i racconti di Milu
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La prima volta che vidi Federico ero in palestra.
La frequentavo già da qualche mese e sul mio fisico magrolino cominciavo a vedere con grande soddisfazione i primi risultati. Per la prima volta in vita mia il petto si stava finalmente staccando dal tronco perennemente piatto e le braccia avevano preso ad assumere quelle curvette sexy che piacciono tanto alle ragazze e beh... ai tipi come me.
Ma il mio orgoglio più grande erano gli addominali. Li avevo sempre avuti piuttosto bene in vista, essendo stato sempre molto poco in carne, ma da quando frequentavo la palestra, li allenavo incessantemente e ogni scusa era diventata buona per passare la mia mano sotto la maglietta e sentire i sei cubetti contrarsi, sognando ad occhi aperti la prima volta che avrei accarezzato quelli di un altro ragazzo.
Solitamente mi allenavo alla sera. La scelta era stata strategica, perché la palestra era sempre piena a quell’ora ed io potevo godermi lo spettacolo di tutti quei ragazzoni in maglietta aderente pompare i muscoli sollevando quintali di ghisa. Ce n’era per tutti i gusti: alti, bassi, mori, biondi, bear, daddy e soprattutto piccoli frocetti come me, attirati da quella visione arrapante e dall’odore intenso di maschio che la sala emanava. Amavo quella palestra.
E poi mi lusingavano le attenzioni che buona parte di quegli uomini mi accordavano.
Devo dire la verità; salto piuttosto all’occhio, se interessa il genere. 19 anni, occhioni azzurro cielo, capelli piuttosto lunghi di un naturale biondo platino e un culetto tondo e sodo che davvero poche ragazze possono vantare. E non me lo dico da solo, un sacco di etero gli hanno fatto i complimenti.
L’unico problema è che non avevo ancora mai trovato il coraggio di approcciare nessuno. Con lo spogliatoio sempre pieno mi sarei vergognato troppo e di fare appostamenti all’uscita non se ne parlava, perché… buh. Penso che queste cose, tra i due, le debba fare il maschio.
Un giorno però venni chiamato dal mio maestro di yoga (la mia seconda grande passione) per aiutarlo a gestire i suoi corsi serali e mi vidi costretto a cambiare orario di allenamento. Tra l’altro andavo all’università e, a causa di altri piccoli impegni, la mia giornata si era praticamente riempita. Così un giorno mi ridussi ad andare poco dopo l’ora di pranzo. Che delusione! La palestra era vuota.
L’ unico altro maschio presente era un mastodonte di colore alto più di due metri, con due braccia grandi quanto il mio tronco e un pancione da bevitore di birra. Si stava sfondando di pettorali con un peso quasi il doppio del mio (non il doppio di quanto sollevassi, proprio il mio), ma sbuffai annoiato. Non mi sono mai piaciuti i tipi così e andai nello spogliatoio a cambiarmi.
Ero ancora in canotta quando lui entrò. La prima cosa che notai fu il viso; sembrava un angelo. Tra l’altro ebbi una strana sensazione di déjà-vu e anche per questo all’inizio pensai fosse un modello. Sui 22 anni, occhi castano chiarissimo, capelli spettinati tra il biondo e il castano, una pelle liscia come porcellana e un fisico che avrebbe fatto impallidire una statua greca, e quelle sono già bianche. Avevo avuto il sospetto già solo vedendolo in maglietta, con quei pettorali gonfi che ne tiravano il tessuto fin quasi a volerlo strappare.
Non osavo immaginare cosa sarebbero stati dopo l’allenamento.
Poi si tolse la maglietta ed io rimasi in estasi; era un tripudio di muscoli. Spalle larghe, braccia muscolose e definitissime e soprattutto addominali che altro che il formaggio; su quei bassorilievi ci si sarebbe potuta grattugiare una noce di cocco.
Così svestito si avvicinò allo specchio, dove si afferrò la mandibola squadrata per il mento e, girando il viso da una parte all’altra, controllò se la rasatura fosse perfetta. Emanava un leggero e buonissimo profumo di dopobarba e da quel giorno non posso più sentire l’odore di quella marca senza avere una erezione istantanea.
Poi prese a muovere i pettorali, come per controllare che tutto funzionasse ancora. Erano enormi e striatissimi e lui li faceva danzare compiaciuto in un gioco che mi stava mandando al manicomio.
Rimasi come uno scemo a guardarlo. Ero impotente davanti a quella visione paradisiaca (certo, impotente in senso lato, perché i miei 16 cm provarono a evadere dalle mutande con tutta la forza di cui fossero capaci) e mi morsi il labbro dall’eccitazione.
