i racconti di Milu
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Quel giorno Martina giunse con un’ora abbondante di ritardo al nostro appuntamento, non appena aprii la porta lei irruppe nella mia stanza andandosi a stravaccare rudemente sull’ottomana. In quell’occasione essendo reduce dalla palestra indossava ancora la tuta e le scarpe da ginnastica che dopo pochi istanti si tolse, facendo leva con la punta del piede contro il tallone e lasciandole che si schiantassero al suolo:

“Dai, vediamo di sbrigarci” - mi disse sgranchendo frattanto le dita dei piedi.

Io dovevo fornirle ripetizioni di lingua italiana, perché così desiderava sua madre, la proprietaria del monolocale in cui vivevo e da cui dipendevo da alcuni mesi. La signora Amalia era una ricca vedova che possedeva l’intero palazzo in cui si trovava il mio appartamento e in cui lei stessa viveva insieme alla figlia. Era da tre anni che vivevo sotto di loro e i rapporti tra di noi erano sempre stati ottimi, basati su d’una cordiale e inusuale indifferenza, inframezzata tra qualche scialba frase di circostanza che ci scambiavamo ogni qualvolta c’incontravamo. Negli ultimi tempi però le cose erano definitivamente mutate, per il fatto che dopo aver perso il mio lavoro di ricercatore universitario, mi trovai nell’impossibilità di rispettare le scadenze per il pagamento dell’affitto, chiedendo in conclusione alla mia padrona di casa una piccola proroga in attesa di riuscire a trovare un nuovo lavoro. Avevo contattato una scuola privata che cercava un insegnante d’italiano, ma i tempi d’assunzione non furono molto brevi e lo stipendio che ottenni fu tutt’altro che soddisfacente, perché a stento mi permetteva di sopravvivere.

“Ascolta, a me dispiace molto per le difficoltà che stai avendo, ma non posso certo tenerti qui gratis, lo capisci? In qualche modo dovrai ripagarmi per le mia generosità” - mi ribadì fermamente la signora Amalia avvalorandomi quel concetto.

Da quel giorno, in cambio della sua mercanteggiata generosità, nel concedermi proroghe e con l’aggiunta d’un piccolo sconto sull’affitto divenni il suo personale tuttofare, praticamente un servo di cui lei e sua figlia potevano disporre per ogni evenienza. Io venivo coinvolto per qualsiasi cosa, sia per questioni più o meno importanti come il guasto d’un rubinetto sia per altre mansioni che si rivelavano poco più d’un capriccio, come per esempio prendere una scatola in cima all’armadio, pur potendolo compiere loro stessi da soli con l’ausilio d’una comunissima sedia. Per quanto assurdo, paradossale e a tratti umiliante fosse il mio stato di servitù, non potevo fare altro che scattare guizzando come un cane ben addestrato seguendo ogni ordine della mia padrona di casa, giacché con il mio inadeguato e misero stipendio non potevo permettermi il lusso di rifiutarmi, in quanto non avevo la possibilità di cercarmi un altro appartamento. Inoltre, a ben vedere, in quella situazione c’era qualcosa che volutamente m’attraeva, stimolando febbrilmente inconfessate e represse fantasie.

La signora Amalia era una donna di quarantasette anni estremamente affascinante, perché l’idea di stare ai suoi piedi ed appartenerle come se fossi il suo schiavo mi seduceva scompaginandomi sia le membra quanto l’intelletto. Sebbene avrei preferito che una simile relazione si esplicasse in maniera diversa, non potevo fare a meno di trovare in parte eccitante e stimolante eseguire i suoi ordini, in special modo quelli che apparivano più futili, trovandola ammaliante e irresistibile quando lei l’impartiva. Lo faceva con un tono assolutistico e dispotico, definirei autoritario che non ammetteva repliche, come per sottolineare il fatto che era mio dovere obbedirle facendo tutto ciò che mi chiedeva, che io non ero lì per farle un favore, ma che al contrario era lei che faceva un favore a me servendosi e usandomi come servo. A quel tono io rispondevo con il mio atteggiamento dimesso e remissivo, provando un servile e perverso piacere nella mia docile sottomissione, trattenendo a stento parole come “sì mia padrona” e desiderando che la devozione che traspariva dal mio comportamento potesse spingerla ad andare sempre più oltre, fino a farla giungere a volermi in ginocchio e totalmente padroneggiato al dominio dei suoi piedi.

