i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Indice
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Gli sembrava un miracolo che con tutta quella gente avessero trovato il divanetto all’angolo libero, si fiondarono ad occuparlo mentre qualcuno della comitiva andò dritto al bar per il primo giro di drink. Da lì si poteva vedere tutta la discoteca, la pista gremita che si muoveva all’unisono con la musica martellante, come un’onda del mare appena infranta sulla scogliera. Apparvero sul tavolino due bicchieri
“Non potete capire cosa c’è al bar! Un MILFone esagerato!”
il solito diretto e scurrile Edoardo che ogni volta lo disgustava con quei discorsi da spogliatoio, ma la cosa che lo stupiva di più era la quieta accettazione di quell’atteggiamento da parte di Martina, ormai stavano insieme da due anni e lui non era cambiato di una virgola e lei continuava a tenere gli occhi bassi con un viso inespressivo, qualunque cosa accadesse. Va bene essere timidi, ma quell’atteggiamento prono gli metteva una rabbia.
“ … sarà arrivata prestissimo, è già ubriaca marcia! Non potete capire quanti sfigati le stanno girando intorno cercando di palparla!”
A quanto pare quello sarebbe stato l’argomento della serata, nella speranza che non sarebbe andato avanti per i giorni a seguire. Ruotò gli occhi al cielo ed annoiato dalla situazione guardò verso il bar
“Ma io quella la conosco…”
gli uscì dalle labbra senza che avesse davvero voluto parlare
“E bravo il mio marpione! Te la sei già fatta, eh?”
ed Edoardo provò ad infilargli una mano tra le cosce che subito scacciò via con un manrovescio, certi atteggiamenti li aveva trovati fastidiosi persino da adolescente
“Idiota – gli scappò da bocca, e senza pentirsi continuò – è la madre di un mio compagno del liceo.”
comunicò agli altri mentre osservava con più attenzione quella donna seduta scomposta ad uno sgabello del bar.
La serata continuò come tanti degli altri venerdì sera, ma non riusciva proprio a lasciarsi andare, con gli occhi andava sempre più spesso verso quella donna vestita con un tubino nero che agitava senza senso le braccia cercando di difendersi dalle mani troppo invadenti del nugolo di ragazzi che le giravano attorno. Ogni tanto se ne vedevano di ubriache del genere, ma di solito c’era sempre qualche amica che andava in loro soccorso, cosa che non stava accadendo. La situazione lo irritava troppo.
Si alzò e deciso andò verso di lei. Standole fermo davanti
“Ciao Silvana, sono Marco.”
“Ciao Marco…”
lo salutò lei con la bocca impastata dall’alcool e gli occhi vacui. Distolse lo sguardo poi tornò a guardarlo in viso
“ … Io ti conosco…”
“Sono Marco, andavo al liceo con Claudio.”
Le disse calmo e lasciandole il tempo per elaborare l’informazione per la lentezza dei ragionamenti in quello stato
“ … è vero… mi ricordo – disse quasi incomprensibilmente – Mi vuoi offrire da bere anche tu come tutti questi bravi ragazzi?”
Quegli stessi bravi ragazzi che ora lo fissavano con odio per aver monopolizzato il loro giocattolino, sentendo la rabbia salire non si curò di loro
“No, hai bevuto a sufficienza per stasera. Ti porto a casa.”
le stese la mano per aiutarla a mettersi in piedi, tutti intorno a loro cominciarono a protestare a voce alta, anche ad insultare, qualcuno lo spinse anche, furioso li squadrò uno per uno, a brutto viso gli intimò di andarsene ma quelli più determinati cominciarono a spingerlo e lui dovette far valere la sua statura e la sua struttura possente per farli allontanare definitivamente.
Girandosi verso Silvana che continuava a stare seduta su quello sgabello in una forma troppo rilassata rispetto allo sguardo leggermente impaurito per il tafferuglio che le si era svolto attorno
“Andiamo.”
stendendole la mano, stavolta l’accolse e si mise in piedi. Camminando con lei sotto braccio si accorse che alcuni dei suoi amici erano andati a dargli supporto, passando vicino ad uno gli disse
“La riaccompagno a casa, ci sentiamo.”
e con una pacca sulla spalla gli diede il benestare.
Silvana rideva, straparlava, inciampava, divagava e si ammutoliva, tutto nel giro di un minuto per poi ricominciare da capo fino a quando non si fermarono davanti alla sua macchina.
