i racconti di Milu
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Indice
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Note dell'autore:
Prima parte
Di nuovo! Una voglia irrefrenabile ha vinto ogni titubanza derivante dalle precedenti esperienze. Un giovane alla reception, il petto nudo e peloso, emerge da dietro il bancone. No, non è il mio tipo , se mai ce ne fosse. Controlla il tesserino; verifica l’iscrizione al terminale. Poi pretende, come il più famoso dei traghettatori, il versamento dell’obolo d’ingresso.

“Che numero calzi?”, chiede, e, alla risposta, consegna le infradito e la chiave dell’armadietto con la polsiera che contiene il profilattico. Una certa ansia prevale sul desiderio.

Lo spogliatoio è deprimente,come al solito: senza finestre con un neon centrale, cassettiere addossate alle pareti e una fila al centro, come loculi mortuari. In mezzo, ad ingombrare la saletta, due panche di legno semplici di tipo svedese, e uno sgabello. La chiave apre l’armadietto 315 assegnato. Gli asciugamani, ripiegati , sanno di pulito e, subito, sono sfrattati dai vestiti: giaccone, maglione, maglietta, pantaloni e mutande, distribuiti su due piccole grucce all'interno. Calze e scarpe sono fuori dell’armadio, sotto la cassettiera.

L’asciugamano a fascia stretta cinge il corpo intorno alla vita; l’altro più grande servirà ad asciugarsi dopo la doccia. Entrano altri habitué, furtivi o arroganti, a seconda della loro esperienza nell'ambiente. Uno sguardo di finta indifferenza li accoglie, a dimostrare lo scarso interesse all'argomento, nascondendo, invece, la diffidenza per l'estraneo.

L’ambiente sa di claustrofobico. Bisogna fare in fretta per addentrarsi nelle altre salette. Chiuso l’armadietto e fissata la fascia al polso, a cui è appesa la chiave, al di sopra della mano sinistra, ecco la doccia che attende con le sue fruste d’acqua bollente o fredda, a seconda della preferenza.
Sotto uno dei getti un “socio” si sta sgrullando le parti intime. C'è sempre una delle sei esistenti è pronta ad accogliere il nuovo arrivato.

Il soffione bollente aggredisce l’incauto arrivato che provvede rapidamente ad invertire la manopola. Ora l'acqua è tiepida. Il “consocio” che si stava lavando deve essere in uscita perché si lava con cura, strofinando cosce e natiche col sapone liquido per sanificare le parti, togliendo le eventuali incrostazioni. Di che, si può immaginare. Un’inevitabile occhiata confronta i "pendenti" al bagno e i confronti sono di prammatica, di solito senza altro scopo, fra uomini, che misurarne la lunghezza, la grossezza e la capacità.

Piuttosto gonfio, con una certa turgidità, pare arrossato sulla capocchia. Un sorriso sarcastico è inevitabile. Deve avere lavorato parecchio nell'ultima mezzora! Asciugato in fretta, e riposto l’asciugamano usato nell'armadietto, si passa ad altra giostra. Ora, nella cabina della sauna!

Un giovane allupato siede. Due panche a “L” sono disposte sulla parete di legno. A parete, al di sopra di una di esse, se ne incastra un’altra. L’illuminazione è diffusa da un faretto laterale. Una cupa luce rossastra sbiadisce i contorni, impedendo l’individuazione esatta dei presenti, ma rende tutto più intrigante. A stretto contatto di gomito con l’ospite, l’attesa diventa snervante. La gamba si accosta (si può sempre chiedere scusa se si ritira). Ma non si tira indietro. Ci sta. L’asciugamano, lasciato slacciato alla vita, permette che il lampadario, al centro delle gambe, penzoli a suo piacimento. Esplicito l’invito!

La mano del vicino scivola sulla coscia che non si ritira; parcheggia qualche minuto. Quello è il momento per approfittarne. La coscia si congiunge all’amica. L’incoraggiamento è chiaro. L’obiettivo è condiviso. La mano prosegue affannosa verso l’interno coscia; impugna con levità il batacchio. Il cuore è in tumulto, ma è meglio lasciare l'iniziativa all'altro. Lo accarezza come se stesse mungendo il capezzolo di una mucca.

Anche la mano dell’altro corre a consolare l’ammennicolo che intanto ha cominciato a ringalluzzirsi. Lo impugna, lo stringe! Si sofferma con l’indice a gingillare il frenulo del prepuzio. Subito l’organo si rizza sull'attenti, lasciando una bava sul dito che lo sollecita, da brava lumachina. La mano libera va a cercare i capezzoli sulle mammelle doviziose del compagno. Lui lo imita con la mano non impegnata. Gli attrezzi vengono agitati con moto ondulatorio, mentre la mano libera si accanisce sui capezzoli.

È normale che ogni momento di tensione sia temperato da un respiro profondo. Insieme,a turno, i gemiti soffocati per il dolore della strizzata del capezzolo si alternano a quelli per il parimenti elevato godimento dovuto al moto sussultorio delle mani sui gingilli. Diventa impellente interrompere l’azione per evitare che si verifichi l’incidente, esecrabile, di una affrettata, involontaria eiaculazioni con esaurimento del piacevole sollazzo. Vengono anche disturbati dal movimento dei curiosi che si affollano intorno per gustare gratis lo spettacolo e che distraggono dal fine ultimo dell’incontro.

