i racconti di Milu
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Il mio mondo ha cominciato a cambiare una mattina di marzo. La scuola elementare consentiva di lasciare i bambini solo dopo le 8, ma a quell’ora mia sorella e mio cognato dovevano già essere a metà strada verso il lavoro. Così approfittavano del fatto che non avevamo figli e che mio marito attaccava il suo lavoro alle 9 lasciandoci i miei due nipotini alle 7:30, tutti i giorni di scuola. Io preparavo loro la colazione e mio marito mezz’ora dopo li lasciava alle maestre. Quella mattina ero appena uscita dal bagno ed indossavo ancora il pigiama. Mi piacciono i pigiami classici, giacca con bottoni e pantalone. Quel giorno ne indossavo uno molto bello, bianco con motivi floreali beige. Quando suonò il campanello andò ad aprire mio marito. I due bambini (gemelli) gli saltarono addosso, gli erano affezionatissimi, Stefano ci ha sempre saputo fare molto con loro. Io invece ho problemi sia ad averli, i bambini, che a rapportarmicio. Adoro, ricambiata, i miei nipoti, ma non riesco a entrarci in sintonia e loro avvertono questa involontaria distanza. Mia sorella e mio cognato ci salutarono brevemente e poi baciarono i bambini. Io mi avvicinai loro e mi chinai per baciargli la fronte e proporgli il solito latte e biscotti.

Un’oretta dopo mi telefonò mia sorella, come faceva sempre, per sapere se era tutto a posto, se avessero mangiato e se fossero stati bravi. Fu quel che aggiunse a sorprendermi. “Valeria, la smetti di mostrare la mercanzia a mio marito?” “Eh?” farfugliai e lei aggiunse ridacchiando “tu non te ne rendi neanche conto, ma ogni volta che ti pieghi in avanti per baciare i miei figli, ci regali la completa visuale sulle tue tette. Io le conosco, lui non dovrebbe. Delle due l’una: da oggi o dormi col reggiseno o, quando ti pieghi, tieni con la mano la giacca attaccata al petto”.

“Oddio, Letizia, scusami, che figura! Te lo ha detto lui?” “No, l’ho visto io e ho visto pure che Sandro non staccava gli occhi da li. Alla fine è un uomo eh?” Poi passò ad altro argomento.

Io non riesco a dormire con il reggiseno, quindi da quel giorno prestai solo attenzione a coprirmi quando mi piegavo in avanti in presenza loro. Mia sorella infatti non toccò più l’argomento. Fui io a rimescolare un pochino le carte. Qualche giorno dopo infatti, si presentò il solo Sandro con i bambini. Letizia aveva un corso di aggiornamento ed era dovuta uscire di casa prima. Beh, non so cosa mi scattò in testa, ma “dimenticai” di coprirmi mentre accoglievo i miei nipoti ed anzi rimasi “esposta” per molto tempo. Mentre chiedevo ai piccoli se avessero fame, una parte di me poteva “sentire” gli occhi di mio cognato frugare nel mio decoltè oscenamente in vista. Quando lo salutai mi sembrò di cogliere un imbarazzo particolare in lui. Cominciai a comportarmi così ogni volta che si presentava da solo o quando mia sorella era girata da una altra parte o se filava in bagno. Lui non poteva non aver notato la differenza di comportamento e questo creò una strana tacita complicità tra di noi. In fondo era solo un piccolo gioco, non mi sentivo particolarmente in torto a comportarmi in quel modo. Stuzzicavo, ma senza lasciar spazio ad altro. Non è che avessi mire sul mio povero cognatino, non era una gran bellezza. Quando erano fidanzati facevano una bella coppia, ma 10 anni dopo erano entrambi appesantiti e Sandro aveva perduto molti dei suoi capelli. Non era certo l’uomo dei miei desideri e al confronto con mio marito faceva una pessima figura. Neanche si può dire che io sia una esibizionista. Vesto abbastanza castigata, in spiaggia come minimo il bikini. Giocavo per giocare, per metterlo in difficoltà, perchè era facile, forse.