Io sapevo benissimo che ciò non sarebbe mai successo e che la signora Amalia non avrebbe mai pensato a nulla del genere, questo però non m’impediva certo di sognare e i miei frequenti abbagli erano il motore del mio passivo accettare benevolmente la condizione nella quale mi trovavo, tuttavia né la signora Amalia né le difficoltà in cui mi ero imbattuto erano sufficienti per giustificare la mia resa incondizionata, perché dell’altro mi tratteneva lì rendendo lievi e dolci le catene di quella sorta di prigionia quasi volontaria e deliberatamente calcolata. Chi, pur non sapendolo, deteneva le chiavi della mia cella era Martina, era proprio lei infatti, che con il suo indiscusso prorompente fascino di ragazza diciannovenne e il suo atteggiamento prepotente a tratti un po’ volgare propinava vita ai miei sogni più oscuri di sottomissione. Delle volte quasi mi terrorizzava l’effetto che poteva sortire su di me il suo egocentrismo infantile e il suo individualismo sprezzante assieme a quella sua forma di guardarmi dall’alto verso il basso, come se fossi per lei un essere inferiore che a null’altro poteva ambire se non a farle da servo. Io dovevo compiere enormi sforzi per far sì che le mie rimanessero semplici e ovvie fantasie e non realtà demoralizzanti, pericolose e umilianti. Per questo tendevo a trattarla con lucida e sensata freddezza reggendo il nostro rapporto sul piano d’un cortese e continuo battibecco, prendendola spesso in giro per il suo comportamento e per il suo ripetitivo contegno da bambina. In verità questa era una lotta impari, un duello sbilanciato, perché Martina aveva il coltello dalla parte del manico e non esitava a punirmi perseguendomi, facendomi balzare per ogni suo capriccio, in tal modo i miei tentativi di tenerla a distanza si ritorcevano puntualmente contro di me, alimentando irrimediabilmente la realtà che volevo implacabilmente allontanare.

Quando la signora Amalia mi chiese all’epoca di dispensare ripetizioni di lingua italiana per sua figlia, avvertii subito l’avventatezza e la pericolosità della situazione in cui mi sarei trovato, perché quando Martina stese i suoi piedi collocandoli sul mio canapè in modo irriguardoso e sfrontato, mostrandomi i suoi piedi con tutta la rozza arroganza di cui era capace, questi ultimi contegni rafforzarono i miei sospettati timori amplificandoli ulteriormente. L’odore penetrante dei suoi piedi che si diffondeva nell’intimità della mia stanza m’ubriacò annebbiandomi la mente, in quanto non seppi trovare l’adeguata forza per reagire come avrei fatto normalmente. Conoscevo bene quel profumo, poiché mi era divenuto familiare pochi giorni prima, quando Martina per vendicarsi di qualche mio velato insulto, aveva deciso di rimarcare in maniera inequivocabile il mio stato di servitù alle sue dipendenze, assegnandomi sennonché il più sminuente dei compiti. Avevo appena finito di svolgere alcune mansioni per la signora Amalia e stavo per tornarmene nell’appartamento, quando in quell’istante Martina rincasò, perché incrociandola sul pianerottolo repentinamente m’intimò:

“Oh, eccoti, cercavo proprio te, vieni, ho qualcosa da farti fare”.

La seguii nella sua cameretta e lei dopo essersi seduta sul letto m’indicò gli stivali di pelle ordinandomi di sfilarglieli.

“Alla tua età non sei ancora capace di toglierti le scarpe da sola?” - replicai io con puro sarcasmo sorridendo per scherzo alla sua immatura e infantile richiesta.

“Non dimenticare che sei hai ancora un tetto sotto cui dormire è unicamente grazie a me e mia madre. Quindi ora stai zitto e datti da fare servo”.

