i racconti di Milu
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Adesso che ci ripenso t’ha sempre attirato e lusingato, t’ha di continuo affascinato e richiamato quel movimento ritmico e ossessivo come il ticchettio d’un orologio, il picchiettare nervoso dei denti, perché t’ipnotizza quel gesto ripetuto, il suo rumore di sottofondo. Non t’infastidisce la vicinanza con la sua insistenza nervosa, quel frusciare inquieto d’ossa nell’orecchio, perché è quel gesto inconscio, la molla che fa scattare avanti il meccanismo: l’inevitabile e la scansabile attrazione.

Lei beve e di contiguo porta le dita alla bocca, mentre tu sei a un passo di distanza e parli con qualcun altro, sai che non s’accorge, ed è questo che ti piace. Lei che preme i polpastrelli tra le labbra in attesa d’una qualche rivelazione improvvisa, tu sai che lei sta aspettando lui, tuttavia non la guardi direttamente. Sembreresti preso dalle parole di chi ti sta lusingando per la tua capacità d’essere determinato, percepisci invece solamente qualche frase, sì, quelle chiavi di lettura d’un discorso che ti consentono la divisione di quel momento in due.

Tu sei con la testa in due posti diversi nello stesso istante, te ne rendi conto, la coda dell’occhio coglie ogni movimento di lei al tuo fianco, ogni impuntarsi dei suoi denti sulla pelle mentre diviene bagnata, nel tempo in cui qualche parola parallelamente ti resta impressa. Osservi il pollice che ruota al confine delle labbra, la lingua che deterge e il serrarsi delicato dei denti.

Lei ha cambiato il punto dove insiste, è impalpabile, adesso avverti il scivolare sottile della lingua. Poi, di nuovo, il battere tormentato e indolente. Si guarda intorno spostando senza pensarci la sua attenzione da un’unghia all’altra, lì dove la fibra dura entra nella carne e incide. Non sa che tu stai notando la sua frenetica ansia. I suoi occhi cercano disperatamente tra la folla, lei non ti nota. La pulsione nasce da quel levigare, strusciare, fregare, anche se l’espressione del viso ha la sua limpida entità, la sua netta importanza, lei è così mesta e disperatamente lontana, perché lei t’ipnotizza costantemente con la sua bocca semiaperta. In questo momento si è voltata appena, ti sposti un poco pure tu per non perderne il profilo, dove le labbra luccicano e l’indice e il medio s’alternano, entrano ed escono, mentre ogni papilla cerca la pelle tra le pieghe lì dove si frastaglia. Improvvisamente scorgi un roteare convulso fra i denti, la lingua è pronta per percepire qualunque invisibile rilievo agli angoli, là dove la carne diventa morbida.

Lei fruga con gli occhi perlustrando tra la gente e simultaneamente assilla le sue dita ficcandole nella bocca. Ha uno sguardo perso che l’incanta estasiandola, oscillatoria sempre sullo stesso movimento, ma non per molto, perché è troppo agitata per non cambiare freneticamente il punto su cui sfoga la sua attesa. Per qualche istante si trattiene, quasi si ferma serrando le sue labbra strette. E’ un’incredibile alternanza di leccare, di mordere, della lingua che cerca e del dito che ambisce affondando, tutto con la straordinaria naturalezza e la disinvolta semplicità d’una mente inconscia, un meccanismo automatico che si sente addosso osservandola per lungo tempo.

E’ bello come un rituale, eppure è soltanto un gesto irrazionale, un piccolo morso, l’umido che a momenti cola. E’ un rosicchiare delle unghie, tenuto conto che si capisce subito appena s’avverte lo sfregare osseo dell’avorio. Il canto degl’incisivi che s’incontrano, il labbro inferiore lievemente sporgente pronto a offrire un appoggio, l’indice che s’avvicina alla bocca, la forza appena all’entrata, mentre lei è sempre tutta nei suoi pensieri che non riesce ad abbandonare. Intanto la lingua sguscia, perché con uno scatto cerca la parte esposta, non s’allontana mai troppo dalla mano ripiegata a riccio, dal dito teso, la sua preda. La lingua comincia a circondare l’unghia, ne scorre ripetutamente la cornice seguendone il solco per separare la carne. Bagna e insiste nell’incavo, lì dove la sensibilità si esalta facilmente, perché da egoista com’è la lingua tormenta la superficie liscia. Niente intorno riesce a placarne la movenza, cambia falange e ripete il rito, emerge e affonda senza stancarsi, sta pensando a dove sia lui, se verrà all’appuntamento o se il litigio di qualche ora prima lo terrà lontano.

Lei non desiste, non cambia nemmeno più la mano, non rinuncia, considerato che lavora alacremente e ottiene quello che vuole, tra i denti spezza la pelle sottile, un piccolo lembo da qualche tempo inutilmente appeso. E tu che guardi, che fremi, che sospiri senza darlo a vedere, in quell’istante ti distacchi dalla conversazione che t’ha tenuto impegnato all’apparenza fino a quel momento, dopo la guardi in maniera fissa negli occhi senza dire una parola, segui fino in fondo quel gesto che finora hai tenuto esclusivamente per te come un’ossessione nella mente. Lei continua e non s’accorge, poiché essendo disincantata squadra l’unghia, decide e volta lo sguardo. Tu non ce la fai più nel vedere suggere quella carne ormai sfibrata, diventata molle, perché qualcosa t’esorta ad alzarti per andarle vicino collocandoti di fronte a lei. Sono le sue dita le prima a fermarsi, ancora rifugiate in bocca così da farla sembrare una bimba colta nel leccare spensieratamente una caramella, a quel punto le agguanti la mano, la sua bocca è finalmente libera e lei sembra svegliarsi come da un torpore.

Quella mano questa volta l’avvicini alla tua bocca, finché lei sgrana gli occhi e poi sorride, ti lascia guidare con dovizia ogni dito fino in fondo alla tua gola. Quel lavorio ti prostra il cuore, che dall’inguine come un’onda sente ora battere più forte.

Lei s’aggrappa a te come se s’inabissasse, se naufragasse, dimentica tutto ciò che prima la teneva in vita, lei ti lascia fare, o almeno questo è ciò che immagini e che fortemente vorresti, ma lei s’alza, si muove lentamente e s’allontana, mentre tu ancora credi d’avere le sue dita in bocca. Lei ha finalmente terminato la sua attesa, lui è arrivato, è finito il suo supplizio senza tregua.

Attualmente i tuoi ultimi pensieri corrono veloci alla sua mano, alla sua bocca che in nessun caso è stata tua.

{Idraulico anno 1999}