Quando cominciò a fare più caldo smisi di indossare i pantaloni del pigiama e usai le giacche di mio marito così che la loro lunghezza mi rendesse meno sfacciata. Feci in modo di avere sempre le gambe perfettamente depilate e lo smalto sui piedi sempre curato e sexy scegliendo volutamente di accoglierli scalza. Ovviamente il pigiama di mio marito mi stava più largo e quindi a Sandro offrivo una visione che andava ben oltre il mio seno. A raccontarla sembra che mi fossi fissata a fare l’esibizionista in famiglia, ma vi assicuro che non era così. Pensavo a quella situazione solo quando sentivo il citofono alle 7:30 la mattina e prestavo solo più cura alle mie gambe ed ai piedi. La scelta di usare le sue giacche, al contrario, mi faceva sentire ancora di più di appartenere a mio marito, e a lui faceva piacere.

Comunque, quello con mio cognato restava un gioco piuttosto innocente e privo di conseguenze, almeno credevo.

Una mattina però, nel salutarmi, approfittando del fatto che Letizia e mio marito si stavano accordando per il giorno dopo, lui mi sussurrò: “non fa troppo caldo per dormire con gli slip?” e assunse una espressione fintamente ingenua. Non riuscii a rispondergli. Ero sorpresa. Aveva rivelato una audacia di cui non lo ritenevo capace. Questa volta pensai a questo gioco anche dopo che se ne furono andati. Mi aveva chiesto di mostrargli anche quello che normalmente gli slip gli impedivano di vedere. Ma che sfacciato! E che strano piacere che mi dava il fatto che lo fosse stato. Mi dissi che se lo poteva scordare, il porco.

Il mattino dopo ero in bagno quando li sentii entrare in casa. Senza neanche ragionarci e senza chiedermi se fosse presente anche Letizia, mi sfilai gli slip e li buttai nel cesto dei panni da lavare. Mi guardai allo specchio muovendomi per assicurarmi che la giacca non salisse mai troppo qualunque posizione assumessi. Poi li raggiunsi. Tenni d’occhio Sandro il quale non diceva una parola mentre Letizia salutava i figli. Io non potevo piegarmi finché lei non si fosse distratta. Avevo servito una mano piuttosto pericolosa a quel gioco quella mattina. Finalmente andò in cucina a riempire un bicchiere d’acqua per uno dei miei nipoti ed io, nonostante la presenza di mio marito, mi piegai a baciarli col petto orientato nella direzione di mio cognato. La giacca si allontanò tantissimo dalla mia pelle e sentii un calore molto forte prendersi possesso di me e un interminabile brivido mi attraversò la schiena. Non ebbi il coraggio di guardare Sandro nuovamente negli occhi. Quando se ne andarono mio marito mi sorrise e mi chiese “hai freddo?” “Freddo? No, perché?” Lui per tutta risposta ridendo toccò con gli indici i miei capezzoli che mi resi conto svettare sotto il tessuto. Ero chiaramente eccitata. E lo ero anche li sotto.

Nella doccia mi maledissi per aver rischiato così tanto e per aver creato una situazione che poteva degenerare. Non l’avrei più fatto e decisi di non pensarci più.

Eppure il mattino dopo, appena sveglia, mentre ero ancora a letto, per prima cosa mi sfilai le mutandine. Ma che diavolo stavo facendo? Era irresistibile ogni volta la tentazione di ripetere lo spettacolo. Non ebbe molte repliche, lo misi in scena forse per 5 o sei giorni. Poi una mattina, dopo qualche minuto che mio marito e i bambini se ne erano andati, suonarono alla porta. Corsi a coprirmi con una vestaglia pensando fosse un corriere o un vicino e aprii. Era Sandro. Senza dire una parola entrò in casa e chiuse la porta alle sue spalle.