Nel frattempo entrò nello spogliatoio anche il mastodonte, che aveva appena finito l’allenamento. Andava di fretta e si spogliò in un istante. Ovviamente sbirciai.
Aveva un uccello veramente grande, ma non mi sarei aspettato altro da uno stallone nero del genere.
Rimase immobile per qualche istante, godendosi la sensazione di superiorità che si era attribuito. Poi fu il turno del nuovo entrato. Anche lui aveva notato il pisellone del gigante e la sua espressione da primo della classe, ma a differenza mia, dovette trattenere un sorriso.
Così si tolse la mutande ed io rimasi a bocca aperta. Non potevo crederci: era enorme! Di sicuro l’uccello il più grande che avessi mai visto, circonciso e con una sexy venuzza che pompava nel mezzo. Ma la cosa più eccitante in assoluto era vederlo a confronto col cazzo del nero, che al suo cospetto sembrava tanto una lumachina moscia. Anche il bestione se ne accorse e subito cambiò espressione, entrando in doccia con un certo imbarazzo. Evidentemente non doveva essere abituato a vedere umiliata la sua presunta virilità da maschio alfa.
Il Dio, preso da uno sbadiglio, prese a stiracchiarsi ed io mi potei godere la visione di quel paradiso in movimento da entrambi i lati, grazie al gande specchio dello spogliatoio.
Lui se ne accorse ed io sbiancai. Così mi girai per nascondere l’imbarazzo e lui, senza scomporsi, indossò scarpe e pantaloncini, pronto ad allenarsi.
Nonostante la figura che avevo appena fatto, non potei fare a meno di continuare a sbirciare lo specchio di tanto in tanto. Così lo vidi indeciso con una maglietta in mano. Mi diede uno sguardo veloce e, sorridendo, la gettò sulla panca, entrando in sala per allenarsi a petto nudo. Decisamente avevo già cambiato il mio orario preferito.
Mi finii di cambiare alla velocità della luce ed entrai in sala con il cazzo durissimo.
Lui era al tapis roulant. Purtroppo quei cosi erano posizionati in fila indiana e il Dio si era piazzato proprio su quello più in fondo, così mi sarebbe stato impossibile ammirarlo in corsa. Al che presi posto al tapis roulant davanti al suo e cominciai la mia corsetta leggera.
-E ora fa’ il tuo dovere.- Dissi a bassa voce al mio culetto.
Mi curai di finire immediatamente dopo di lui e quando mi girai per rivederlo, rimasi di sasso per l’ennesima volta.
Aveva una erezione GIGANTESCA che non si curò affatto di nascondere, ma non credo sarebbe mai stato possibile con una dotazione del genere, e si diresse al macchinario dei pettorali che prima avevo visto usare al mastodonte nero.
Appena arrivato, alzò di dieci chili il peso già stratosferico delle piastre e prese a pompare i suoi muscoli perfetti. Io ero in visibilio. Non solo si stava allenando con un peso maggiore di quello del bestione, ma sembrava persino fare metà del suo sforzo. Immaginai che se quello non fosse stato il massimale della macchina avrebbe potuto caricare anche di più e, a quella visione di forza bruta, bagnai le mie mutandine.
Io non sapevo che esercizio fare. Era evidente che non stessi facendo nulla, ma non potevo smettere di guardare.
Quand’ebbe finito con quello, passò alla panca orizzontale e, prima di cominciare, prese ad impilare una fila di enormi dischi sul bilanciere.
Non era il giorno in cui avrei dovuto allenare il petto, ma non resistetti alla curiosità e andai alla macchina che aveva appena usato. Inutile a dirlo, per me era inamovibile. Nemmeno usando entrambe le mani e puntando una gamba sulla seduta, riuscii a spostare di un millimetro anche uno solo dei due bracci meccanici.
-Mi sa che la devi scaricare. Non riuscirai mai a muoverla così.- Mi rivolse infine la parola. Aveva una voce profonda e pacata, che pure tradiva la giovane età. Sexy da morire.
Quando mi parlò era ancora lontano, ma si affrettò a diminuire la distanza. Vederlo avvicinare mi faceva sentire sempre più piccolo e facile preda della sua immensa bellezza.
-Ma non la smuoverebbe un caterpillar! Mamma mia, ma come fai a sollevare un macigno così?-
-Beh, che vuoi? Sono diversi anni che vengo qui.-
-Ma io non ci riuscirei nemmeno se venissi tutti i giorni da vent’anni! Qual è il tuo segreto?-
-Buh… in effetti anche prima di cominciare a fare palestra ero un torello. Sono sempre stato più forte di quello che sembro.-
-Beh…- Deglutii, -Lo sembri in realtà.- E mi bagnai per la seconda volta.
