i racconti di Milu
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“Mi raccomando, affido la mia adorata Fuffy alle tue amorevoli cure. Troverai le scatolette di cibo per gatti nel ripostiglio e le ciotole per l’acqua, dovrebbero essere sufficienti per tutto il mese in cui starò in vacanza. Ti lascio anche i sacchi di sabbia nel mobiletto dello sgabuzzino. Non preoccuparti per la pulizia della casa, perché ci penserò al mio ritorno, approfitta intanto dell’appartamento tutto a tua disposizione per riposarti durante la pausa pranzo o in qualsiasi orario tu volessi utilizzarlo, naturalmente fa’ come se fossi a casa tua, ciao”.

Queste furono le ultime frasi che la mia migliore amica Erica mi ripeté prima di partire per la sua tanto bramata vacanza. Avrei dovuto prendermi cura della sua gatta per circa un mese, in cambio avrei ottenuto un appartamento molto più vicino del mio dove potermi agevolmente rinfrescare e comodamente rilassare quando terminavo il lavoro. Erica per l’occasione m’annunciò perfino:

“T’informo, oltre a ciò, che durante il mese in cui starò via, ho subaffittato per così dire la casa a un amico di vecchia data. Tu occupati unicamente del gatto, perché lui praticamente verrà solamente per dormire a tarda notte, in seguito la mattina se ne andrà, sarà impossibile quindi che v’incontrerete”.

Erica partì, come promessole dopo un paio di giorni, terminata la mattinata di lavoro, mi diressi verso casa sua proprio lì a cento metri di distanza. Aprii la porta del suo appartamento e subito mi venne incontro una micia affamata, eppure c’era qualcosa nell’aria che non mi faceva riconoscere in quella casa tante volte visitata la casa della mia migliore amica. Ciò nonostante notavo intorno a me che nulla era cambiato: i libri iniziati e non ancora finiti, le tendine bianche alla finestra della cucina, il solito disordine, mi ci volle un po’ di tempo ma alla fine capii: percepivo la presenza d’un uomo, ne sentivo l’odore diffuso nelle stanze, certamente doveva trattarsi del temporaneo inquilino.

Quest’odore così inconfondibile mi fece provare una stravagante sensazione: ero stata più volte a casa di Erica per cena, per fare due chiacchiere con amici ed ero abituata all’odore del suo appartamento, della sua accogliente tana. Era il suo caratteristico odore fatto di profumo Lancaster, di crema per il corpo al cocco e di sapone di Marsiglia, perché ogni ambiente infatti ha il suo peculiare effluvio, sennonché entrando in casa di Erica e percependo questa stonatura mi fece veramente una singolare quanto bizzarra impressione. Mi sembrava strano il pensiero d’un uomo che dormisse nel letto di Erica, che si faceva la doccia nel suo bagno e che s’accomodava fresco di dopobarba sul canapè che ci aveva visto in parecchie occasioni conniventi di numerose confessioni e di tante risate. Quanti anni trascorsi, che meraviglia. Io ed Erica, quante avventure, che quantità di drammi vissuti e poi faticosamente superati. In quel momento io ero lì nella sua dimora, con la sua gatta che mi guardava implorando un po’ di croccantini e con la sensazione d’essere a casa di qualcuno a me completamente estraneo.

Rapidamente smisi di far volare la mia fantasia, perché era tempo d’affaccendarmi nelle cure del felino. Terminate le operazioni d’economia domestica decisi di coricarmi per un’oretta sul letto tentando di rigenerarmi e magari compiere una pennichella. Sopra il cuscino, sul lato destro del letto, c’era una tuta da ginnastica che non poteva certo appartenere a Erica, in quanto lei essendo così mingherlina non avrebbe mai indossato un indumento che all’apparenza mi sembrava di taglia cinquanta. Mi sdraiai in conclusione sul letto e spostai la tuta per non stropicciarla ulteriormente, osservandola bene notai che apparteneva all’inquilino, in quanto Erica si era dimenticata di dirmi il suo nome. Se fossi stata più ferrata nella materia avrei potuto cercare d’indovinare qual era il profumo che usava, comunque ero lì per riposare e in pochi minuti m’assopii.