Io trasalii. "Ciao Sandro. Hai dimenticato qualcosa?" Sapevo benissimo che non aveva dimenticato nulla, se non che era un uomo sposato ed il padre di due bambini. Mi resi conto che l'avevo fatta grossa e non c'era modo di tornare indietro. "Sei andata un po' oltre nelle tue provocazioni Valeria" mi disse con un tono deciso e lentamente. Mi guardava con un l'espressione classica del papà che informa la sua bambina di quanto è stata cattiva. In questi casi si nega sempre, ma era inutile arrampicarsi sugli specchi. "Hai ragione, scusami. Ora per favore ... " e indicai con gli occhi la porta alle sue spalle.
"E' tardi. Ho carcato di ignorare ... Valeria. Sono giorni, settimane che sbircio tra le pieghe ... che vedo il tuoi seni ... liberi ... ed ho un unico pensiero ..." Dicendolo di avvicinò di un passo. Indietreggiai appoggiandomi alla parete opposta e il mio respiro si fece affannato. Il cuore cominciò a battere forte. "Sandro io ..." Io non avevo nulla da dire. Come le armate travolte da un nemico troppo più forte, stavo smobilitando le difese. Lui si avvicinò ancora e con un gesto sciolse il nodo della mia vestaglia che si aprì completamente. Uno schiaffo mi avrebbe scossa di meno. C'era solo la giacca tra la mia pelle e il suo sguardo. Un altro passo, poi si inginocchiò e da quel momento smettemmo di guardarci negli occhi. Io alzai la testa al cielo. Me l'ero cercata, ero io l'artefice di quello che stava accadendo. Avevo messo in moto un treno ed ora si viaggiava. Le sue mani scoprirono il mio ventre non celato da alcun intimo e prese a farsi largo tra le mie gambe. Sentii il suo mento strusciare tra le mie cosce e poi la sua lingua affondare nel mio mare di umori impazziti. Sollevai una gamba sulla sua spalla e strinsi la sua testa al mio ventre mentre perdevo ogni controllo sulle mie emozioni e sul mio corpo. Le sue mani esploravano ogni lembo della mia pelle mentre lui sembrava volermi penetrare con tutta la sua testa tanta era la voracità con la quale si spingeva tra le labbra della mia vagina.

L’orgasmo che ne seguì fu il più veloce della mia vita. Lo investì senza avviso ma non ne rallentò l’azione. Le sue prese si fecero più decise, le sue dita affondarono di più nella mia pelle. Poi si sollevò in piedi, mi afferrò le ginocchia e quando il mio pube fu all’altezza del suo lo sentii armeggiare con i suoi pantaloni e subito dopo lo sentii aprirsi il varco nel mio sesso. Eravamo in piedi nel corridoio di casa mia e mio cognato mi stava possedendo. Osceno, osceno era il rumore dei nostri corpi che sbattevano forte l’uno sull’altro, delle mie natiche che venivano schiaffeggiate dai suoi testicoli. Tutto il resto era elettricità, fiato corto e gemiti. La sua lingua raggiunse la mia e mi regalò i sapori del mio orgasmo di poco prima mentre lui era sulla buona strada per il suo. La frequenza delle spinte crebbe inesorabile dandomi la sensazione ad ogni colpo di volermi disarticolare, mentre i polpastrelli affondavano profondi nelle mie carni. Quando per un breve secondo si fermò, capii che stava per venire. Fui io a serrare la presa, a volermi prendere tutto il premio. E così fu. Poi i nostri volti si staccarono, gli sguardi si incrociarono in un lungo silenzio. Mi rimise con i piedi in terra e uscì dal mio corpo mentre sentivo il suo seme discendere le mie gambe. Fino a quel momento aveva guidato lui il nostro piccolo viaggio agli inferi. Ora aveva bisogno di me per uscire da quella situazione. Mi misi in ginocchio, raccolsi i suoi pantaloni da terra, sollevai i suoi slip e riposi il suo pene dove avrebbe dovuto rimanere, dopo averlo accarezzato con un bacio pieno di dolcezza e desiderio. Poi mi alzai e baciai anche le sue labbra per fargli lo stesso regalo che aveva fatto a me prima facendogli sentire il sapore del suo di orgasmo.

Ne fu scosso, mi guardò brevemente, poi aprì la porta alle sue spalle e si dileguò senza dire nulla, mentre da qualche parte nel mio utero in un decisivo incontro, si concepiva il suo terzo figlio.

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