-Piacere, Federico.- Mi disse, stringendomi la mano.
-Piacere, David.- E qui non resistetti: -Ma forse è un nome che si addice più a te.-
-Eh eh, ti ringrazio. Senti, ti va se ci alleniamo insieme? Vengo sempre da solo, mi farebbe piacere un po’ di compagnia.-
-Magari! Mi aiuterai a mettermi in forma come te?-
-Oh, no. Ti prego, non ci pensare nemmeno.-
-No, perché?-
-Non mi sono mai piaciuti i ragazzi troppo muscolosi.-
-Ah… e… come ti piacciono?-
-Femminili… molto femminili.-
-Ah... ok.- Risposi con la vocina più fine e da frocetto di cui fossi capace.
-E a te?-
-Muscolosi vanno benissimo!-
-Ah, sì?- Chiese con fare suadente.
-Sì…- Risposi io col filo di voce che mi rimaneva.
-E non ti va di toccarmi?-
Sarò onesto: non avrei mai voluto che la mia prima volta andasse così.
Quello davanti a me era chiaramente un divoratore di uomini ed ero certo che mi avrebbe risputato una volta soddisfatto dell’assaggio, mentre io immaginavo un lungo corteggiamento e cene a lume di candela. Ma come resistere?
Spinto da un desiderio che a stento riuscivo a controllare, gli passai l’indice nell’incavo tra il petto e gli addominali, mentre sentivo i freni inibitori che cominciavano a cedere.
-Palpa, cuccioletto, cosa fai con il ditino? Palpa i miei muscoloni.- E, così dicendo, afferrò la mia mano per portarsela al petto. Non avevo mai toccato nulla del genere. Granito puro!
–Mi sa che a qualcuno piace fare la parte del maschione, eh?-
-No, no; io non faccio la parte. Io SONO il tuo maschione.- Rispose e, afferratomi il culetto con una mano, mi spostò di peso fino a portare le mie labbra alle sue.
Le nostre lingue presero ad accoppiarsi in modo osceno e persino in quello riuscì a farmi sentire la femminuccia che, piangendo la notte, avevo sempre sognato di diventare. La sua lingua entrava nella mia bocca con pennellate forti, sicure, pure mai troppo invadenti, sconvolgendo il mio palato. Tentai di fare lo stesso per non mostrarmi da meno, come per l’ansia di aver qualcosa da dimostrare, come se non mi sentissi all’altezza e in effetti qualcosa non andava. Provò per un po’ a lasciarmi fare, ma la cosa non mi veniva spontanea e, questo, i nostri corpi lo capirono prima del pensiero. Federico, quasi senza accorgersene, fece la cosa che gli veniva più naturale e riprese l’iniziativa, facendomi perdere a poco a poco in quella breve follia, penetrando a fondo nella mia bocca. Così la mia lingua rimase in totale balia della sua e il giovane Adone me l’avvolse e la carezzò con tale forza e dolcezza che chiusi gli occhi, vinto da un raptus di godimento tale che non pensavo fosse possibile provare in questa vita. Aveva distrutto ogni resistenza di cui il mio inconscio fosse capace ed io mi arresi a quel sogno che stentavo a credere realtà.
Intanto Federico premeva il mio corpo con forza contro il suo, e le mie forme, tanto più morbide di quelle che le stringevano, erano indifese davanti alle curve sensuali dei suoi muscoli. Il mio uccellino era premuto contro la sua coscia di marmo e stavo già quasi per venire, sopraffatto da quell’immenso potere. Poi la mia mano passò a palpare i muscoli del braccio che mi teneva sospeso in aria.
Il bicipite era turgido e gonfio e quasi impossibile da stringere. Poi lo indurì, non so se per farmi eccitare più di quanto già non fossi, ma non credo sarebbe stato possibile. Ovunque posassi la mano sentivo pulsare un corpo duro come l’acciaio e, quando avvertii il suo gigantesco cazzone poggiarsi sul mio addome, non resistetti più e venni in tutto il mio splendore.
Quando le nostre labbra finalmente si staccarono, io ero in uno stato confusionale acuto. A stento mi reggevo in piedi e non riuscivo a connettere più che tre o quattro parole alla volta.
-UAO!! Ma fai… così con tutti?- Stupido, stupido, stupido! Ma come cazzo ti viene in mente di chiedere adesso una cosa del genere? E figurati se non dovevo rovinare subito l’idillio.