Il giorno dopo non feci in tempo a passare da casa sua, malgrado ciò mi tranquillizzava il fatto di sapere che la gattina avrebbe avuto la sua razione giornaliera di poltiglia dall’amico invisibile. Il venerdì, invece, ebbi qualche ora libera e decisi di trascorrerla facendo compagnia alla gattina. Quando entrai nell’appartamento di Erica percepii ancora la fragranza tipica del suo temporaneo inquilino, naturalmente potevo notare chiari segni della sua permanenza in quella casa: tazzine del caffè lasciate nel lavandino, un mozzicone di sigaretta spento e abbandonato nel posacenere, un maglione sgualcito sul divano e il lettone accomodato frettolosamente. Aprii un poco la finestra della camera per arieggiare e mi distesi sul letto per dedicarmi a una delle mie attività preferite: la pennichella pomeridiana. Improvvisamente mi venne l’idea di lasciare una mia tangibile impronta, una mia traccia all’amico sconosciuto, così come lui probabilmente del tutto involontariamente compiva con me.

Io desideravo fargli provare le stesse sensazioni al suo rientro in quella casa facendogli avvedutamente percepire la mia presenza, l’odore del mio corpo immaginandolo intento a visualizzarmi vagante per quegli stessi spazi in un altro tempo, in tal modo il gioco incominciò. Il sabato seguente andai da Erica, o meglio a casa sua, lei infatti in quel preciso momento se ne stava al sole su qualche spiaggia caraibica, io mi spogliai, mi spruzzai generosamente sul corpo nudo il mio profumo preferito e m’infilai sotto le lenzuola. Strofinai tutto il mio corpo su quel tessuto affondando la faccia nel cuscino. Rimasi lì tranquilla per un po’ di tempo, dopo mi feci una doccia sapendo che il vapore acqueo da essa sprigionato avrebbe bagnato la finestra e le piastrelle del bagno, successivamente m’asciugai con quello che presumevo fosse il suo accappatoio, dal momento che era largo e lungo, di certo non poteva appartenere alla mia migliore amica. Prima d’uscire per ritornare alle mie faccende lavorative spruzzai ancora del mio profumo nell’aria, che ne rimase pervasa. Il giorno dopo naturalmente ritornai all’appuntamento con il mio personale gioco, adesso lo riconosco mi stava pienamente coinvolgendo, mi presi cura di Fuffy e poi ricominciai la cerimonia della svestizione: mi rimisi nel letto bagnata del mio profumo, m’addormentai ricordandomi che era domenica e che avrei avuto tutto il tempo necessario.

Quando mi svegliai feci un bagno e quando giunse il momento d’asciugarmi prestai particolare cura nel detergere la mia pelosissima fica, chiaramente con il suo accappatoio. I numerosi impegni e gli obblighi lavorativi d’assolvere da non poter rimandare, mi tennero volutamente lontana dal terreno di gioco il lunedì, ma il martedì ritornai in maniera minuziosa e pedante all’attacco. Capii subito che l’amico fantasma aveva accettato il mio invito per giocare, tenuto conto che i segnali erano stati diffusamente percepiti: trovai infatti, sul tavolo della cucina, un ritaglio tratto dal Corriere della Sera con evidenziato un articolo che verteva oculatamente sulla fondamentale importanza delle percezioni olfattive nelle relazioni interpersonali: tombola, l’inquilino senza nome né volto era arguto, raffinato e perspicace. Io mi sentivo assai incuriosita, alquanto intrigata, vagavo per la casa cercando qualche segno concreto di proposito lasciato, questa volta intenzionalmente per me. In quella circostanza io sembravo Miss Marple, senza alcun malvivente da scoprire, osservai con attenzione nel salotto, eppure tutto era come sempre. Nella camera da letto nulla mi diede particolari scosse, in cucina si trovavano le solite tazzine sporche, annusavo l’aria cercando di percepire qualche indizio, forse come un animale nella foresta che in modo guardingo si guarda attorno con la condotta circospetta nella ricerca del cibo, d’una preda o perché no d’un compagno per l’accoppiamento. Non ero sicura, ma l’unica differenza rispetto alle giornate precedenti consisteva in un profumo di tabacco da pipa o di sigaro, quasi impercettibile mischiato al dopobarba, direi di normale amministrazione. Deludente e inadeguato pensai, anche se mi rendevo conto che non tutti al mondo dovevano essere estrosi e strampalati come me, per mettersi a giocare un gioco senza regole e con partecipanti ipotetici. Stavo per andarmene leggermente sconfortata, quando il mio sguardo cadde oltre la porta del bagno socchiusa, perché ripiegato sul bordo della vasca da bagno c’era un asciugamano di lino. Sul fondo della vasca stessa c’era una bottiglietta d’olio da bagno aromatizzato alla fragranza di sandalo finemente confezionata con una spugna di mare.

