i racconti di Milu
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Per un ragazzo le vacanze estive sono il momento più bello dell’anno. A prescindere.
Anche per una ragazza di 18 anni con un nuovo ragazzo le vacanze estive sono un sogno, ma sicuramente non lontana da lui.
E con queste premesse io e mia cugina ci preparammo ad affrontare agosto a casa dei nonni.
I primi giorni furono tranquilli. La presenza dei nostri genitori ci obbligava a controllarci: io non potevo ancora trasformarmi nel selvaggio uomo dei boschi e mia cugina non poteva parlare troppo di “coso” per paura di più ferrei controlli al rientro a casa.
L’unica differenza rispetto agli anni precedenti era la telefonata serale che lei faceva a “coso” dall’unico telefono pubblico nell’unico bar della zona. Erano i limiti dei favolosi anni 80.
Poi i nostri genitori tornarono a casa e per noi iniziò ufficialmente la vacanza.
I soliti giochi e i soliti amici che ritrovavamo come sempre. Fino al giorno de “la Camminata”, il rito che si ripeteva ogni anno.
“la Camminata” ci portava da casa nostra al casolare della zia di uno degli amici attraversando campi, boschi e vigne. Era vera avventura.
Ma lei, mia cugina, quella mattina mi venne incontro già vestita dicendo una cosa assurda.
“Oggi non vengo”.
Silenzio da parte mia, sicuramente avevo capito male.
“Oggi non vengo perché “coso” stasera deve andare al compleanno della nonna e abbiamo deciso di sentirci a mezzogiorno”.
Adesso avevo capito bene.
“Stai scherzando, oggi c’è “la Camminata””.
Tutto il resto della discussione non lo ricordo, ma lei non cambiò idea.
Allora dissi una cosa terribile a quell’età: “Puoi telefonare quanto vuoi, ma “coso” ti lascerà perché hai le tette grandi come due prugne”.
Chissà cosa le passo per la testa, la sentii dire “due prugne sto cazzo” e si tirò su la canottiera bianca e il reggiseno.
Il tempo si fermò, avevo davanti a me due perfette tette colorate dal sole segnate dal triangolo bianco del costume e al centro due capezzoli meravigliosi, color nocciola, che guardavano verso il cielo.
Non ho mai più ritrovato quella perfezione in nessuna donna e l’ho cercata tanto.
Quando tornai con la testa sulla terra mi accorsi che si stava girando e se ne andò.
I giorni successivi passarono apparentemente normali, ma la mia mente perversa di tredicenne aveva un pensiero fisso: dovevo rivederle.
Ma come?
Non si vestiva e non si spogliava davanti a me, non potevo spiarla dal buco della serratura del bagno perché vedevo solo una finestra. Case di campagna del cavolo.
Dovevo fare un lavoro psicologico. Ecco cosa dovevo fare.
Una sera mentre eravamo già nei nostri letti nella camera che dividevano partii all’attacco e con finta indifferenza chiesi:
“Tutto bene con “coso”?”.
“Certo”. E basta.
Ah, fa la difficile.
“E cosa sta facendo?”.
“Le solite cose”. E basta
Chiaramente la strategia psicologica non era il mio forte. Forse era il caso di essere un po’ più naturale.
“Non ti lascerà mai perché sei troppo per lui”.
Silenzio.
“Troppo come?”.
Si, ci siamo, la naturalezza vince sempre.
“Sei troppo carina per uno come lui”.
Ancora silenzio.
“Ma non ho le tette grosse come due prugne?”.
Tette, ha detto tette.
“Scherzavo, lo sappiamo tutti che sono come due melucce”.
“Scemo”.
Ma perché non imparo a stare zitto, dovevo ripartire da capo.
E invece: “Dai, vieni nel mio letto che con questo buio non riesco a vederti e se continuiamo a parlare così arriva la nonna”.
Questa non me l’aspettavo, ma sono già nel suo letto. Appoggiati sui fianchi, viso contro viso e lei è bella con quegli occhi dal taglio allungato, quel nasino e quelle labbra carnose.
É bella anche con quella poca luce che passa dalle imposte.
All’improvviso mi tira su la maglietta.
“Sei tu quello piatto”.
E senza che me ne accorga tira su anche la sua e si appoggia al mio petto.
“E ora chi ha due prugne?”.
Non so quanti pensieri mi passarono per la testa, non capivo più niente. Tra i tanti ne ricordo solo due “Sto toccando due tette” e “Che cosa succede la sotto?”.
La sotto nelle mutande il mio fratellino era cresciuto come mai era successo ed era durissimo.
In una frazione di secondo piegai le gambe per tenerla lontana, mi sarei vergognato se mi avesse scoperto, e tornando bambinone, sperando di distrarla da quello che mi accadeva in basso, dissi con tono Fantozziano “E adesso mi pappo la prugna”.
Mi avventai sulla tetta e al buio mi ritrovai tra i denti il suo capezzolo.
Disse solo “Ahi!” e in un attimo fece quello che faceva sempre quando lottavamo e stava per perdere: mi afferrò le palle.
Avverti un attimo di esitazione prima che me le stringesse per farmi lasciare la presa. Con il polso aveva sentito la mia erezione.
“Lasciami o te le strappo”.
“Gnascia iu” riusciì a rispondere.
Lei lasciò la presa, ma subito mi afferrò il fratellino che ormai era quasi tutto fuori dagli slip e tirò la pelle verso il basso.
“Lascia tu o ti stacco lui”.
Non capivo più niente, sotto sentivo una sensazione mai provata prima e mi sembrava di avere qualcosa dotato di vita propria che pulsava ad un ritmo pazzesco.
Lasciai un poco la presa e lei salì con la mano. Allora strinsi di nuovo i denti e dopo un altro “Ahia!” spinse ancora la pelle verso il basso.
Ormai ero fuori di me, ma avevo capito il gioco.
Lascia la presa con i denti e schiacciai il capezzolo tra il palato e la lingua.
Ad ogni pressione lei scendeva e ad ogni rilascio tornava su.
Non so quanto durò, credo poco, ma all'improvviso sentii caldo, sentii una corrente lungo tutto il corpo e venni e venni ancora e sospiravo per un piacere mai provato.
Quando tornai in me capii che qualcosa stava succedendo anche a lei, il suo respiro era affannoso, veloce, profondo, poi mise la sua gamba sopra la mia è iniziò a strofinarsi con movimenti lunghi e lenti e alla fine fu in preda a sbalzi così violenti che non poteva più a controllare. Poté solo posare la sua bocca sul mio collo per soffocare un urlo che le arrivava da dentro. Poi si lasciò andare e rimanemmo a guardare il buio del soffitto, ma la nostra notte non era ancora finita.