-No. Decisamente no.- Qui trasse un profondo respiro. –Uao lo dico io. È stato… pazzesco! Era come se…se…-
-Come se ci parlassimo.- E fu silenzio. Federico sorrise e fissò a lungo i suoi occhi castani nei miei, mentre con due dita mi carezzava il visino. Poi abbassò lo sguardo e si accorse della macchia bordeaux sui miei pantaloncini rossi.
-Oh, mio Dio! Ma sei già venuto?-
Mi sentii sprofondare dalla vergogna. Per un attimo credetti mi sarebbe potuta scendere una lacrima. –Io…io… sì, ma….io non…-
-Davvero ti faccio questo effetto? Dio, che cosa eccitante! Ma dove sei stato fino ad ora?-
Lì per lì mi sentii svenire. –Io…non… lo so.-
Già da qualche minuto lo sguardo del divoratore era cambiato. Sembrava estasiato almeno quanto me, ma era come se ora tentasse di scrutare oltre il velo dei miei occhi azzurri e del culetto da cheerleader. Mi studiava e non capivo il perché.
-Cosa fai nella vita?- Mi domandò, stringendomi con tenerezza una mano.
-Studio lettere e insegno Yoga.- Mi ripresi. -Beh, in realtà aiuto…-
A quelle parole lo vidi illuminarsi. –Yoga? Sarai snodatissimo allora.-
-Beh… sì. Ho fatto anche qualche anno di danza classica e…-
-Te lo volevo chiedere, ma ne ero sicuro con quelle gambe sexy che ti ritrovi. Che hai, perché fai quella faccia?-
-Scusa, me lo daresti un pizzicotto?-
-Ha ha ha, ma sei dolcissimo! Vieni qui, baciami ancora.-
Il secondo bacio, se possibile, fu ancora meglio del primo. Senza che me ne accorgessi mi ritrovai di nuovo a galleggiare per aria, sospeso da quel monumento vivente al maschio italiano e non ci volle molto perché mi tornasse nuovamente duro. Federico se ne accorse e lo afferrò da sopra i vestiti schiacciandolo contro il suo, come a voler fare un confronto e, pure se ancora con tutto indosso, era evidentissima la profonda disparità tra i due sessi. Infatti, come ebbi la fortuna di scoprire in seguito, per avvolgere il mio era sufficiente poco più di una mano, per nascondere il suo non sarebbero bastate entrambe le mie, ma il buon Dio, mi ha concesso una gola profonda.
In quel mentre Federico interruppe il bacio, sfogando un gemito d’estasi.
-Hmmm… ma è un cucciolo di cazzo! Dai, che carino che è.-
-Lo sai che non è per niente una cosa bella da dire?- Chiesi battendo più volte le palpebre, forse un tantino risentito.
-Per me sì.- Rispose sorridendo, per poi passare al tono serio: -Mi fa sentire terribilmente maschio.-
-Allora va bene.- Risposi sdilinquendomi.
Tuttavia, in quel momento sentii il suono più brutto che mi fosse mai capitato: rumore di passi.
Federico mi posò allora dolcemente a terra e dopo un bacio a stampo, del quale provai a fissare il sapore il più a lungo possibile, riprendemmo l’allenamento.
Lui si divertì per quasi un’ora a farmi provare i manubri che usava e che avrebbero messo in difficoltà il più preparato dei body builder, per poi passarmi, con un filo di commiserazione, dalla metà fino a sesto del peso che sollevava, perché potessi fare qualcosa anch’io.
Tanto per dirne una, ai manubri dei bicipiti io avevo difficoltà con gli 8, lui si scaldò con i 20.
E credo che la cosa lo eccitasse parecchio. Io, dal mio canto, rischiavo un’ernia al minuto, ma non potevo fare a meno di compiacere i suoi desideri di dominio e umiliazione, così simili eppure perfettamente complementari ai miei.
Alla fine della sessione io ero ridotto a uno straccio e tentai di nasconderlo con poco successo. Federico, al contrario, sembrava appena uscito dalla doccia, con le goccioline di sudore a tempestargli il petto, reso lucido da quei riflessi voluttuosi.
In spogliatoio fu imbarazzante. Aveva un’erezione da fare spavento e tutti lo osservarono in un mix di desiderio e incredulità, ma adoravo il modo che aveva di fregarsene.
Oramai non aveva occhi che per me ed io per lui.
-Posso rivederti?- Gli domandai quando fummo per strada.
-Mi trovi qui tutti i giorni alla stessa ora. Ma se pensi di cavartela con così poco ti sbagli di grosso. Adesso tu sei mio.-
-Sì.- Risposi, e pensai che forse avevo finalmente intravisto uno spiraglio di quel sentimento tanto famoso che gli uomini chiamano felicità.