“Questa non è la mia macchina!”
disse schietta
“Lo so, questa è la mia macchina, ti riaccompagno io a casa.”
e le aprì la portiera del passeggero
“No! Voglio la mia macchina!”
e cercando di spingerlo cadde sul sedile fortunatamente senza sbattere nulla. Rideva ininterrottamente mentre faticosamente cercava di sedersi più comoda, le afferrò le gambe e gliele mise dentro prima di richiudere lo sportello e fare in fretta il giro per entrare anche lui in macchina. Abbassò i finestrini per far entrare l’aria fresca della notte
“Voglio la mia macchina…”
“Mettiti la cinta.”
“Voglio la mia macchina…”
lo guardava con gli occhi languidi e lucidi
“Sei troppo ubriaca per guidare, mettiti la cinta.”
Provò a farla ragionare
“Non è vero!”
“Abiti sempre lì?”
“Sì… ma voglio la mia macchina!”
“Basta!”
urlò e la gelò sul posto con lo sguardo duro. Piegandosi verso di lei prese la cinta e cominciò a tirarla per poterla assicurare. Sentiva il calore di Silvana, il suo profumo floreale storpiato dall’odore pungente dell’alcool, lei era ferma, immobile, tentava di non respirare e lo guardava leggermente impaurita.
Era davvero bella, un viso ancora fresco nonostante l’età e la situazione, il tubino fasciante con la scollatura quadrata da cui spuntava il merletto nero del reggiseno esaltava ancora di più il profondo decolté, non faticava a credere che avesse attirato così tante attenzioni in discoteca.
Riprendendosi da questi pensieri le si allontanò ed agganciò la cinta, come sollevata da un peso riprese a respirare, ma non aveva il coraggio di guardarlo ancora e mentre continuava a borbottare qualcosa sulla sua macchina fissava le luci della strada che le strisciavano veloci di lato mentre la macchina si muoveva tra il traffico del venerdì notte.

“È questa vero?”
le chiese fermandosi davanti una villetta
“Sì…”
biascicò ridestandosi da un sonno ad occhi aperti.
L’aiutò a scendere, sembrava più pesante, si poggiava molto di più su di lui mentre le gambe le si muovevano con poca coordinazione. Passarono il cancello, arrivarono all’uscio dopo il breve vialetto. Aprì e si diresse alla luce lampeggiante dell’antifurto ed inserì tutte le cifre scandendole per quanto la bocca impastata dall’alcool le permetteva, senza curasi affatto che lui fosse ancora lì, probabilmente non si era neanche accora di averle dette a voce alta.
“Grazie…”
gli disse mentre era ancora con la faccia rivolta verso il muro al quale si stava poggiando
“Ce la fai ad andare a letto?”
lasciando la parete e ruotando su sé stessa
“S…”
e l’afferrò appena in tempo prima che cadesse definitivamente a terra. Le cedettero le ginocchia e l’accompagno a terra per far terminare il riso isterico che le usciva senza riuscire a controllarlo.
Aspettò con calma che si riprendesse un poco, era una figura davvero triste. Una donna così bella ridotta in quello stato, gli dispiaceva immensamente per lei, la ricordava fiera e simpatica per quelle poche volte che l’aveva incontrata, ora invece sembrava di non riconoscerla più.
Si calmò rimanendo in silenzio inginocchiata a terra. Avrebbe potuto dormire a terra se l’avesse lasciata lì. Piegandosi su di lei e facendole passare un braccio dietro il collo la alzò quasi di peso per rimetterla in piedi, le cinse la vita ed iniziò a camminare piano, rispettando i suoi tempi.
“La camera è di sopra?”
“Sì…”
gli disse con voce nasale, si girò a guardarla. Stava piangendo, sommessamente e senza farsi sentire, ma le lacrime scendevano copiose sulle guance portandosi dietro il trucco pesante.
Lentamente arrivarono davanti al letto e con cura la fece sedere, quando la lasciò cadde su un fianco con la testa sul cuscino, le alzò le gambe che erano diventate più malleabili e la fece stendere. Sembrava una bambina indifesa all’ora della nanna completamente vinta dal sonno, teneva gli occhi aperti solo per brevi istanti. Le tolse le scarpe e gliele poggiò ai piedi del letto e poi se ne andò spegnendosi la luce alle spalle
“Scusa…”
Gli parve di sentire mentre scendeva le scale. Chissà se lo avesse detto a lui o a chiunque l’abbia fatta arrivare a quel punto, o forse non lo aveva neanche detto e gli era solo parso di sentire quella parola. Riattivò l’allarme ed uscì.
Note finali:
Per commenti, chiarimenti o anche due chiacchiere mi potete contattare ad:
akai_aka@yahoo.it