Il mio viso s’illuminò con un sorriso sornione, per il fatto che adesso i forsennati erano almeno due, perché attualmente il gioco diventava quindi sempre più avvincente, maneggione e stuzzicante. Preparai l’acqua per il bagno dopo avervi diluito l’olio, entrai nella vasca e mi distesi facendomi avvolgere, cullandomi in ultimo dall’acqua che sprigionava un profumo speziato e incredibilmente aromatico e rilassante. Allungai il braccio sinistro e raggiunsi l’interruttore della luce spegnendola. Il profumo dell’olio m’inebriava, la penombra e il tepore dell’acqua mi trasportavano consapevolmente lontano, iniziai così a massaggiarmi il corpo di giovane donna, con la spugna che avevo appena ricevuto in dono dal mio forestiero compagno di giochi. Delicatamente massaggiai i piedi e le gambe, dopo girandomi prima su d’un fianco e poi sull’altro massaggiai il mio sedere rotondo e sodo. Con estrema lentezza salii ancora fino a raggiungere i miei piccoli seni dove mi soffermai a solleticarne i capezzoli, che gradualmente si gonfiarono. Trattenni il respiro, m’immersi completamente sott’acqua e riemersi completamente bagnata. Proseguii nel massaggiarmi e il contatto della spugna solleticante con la mia villosissima fica, diede il via a un piacere eccezionale e indimenticabile: mi regalavo qualcosa di splendido, in qualche modo lo regalavo inconsapevolmente anche a lui. Ben presto lasciai la spugna e iniziai a sfiorarmi il clitoride con le dita, perché mi piaceva soltanto sfiorarlo.

Mi guardai intorno e iniziai a non rendermi più conto di dove precisamente fossi: era quasi buio, ero al caldo avvolta in un silenzio irreale, ero sola o forse no, fisicamente ero certa d’esserlo, eppure lui mi stava pensando, non poteva che essere così, perché avvedutamente m’offrì tutto l’occorrente per farmi trascorrere una mezz’ora di relax, in qualche modo lui era lì con me. Chiusi gli occhi e lasciai che le mia dita si prendessero cura del mio desiderio: ora i movimenti diventavano più modulati e ritmici, le labbra si erano schiuse e l’interno del mio corpo reclamava attenzione. Separai ancora meglio le mie labbra e introdussi prima un dito e poi due nella mia pelosissima fica ormai impregnata. Con l’altro dito continuavo ad accarezzare il bottoncino diventato più ingrossato che attualmente richiedeva una pressione più decisa. Io non avevo alcuna fretta, ma le mie mani esperte non ci misero molto a farmi provare il massimo del piacere sconquassandomi. Il mio corpo si contrasse in un sussulto, ebbi diverse scariche e venni così immersa nell’acqua calda che ancora profumava. Mi sarebbe piaciuto rimanere in quella specie di liquido ancora per lungo tempo, per poi buttarmi sul lettone di Erica e dormire sognando magari un incontro amoroso con lui. Ma c’era sempre il relativo pericolo d’un suo inatteso improvviso arrivo, d’un suo rientro anticipato e non avrei saputo che cosa dire o fare. Mio malgrado, dovetti quindi, uscire dal guscio e incominciare a ritornare sui miei passi, cosicché m’asciugai la fica con l’asciugamano, totalmente certa che ne avrebbe indubbiamente trattenuto il forte e inconfondibile odore dell’orgasmo appena provato.

