi, ha sandali beige, con appena un accenno di tacco.

Una vita scialba, un po’ triste e per nulla avvincente, quella di Chiara. Introversa, cresciuta in un ambiente familiare severo e poco felice. I pessimi rapporti col padre l’avevano allontanata dal sesso maschile e quelli freddi con la madre, anche dall’altro. Carattere chiuso, insicura ed incapace di ribellarsi alle situazioni, od anche solo di dire “no”, Chiara aveva sviluppato un’attrazione per Bianca, un’amica d’infanzia che aveva incontrato recentemente, per caso, dopo anni in cui si erano completamente perse di vista. Quel che desiderava, ma che non avrebbe mai saputo realizzare se fosse solo dipeso da lei, era poi successo all’improvviso, quasi per caso, dopo una serata in cui entrambe avevano ecceduto in mojito e Cuba libre. Era Bianca che aveva preso l’iniziativa, ma Chiara non le aveva fermato la mano, sia mentre la spogliava, sia quando le andò fra le gambe.

Non particolarmente eccitata, Chiara la lasciò fare e quando Bianca le infilò la lingua in bocca, iniziò a limonare con lei mettendo tutto l’impegno, ma senza il trasporto che l’amica si aspettava. Subiva più che partecipare e lo faceva per paura di deludere Bianca e di essere rifiutata. Chiara permise alla ragazza di farle tutto ciò che voleva. Mentre Bianca gliela leccava, separando con la punta della lingua, le labbra della vagina di Chiara, soffermandosi poi a titillarle il clitoride per alcuni minuti, si sforzò di mostrarsi più eccitata di quanto non fosse realmente.
Bianca prese poi le redini della situazione, iniziando a dirle cosa doveva fare, o dire e Chiara stette al gioco, ubbidiente, come se far sesso con l’amica a quel modo, fosse davvero la cosa che desiderava maggiormente.

I ricordi un po’ falsati di quella serata, la necessità di entrambe di trovare casa urgentemente ed una serie di circostanze fortuite, fecero sì che le due ragazze iniziassero una convivenza. Nel quotidiano, però, tutto era decisamente meno travolgente rispetto a quella serata, soprattutto per Bianca, che poco alla volta, comprese quanto poco fosse interessata al sesso Chiara e come per indole, fosse anche più sdolcinata che affettuosa.

Più bassa di statura rispetto a Chiara, Bianca era una ragazza meno appariscente. Un corpo meno meno sinuoso, dalle forme ben disegnate, ma contenute nelle dimensioni. Più estroversa e sanguigna come carattere, Bianca era leggermente più esperta della vita rispetto a Chiara.
Anche per lei, i rapporti con i genitori erano conflittuali, sebbene per ragioni differenti. Taceva della sua attrazione verso altre ragazze, ma l’assenza di qualsiasi presenza maschile aveva ormai insospettito la madre, che probabilmente aveva capito. Molte le cose non dette, altrettante quelle taciute, ma in ogni caso, Bianca capiva benissimo di non essere la figlia che i genitori avrebbero voluto. Ribelle all’apparenza, quel suo atteggiamento “capriccioso” serviva a sviare l’attenzione dal suo vero carattere. Un carattere che voleva nascondere agli altri, ma soprattutto a sé stessa.
Note finali:
Ringrazio anticipatamente chi volesse commentare, suggerire e fornire spunti.
Per contatto: ipsedixit@elude.in