i racconti di Milu
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Indice
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Da più di due secoli non avevamo un trono, ma eravamo comunque una famiglia reale, sebbene riconosciuta come non più regnante.
Mio padre, Carlo, morì nel 1967, lasciando a me il titolo di re. Allora avevo solo 5 anni e avevo una sorella, Emma, di 4 anni. Crescemmo con mamma, ma lei si risposò presto con un conte bavarese quando capì che non avrebbe ereditato nulla (sono io l'unico erede, anche se mia sorella era erede di nostra nonna) e sparì dalla circolazione. Restammo soli con una zia, sorella di papà. Lei abitava però in un'altra ala del palazzo di famiglia.
Nel 1985 mi sposai con Emily, terza figlia dell'erede al trono di …………
Da lei ebbi due figli: Carlo nel 1986 e Carola nel 1987.
Ma quello che sto per raccontarvi successe prima, molto prima.

Era il 1981, avevo diciannove anni e a farne le spese era mia zia. La esasperavo a tal punto che non perdeva occasione di minacciarmi di mandarmi in collegio in Svizzera, anziché la costosa scuola privata a cui andavo.
E aveva anche ragione: imbrattavo sempre la sua biancheria intima, perché era l'unica cosa che allora mi faceva eccitare. La spiavo quando era in bagno o in camera sua. Insomma cose così.
Poi un giorno Emma mi scoprì.
— Che stai facendo? — chiese.
— Nulla, vattene. Lasciami solo — che stavo ancora masturbandomi con le mutandine della zia.
— Perché respiri così? Stai male? — chiese ancora.
— Ho detto di andartene!
Per nulla intimorita, si avvicinò al mio letto. Si sedette accanto a me.
— Dai fa vedere cosa stai facendo…
— Ma insomma! Ho detto di no. Sei poco più di una bambina. Non puoi sapere queste cose.
— Io so cosa stai facendo. Ti stai toccando il pisello…
— Cosa ne sai tu di quello che faccio io? E comunque non sono cose che ti riguardano. Lasciami solo, adesso.
— E dai… lasciami guardare. Non lo dico a nessuno. Giuro.
— Oh, fa come vuoi — ormai esasperato, perché stavo per venire.
Tolsi quello che stavo usando per coprirmi, e mi lasciai guardare da mia sorella, mentre venivo nelle mutandine della zia.
— Ecco. Sei contenta, ora?
— Mi fai vedere quella cosa che ti è uscita dal pisello? — quando notò che quello che avevo in mano era sporco.
Le mostrai le mutandine della zia, sporche del mio sperma.
— Sai Andrea, a scuola ci hanno spiegato come è fatto un corpo umano, ma non sono scesi nel dettaglio. Ho guardato sull'enciclopedia, ma anche lì non è che spieghino tutto nei particolari.
INTERNET NON ESISTEVA ANCORA…
— Adesso fammi andare a lavare, che è tutto appiccicoso.
— Posso venire con te? A guardarti?
Uffa!
— E sia! Ma non farti beccare, eh? Se lo viene a sapere la zia siamo fritti.
Andammo in bagno. Aprii il rubinetto del bidet e, aspettando che l'acqua si scaldasse, sciacquai le mutandine della zia, prima di buttarle nel cesto della biancheria sporca. Poi mi levai i pantaloni e le mutande.
Emma si sedette sul bordo della vasca e mi osservò mentre mi lavavo.
— Andrea… credi che io mi sposerò un giorno?
— Che domande! Certo che ti sposerai! Sei una principessa, no? Chi non vorrebbe una bella principessa bella come te da sposarsi.
— Ma chi deciderà chi dovrò sposare? La zia?
— Che, sei matta! Lo deciderai da sola chi dovrai sposare…
— Ma noi siamo una famiglia reale, no? Tu sei un re. Non sei tu che devi decidere?
— Ma che dici! Mica siamo nel medioevo! Non si fanno più i matrimoni combinati. E poi hai appena compiuto diciotto anni. Sei ancora troppo giovane.
Intanto mi ero rivestito. Fortunatamente non ci vide nessuno mentre uscivamo.
Ogni tanto Emma veniva in camera mia ad osservarmi mentre mi masturbavo, ma tra di noi non accadeva mai nulla.
Un giorno Emma entrò trafelata. Era il 21 marzo del 1981.
— Ehi, Andrea… mi insegni?
— Eh? Che cosa in particolare?
— Quello che fai tutte le volte, no? Che altro?
— Ma perché io?