Quando lei tirava in ballo questo discorso non era più possibile contestare né ribattere in alcun modo, perché sapevo che se anche avessi voluto, non mi sarei potuto lamentare neanche con sua madre di tali offese, perché di sicuro la signora Amalia avrebbe preso in maniera spiccata e con intraprendenza le difese di sua figlia. In definitiva non mi restava da fare altro che piegarmi ai suoi capricci in quei momenti e sopportare, così eseguii anche quella volta inginocchiandomi davanti a lei per sfilarle gli stivali. Credevo che quell’umiliazione alla quale m’aveva sottoposto fosse sufficiente per lei, però mi sbagliavo. Dopo che le ebbi sfilato gli stivali lei decise di rincarare la dose ordinandomi di prenderli e di riportarglieli dopo averli lucidati a dovere. Fu dura resistere all’impulso di baciarle i piedi quando mi ritrovai in ginocchio davanti, ma seppi comunque trattenermi, diversamente andarono però le cose quando rimasi da solo con i suoi stivali. Li lucidai con cura, più di quanto Martina potesse immaginare, fino a farli tornare come nuovi, provando un’intensa eccitazione in quella degradante operazione, infine li baciai a lungo aspirando il profumo dei suoi piedi e giungendo persino a leccarli. Quello stesso profumo delizioso e penetrante emanavano i suoi piedi, io mi sentivo in quegl’istanti in balia del potere che potevano sprigionare. Non mi rimase che una debole resistenza passiva da opporre, insufficiente per poter dissimulare in maniera convincente i sentimenti che s’agitavano dentro me e che già numerose volte avevo represso. L’indole selvaggia di Martina carpì subito il mio cambiamento e come una predatrice che d’istinto coglie l’odore del sangue d’un animale più debole e ferito, fu pronta a balzarmi addosso per sbranarmi:

“Sono stanca, portami qualcosa di fresco da bere”.

Ecco il primo bivio, quello decisivo. La ragione mi suggeriva indicandomi di non piegarmi all’istante a quel comando, ma l’uomo si sa è un essere che non agisce secondo logica, bensì in funzione della passione che sperimenta. Quando fui di ritorno con un bicchiere di succo d’arancia che le servii in silenzio, sedendomi poi accanto ai suoi piedi lessi sul suo volto uno sguardo superbo, tronfio e divertito, tipico di chi sa d’avere in mano le carte vincenti:

“Bravo servo” - disse sollevando il piede e facendolo scivolare sul mio volto.

Un bagliore di logica mi fece reagire a quel gesto, ma era troppo tardi ormai, perché Martina aveva già pregustato il sapore della vittoria e non m’avrebbe giammai permesso di tornare sui miei passi privandola di quel piacere:

“Tieni giù quei piedi puzzolenti, mocciosa che non sei altra, perché questa è la verità” - azzardai io osando in modo dirompente.

Le mie parole scatenarono in lei una reazione durissima, provocando più di quanto potessi immaginare. Il piede che poco prima m’aveva schernito accarezzandomi beffardamente, mi colpì all’improvviso con un’inaspettata violenza ritrovandomi in conclusione disteso sul pavimento. Vidi in quel frangente Martina ergersi su di me come una furia, premendo con forza il piede sul mio petto per inchiodarmi al suolo impedendomi di rialzarmi:

“Lurido, pietoso verme. Non sei degno neanche di pulirmi le scarpe e ti permetti pure d’offendermi” - disse salendo con entrambi i piedi su di me, sollevando un piede e facendolo calare pesantemente sulla mia faccia, stropicciandola come se fosse un mozzicone di sigaretta da spegnere:

“Sei soltanto un inutile servo, ricorda che se non fosse stato per mia madre ora dormiresti sotto un ponte mangiando rifiuti”.

Nel tempo in cui continuava a sputarmi addosso le sue parole altere, disdegnose e sprezzanti, il peso del suo piede aumentava a dismisura coprendo per intero il mio viso e impedendomi quasi di respirare:

“Adesso chiedi perdono e implora pietà” - sostenne in maniera altezzosa e insolente, allentando la pressione quel tanto che bastava per permettermi di fiatare:

“Adesso basta Martina, lasciami” - provai io vanamente a obiettare.

“Chiedi umilmente perdono e implora pietà se non vuoi che ti spacchi la faccia” - disse premendo con foga il piede sul mio viso per farmi capire che faceva sul serio.

Martina praticava da qualche anno lezioni di boxe, io essendo più robusto di sicuro non potevo avere la meglio su di lei, ma volendo avrei potuto comunque liberarmi dalla posizione in cui m’afferrava e una volta in piedi lei forse avrebbe desistito dal suo desiderio d’umiliarmi. Il problema però era proprio la mia volontà, perché in quel momento lei mi stava obbligando a fare ciò che molte volte avevo sognato e il fatto che attualmente me lo imponesse intimandomelo con la forza, e che io apparentemente non potessi ribellarmi al suo volere, mi concedeva la possibilità d’essere libero di sottomettermi, un’occasione questa che non ebbi la forza di lasciarmi scappare:

“Ti chiedo umilmente perdono e t’imploro d’avere pietà di me” - sospirai io, mentre il suo piede continuava a soffocarmi.