Ricoperti alla meglio dagli asciugamani, in fila indiana, i due escono dalla cabina, incuranti della delusione degli astanti. Così si sale al piano superiore. Minuscole lucette a stelline rosse, disseminate sul pavimento e lungo la parete del corridoio,indicano la strada verso la capanna. Non vedono altra luce. Avanzano all'unisono, i corpi legati in un abbraccio. Sprofondano in un accogliente divano in similpelle nera. Culi e cosce si confondono nella soffice seduta. Il reciproco strofinio si accentua ora che ruvidamente, incastrati uno nelle braccia dell’altro le membra si riscoprono.

Unite, le bocche lavorano per il reciproco piacere; succhiano le labbra, si dilatano per consentire la scambievole esplorazione orale dei colpi di lingua. La morbidezza delle labbra sorprende piacevolmente. La pressione del membro amico si fa sentire sulla pancia, mentre il suo compagno trova spazio lungo il muscolo sartorio dell’altro. Le mani corrono ad accarezzare le schiene, scendendo fino alle natiche; forzano l’allargamento della buca anale; giungono a stimolare la prostata. Il gioco si fa pesante, cercandosi, negli sfinteri anali, introducendo ora il dito medio, ora l’indice, ora entrambe le dita. I muscoli anali si contraggono intorno ai dildo fatti di carne.
Le sensazioni forti lacerano il cervello che non discerne più per l’eccesso di adrenalina.

Qualche guardone è inevitabile. Spia a distanza, dissimulando l’interesse crescente, agitandosi il membro. Sollevati sui gomiti a fatica, scambiando baci, è urgente appartarsi nella stretta cabina letto per garantire la privacy. Il gruppetto di voyeurs si sfilaccia, allontanandosi, mentre gli attori sgattaiolano nello stanzino dallo scarno mobilio. Un lettino in lattice nero, una mensola angolare, su cui è posto un disinfettante per superfici, e il rotolone di carta per detergere con sotto il cestino dei rifiuti li attendono, freddi nella loro usuale disposizione. Un faretto a basso voltaggio spande una discreta luce rossa.

Che il rito inizi! Chiusi nell'alcova, sdraiati sugli asciugamani che erano annodati intorno alla vita, si toccano i sessi. Duri, fanno quasi male. Inizia il duello ad armi pari. Le lingue si annodano, le braccia prendono possesso delle parti che più desiderano, mentre le mani strofinano cosce, culi, schiene, capezzoli. Ci si inebria, sbizzarrendosi in mille giochi: entrambi intenti a succhiare l’uccello dell’altro nel classico 69. Un doloroso senso di soddisfazione si fa largo. Si avvicina il capolinea!

È ora di smettere, soffiando sul glande turgido e teso sopra i venti centimetri di eccitazione. Soffiano e sbuffano entrambi. Si rialzano e cercano di calmarsi, mentre mille stelline girano intorno alla loro testa. Rifiatano. Ora uno si solleva; sale in piedi sul letto; si gira di spalle all'altro. Un’ombra di timore lo assale, ma il…dado è tratto. Il compagno, comprensivo, umetta con la saliva il posto giusto, insieme il suo frenetico attrezzo. S’accosta e manovra l’altro a suo piacimento; lo mette in tiro, introducendo un dito, poi due nell'apertura sacra. Curvato a 60 gradi, il patente cerca di agevolare l’introduzione dell’altro. Le interiora tremano, senza che nulla appaia evidente all'esterno.

Impugnato dalle spalle, come un attrezzo utile allo scopo, l'amico lo tiene fermo,l'intrepido assalitore, mentre il meschino che attende avverte la durezza della materia che mi strofina sulle chiappe, prima di chiedere licenza al prossimo ingresso. Allenta la tensione per facilitare il compito al compagno. Già immagina che sia dentro e lo cavalchi, ma non può evitare, nel riceverlo, di produrre uno scarto, sia pur minimo, nel momento in cui viene forzata l’apertura per spingere avanti la cappella.

Si ferma, il bischero, attende che l’ospite si abitui. Poi riprende ad avanzare. Supera d’un balzo lo sfintere che, involontariamente, con movimento riflesso, ché non è quello l’usuale ingresso, tende a restringersi intorno al corpo del devastante organo che preme. Fatica, ma alla fine si abbandona completamente. La sopportazione del subente è al limite quando, ormai, il compagno è scivolato dentro. Pregno di lui, lo sente sbuffare, mentre sbava sulla schiena. Anche lui non si trattiene più. Si dimenano a piacere. Lui continua a stantuffare con l’attrezzo che si olia da solo nell'asola che l’accoglie. Si piega l’altro, ancora spingendo le chiappe contro il ventre del compagno. Gli pare che abbia sfondato l'intestino.
Note finali:
Vi ascolto...