— E a chi lo chiedo? Ai domestici?
— E va bene — dissi esasperato. — Ma te lo spiego soltanto. Al resto ci pensi da sola.
— Sì, va bene. Ma le basi le so… e i dettagli? Come devo fare?
— Ma che ne so! Io non l'ho ancora fatto con una ragazza! Allora vieni qua, siediti. Anzi, no. Togliti la gonna e le mutandine che ti spiego.
Lei fa come le ho chiesto, e lo faccio anche io.
— Ti spiego come lo hanno spiegato a me. Allora, questo si chiama pene, e la tua lì farfallina. Se ti tocchi lì con un dito sentirai che ci sono diverse cose. Ci sono le ali che si aprono, e poi c'è un piccolo buco. Quello che so è che il pene, deve entrare lì dentro. Fallo, dai.
Iniziò a toccarsi, con un dito, facendolo scorrere su e giù, come per prendere le misure. Poi infilò un dito dentro il buchetto, che tolse subito.
— E poi c'è una specie di bottoncino duro sopra la farfallina. Devi toccarti anche lì.
Continuò a percorrere lentamente il suo piccolo solco, su e giù, su e giù.
Alla sua vista, il mio pene iniziò a gonfiarsi e diventare duro. Vedere mia sorella che si stava toccando, mi faceva eccitare.
— Ecco, è così che deve fare tuo marito… lo senti col dito, e lui deve fare la stessa cosa, anche lui deve percorrere la tua fessurina come stai facendo ora e poi ti viene una cosa che si chiama orgasmo, proprio in quel momento devi lasciarti andare e goderti il momento di eccitazione.
Emma mi guardò, e poi guardò il mio pene.
E poi non so come ci siamo ritrovati tra le braccia dell'altro. Emma si lasciava accarezzare ovunque. Le tolsi la maglietta, per accarezzarla liberamente. Non portava il reggiseno. Le mie mani volavano sul suo corpo. Era eccitante quello che stavamo facendo. Sentivo il mio pene sempre più duro che sfregava contro il lenzuolo. Mentre ci stavamo baciando, misi Emma sotto di me. Io stavo sopra, incuneato tra le sue gambe. Ci baciavamo dolcemente e tra una cosa e l'altra il mio pene entrò leggermente dentro di lei. Non capii più niente. Mi spinsi a fondo dentro, affondando tutto e completamente.
Lei si dimenava eccitata. Presi ad andare avanti e indietro, col mio pene stretto in una morsa di carne, sempre più rapidamente, fino a che venni dentro di lei. Anche lei ebbe un orgasmo. Sentivo le pareti della sua vagina massaggiarmi il pene che era ancora dentro.
Quando uscii mi accorsi che era sporco di sangue.
— Oh, Andrea! Che bello che è stato! — disse quando si fu ripresa un poco. — Credi che ogni donna provi le stesse cose che sto provando io?
— È probabile, Emma. Ma non lo so per certo. Ma dimmi, ti ho per caso ferita in qualche modo? Perché sono sporco di sangue.
— No, io sto bene. Solo quando ti sei spinto dentro ho sentito una fitta, ma è passata subito.
— Meno male…
Intanto mi ritornò duro.
— Ehi, Emma, guarda… si sta di nuovo sollevando!
Io ero ancora sdraiato sul letto e lei si sollevò a guardarmi.
— Wow, che bello… è di nuovo duro!
Emma mi montò a cavalcioni. Si stava per infilare sopra di me quando mi venne in mente una cosa.
— Emma, aspetta, prendi la macchina fotografica. È lì sulla scrivania.
Mi avevano da poco regalato una Polaroid istantanea.
— Voglio farti una foto mentre ti infili il mio pene dentro di te.
Emma si rimise sopra ed io scattai la foto. Mentre aspettavamo che si sviluppasse, le entrai dentro e lei prese a cavalcarmi. Nessuno ci aveva mai spiegato come funzionasse il sesso, ma l'istinto mi disse che stavamo facendo le cose nel modo giusto. Stavamo godendo entrambi. Dopo un po' ci girammo sottosopra, e dopo altre spinte, venni di nuovo dentro di lei.
Ripreso fiato, guardammo la foto.
— Sai che ti dico, Emma? Sei proprio una principessa sul pisello!
Ridemmo entrambi a crepapelle.
— Andrea, posso restare con te per un po'?
— Sì, come vuoi.
Restò tutto il pomeriggio. Lo facemmo altre tre volte e le venni dentro ancora.

Quel giorno perdemmo entrambi la verginità.