“Ecco, adesso va meglio, ma non basta. Devi dire anche che tu sei il mio cane e il mio zerbino, io la tua padrona”.

“Va bene, sono il tuo cane, il tuo zerbino e tu sei la mia padrona” – le annunciai io.

“Fammi sentire come a questo punto come abbai”.

“Ti prego Martina”.

“Abbaia cane”.

Di nuovo m’arresi cedendo al suo volere e la sentii scoppiare in un’energica quanto crudele e sadica risata.

“Molto bene. Come vedi, sono stata io a darti ripetizioni oggi e non il contrario. Ora che sai chi è che comanda farò in modo che tu non lo dimentichi”.

Sollevando il piede sul mio viso e puntandolo sulle mie labbra si sfilò il calzino e me lo ficcò dritto in bocca:

“Com’è? Buono, non è vero? Ci ho sudato un po’, ma sono certa che a te non dispiacerà”.

Io ero irrimediabilmente soggiogato dalla voluttuosa arroganza con la quale Stefania m’umiliava, così m’abbandonai fatalmente ad essa, senza pensare né ai postumi di quel piacere che in un secondo m’avrebbero assalito né alle possibili conseguenze di quanto stava avvenendo. Nessuna esitazione né indecisione si poteva dedurre dai suoi occhi nel modo in cui esercitava il suo potere, ma soltanto un presuntuoso e un sostenuto senso di superiorità, accompagnato da un infantile, sprovveduto e spensierato desiderio di vorace sopraffazione.

“Lo terrai in bocca finché non imparerai a riconoscere il mio odore, proprio come un cane ben addestrato, perché è solo questo che sei: un cane, il mio cane. D’ora in avanti imparerai a scattare a ogni mio comando leccando il fango dai miei stivali. Ti porterò a spasso con il guinzaglio e userò la tua faccia come uno zerbino prendendoti a calci ogni volta che mi disobbedirai, ogni qualvolta che m’andrà semplicemente di farlo”.

Tenermi sotto i suoi piedi rappresentava per Martina la più bassa delle umiliazioni e il modo in assoluto più efficace per punirmi imponendomi la sua vittoria e la sua superiorità. Non immaginava che le sue azioni potessero procurarmi un intenso piacere e che potessi sentirmi paradossalmente vincitore in quella sconfitta, perché se lo avesse saputo probabilmente m’avrebbe privato defraudandomi subito di quella gioia. La mia bocca era ormai satura del sapore del suo calzino, una fragranza per me inebriante e magnifica che giungeva dritta al mio cervello, annebbiando i miei sensi logorati dal suo insistente sbeffeggiarmi e dal suo piede che irremovibile si strofinava sulla mia faccia. Quando infine s’accovacciò sul mio petto ed estrasse il calzino dalla mia bocca, osservò divertita il risultato del prolungato lavorio:

“Ma bene, a quanto pare un nuovo modo per lavare le calze”. Il suo sguardo colmo di disgusto e di disprezzo mi scrutò trapassandomi:

“Vediamo se lavi altrettanto bene anche i piedi” - ribatté sedendosi sul divano e ordinandomi di rialzarmi e di mettermi a quattro zampe.

“Ecco, questa è la posizione più adatta per te. Mi raccomando, ora lecca bene soprattutto tra le dita, perché è lì che s’accumula la sporcizia” - aggiunse allungando il piede sulla mia faccia e aprendo le dita a ventaglio.

Senza farmelo ripetere tirai fuori la lingua e l’infilai tra le sue dita, avvolgendole in baci appassionati che tradivano i reali sentimenti che scatenavano in me i suoi piedi:

“Che bravo che sei, si vede che sei portato per fare il leccapiedi” - disse forzando le mie mascelle fino a farle spalancare.

“Abbiamo trovato la tua vera vocazione” - aggiunse infilando quasi metà del piede nella mia bocca.

“Devo ammettere che questo trattamento, oltre che utile per pulire i piedi, è anche molto piacevole e rilassante, credo proprio che te lo farò ripetere spesso, sai?”.

Il suo piede forzò ancora le dimensioni naturali della mia bocca rigirandolo dentro e affondandolo fin dove poteva, poi lo ritrasse e me lo piantò in faccia godendosi a lungo il massaggio plantare della mia lingua che andava su e giù dal tallone alle dita. Nel frattempo, l’altro piede, ancora avvolto dal calzino se ne stava mollemente disteso sulla mia spalla solleticandomi con il suo odore. Quando Martina ritenne che la pulizia del primo piede fosse sufficientemente completa lo asciugò dalla saliva strofinandolo prima tra i miei capelli e poi sulla mia camicia, infine mi porse l’altro piede ordinandomi di liberarlo dal calzino e di leccarlo. Il sapore salato del suo sudore era ancora più intenso sul secondo piede, forse perché il calzino lo aveva preservato mantenendolo intatto. Lei dovette immaginarlo e lo strofinò compiacendosi sulla mia lingua ormai dolorante, che nonostante tutto continuava a leccare per inerzia:

“Allora servo. Hai ancora il coraggio di chiamarmi mocciosa ora?” - disse allontanandomi da sé con una pedata.

Non sapevo dove m’avrebbe condotto tutto ciò, l’unica cosa di cui ero certo è che non potevo, perché in quel momento neanche volevo tornare indietro. Fingere una strenua resistenza mi parve inutile e mi prostrai con il viso premuto contro il pavimento ai suoi piedi:

“Bravo, vedo che hai finalmente imparato qual è il tuo posto”.

Il suo piede calò sul mio capo calcandolo con forza come se volesse imprimerne l’impronta nella mia testa, facendomi percepire il potere incondizionato con cui poteva disporre di me. La mia unica e semplice risposta fu sollevare il capo non appena lei me lo permise e ritornare a leccare i suoi piedi. Forse inizialmente lei non s’aspettava una simile resa incondizionata da parte mia, ma la cosa non la sorprese più di tanto, anzi sembrava che fosse naturale per lei e forse già da tempo aveva atteso il momento in cui m’avrebbe sottomesso assoggettandomi in quel modo:

“Adesso devo andare, la lezione per oggi è finita”.

Al suo comando mi staccai dai suoi piedi e le rinfilai le scarpe, ma senza calzini, perché quelli li avrei tenuti io per lavarli con la mia bocca e per imparare per bene a riconoscere il suo odore. Carponi la seguii fino alla porta e dopo averla aperta mi prostrai ai suoi piedi, Martina ne sollevò uno e mi impose di salutarla baciando la suola della scarpa.

“Sappi però che questo è soltanto l’inizio. Da oggi dovrai portarmi rispetto e servirmi come si deve. Tu sei il mio schiavo e la regola che dovrai sempre seguire è molto semplice: io comando, tu obbedisci. Ti è tutto chiaro leccapiedi?”.

“Sì, certo padrona”. Martina rise di gusto per la risposta con cui suggellai quel patto e di cui poi mi pentii.

“Bravo, è così che devi chiamarmi e dovrai stare sempre inginocchiato ai miei piedi, poiché t’alzerai solo quando sarò io a darti il permesso”.

Non avevo idea di cosa m’aspettasse o forse preferivo non pensarci. I suoi calzini erano lì sul mio divano, li raggiunsi carponi, come se ormai mi sentissi davvero un cane e mi fosse impossibile mantenere una posizione eretta. Ero solo, libero da ogni imposizione e da qualsiasi controllo, avrei potuto risollevarmi cercando di riprendere parte della mia dignità, ma non fui capace di farlo e neanche pensai di farlo. Restare immerso nella mia umiliazione era l’unico modo che avevo per non riflettere su di essa. Sapevo bene che al piacere subentrava la vergogna e il disgusto e volevo allontanare il più possibile quel momento, perché se mi fossi rialzato tornando alla normalità avrei sentito subito il peso di quanto avevo fatto. L’eccitazione riprese a pulsare nel mio cervello quando avvicinai il viso ai calzini di Martina, m’aggrappai disperatamente a quel dissennato e insano piacere, infilandomeli in bocca e lasciando che il sapore della degradazione e nel contempo dell’umiliazione s’impossessasse di me.

{Idraulico anno 1999}