Lasciai tutto così come era, la vasca da bagno bagnata, il flacone dell’olio aperto sul bordo della stessa, alcune gocce d’acqua sul pavimento, ma riposi l’asciugamano di lino sul letto in bella mostra. Mi rivestii, salutai la gattina e uscii da quella casa. Mercoledì arrivò più presto del solito, perché come sempre non vedevo l’ora di ritornare nell’appartamento di Erica per giocare, per prendermi doverosamente cura di Fuffy. Diedi una rapida occhiatina all’appartamento e non trovando alcunché d’anomalo mi diressi verso la camera da letto per sincerarmi che l’asciugamano fosse stato trovato. Sul cuscino c’era una videocassetta mentre una videocamera portatile, di quelle ormai tanto in voga per filmare noiosi reportage sulle vacanze, era posizionata su d’un treppiedi con l’obiettivo puntato sul letto.
Notai anche che le lenzuola erano state cambiate, giacché queste profumavano come l’olio da bagno utilizzato il giorno prima, per il fatto che erano candide, ricamate e incredibilmente romantiche. Sui comodini facevano bella mostra di sé due enormi mazzi di fiori secchi, profumati anch’essi dello stesso aroma del sandalo. L’abatjour era stata coperta con una sciarpa di cotone multicolore, questo semplice accorgimento faceva sì che la luce della lampada assumesse dei toni più caldi e soffusi. La stanza di Erica, peraltro arredata con buon gusto, così arricchita aveva la parvenza d’una scena cinematografica. L’inquilino doveva essere una persona attenta e premurosa per i particolari, io agguantai frattanto la videocassetta e l’inserii nel videoregistratore situato nel salotto per comprendere se ci fosse registrato qualcosa o se fosse ancora vergine. Qualcosa effettivamente c’era, perché dopo pochi secondi vidi inquadrata attraverso lo schermo televisivo la stanza da letto. Vidi lui, finalmente, ma girato di spalle che accomodava il letto e i guanciali sistemando i fiori secchi sui lati dei comodini coprendo l’abatjour.

La telecamera era a campo fisso, lui uscì dalla stanza e per un po’ l’immagine rimase immutabile sul letto, sui fiori e sulla lampada. Dopo pochi secondi tornò stando sempre bene attento a non voltarsi, tenendo in mano l’asciugamano che sistemò sotto il cuscino. Si fermò, uscì dall’inquadratura e dopo un secondo comparì in primo piano la sua mano, che con il dito indice m’indicava il letto. Il messaggio era chiaro, indubbio, esplicito, perché lui senza fiatare, senza apparire oltremodo grossolano né volgare mi stava invitando per regalargli un altro orgasmo solitario. E questa volta desiderava che io mi auto filmassi per lui. Quando s’incomincia un gioco senza prima dettarne le regole, bisogna accettare tutto quello che ne può derivare, quest’uomo tuttavia non soltanto aveva accettato di giocare, ma lo stava facendo a suo modo, e ora? Io non avevo mai avuto grande dimestichezza con certe attrezzature, non possedendo una grande familiarità non avevo giammai recitato neppure alle incresciose quanto penose feste della scuola. Certo, avrei potuto lasciar perdere tutto e dimenticarmi di questo stupido gioco che proprio io peraltro avevo iniziato. Decisi comunque di provare, di sfidare un logico imbarazzo e di regalargli la visione che tanto desiderava, ma così come lui si era ripreso di spalle mostrandomi soltanto un dolcevita nero e dei capelli brizzolati, io avrei fatto altrettanto, dal momento che mi sarei filmata di spalle.

Dopo aver capito dove inserire la cassetta e quale tasto premere per mettere in funzione la videocamera, mi diressi verso il letto di Erica accostandomi sulla sponda e voltando le spalle alla videocamera mi sfilai le scarpe. Con calma mi sbottonai i jeans e li feci scendere lungo le cosce fin giù ai polpacci chinandomi in avanti, per mostrargli il tanga azzurro e quello che si trovava tra di esso. Mi tolsi quindi i jeans e mi sfilai il maglioncino blu, salii sul letto e mi sedetti sui talloni tenendo le ginocchia divaricate e le spalle verso l’inquadratura. Tolsi il reggiseno e rimasi con addosso soltanto il tanga di cotone iniziando a sciogliere la mia tensione dovuta al momentaneo imbarazzo per quello che stavo facendo. Ero da sola, ma dietro l’occhio meccanico della videocamera captavo i suoi occhi addosso sulla pelle. Mi pettinai i capelli con le dita, m’accarezzai i seni e divaricai bene le gambe e dopo aver inumidito le dita della mano destra incominciai a solleticare il clitoride ben offuscato in quella foltissima foresta di pelo nero. Decisi di cambiare posizione, mi misi carponi in appoggio sulle ginocchia e sulla mano sinistra, mentre la destra incominciava a fare il suo dovere là di sotto, precisamente alla fonte del piacere più bello che una donna possa auto donarsi. Nel video si sarebbe visto il mio culetto tondo con il tanga azzurro leggermente spostato a sinistra, con le mie dita che sfioravano e aprivano la mia fica reso perlata da un inizio d’eccitazione.

Io ero ancora un po’ tesa, non riuscivo a lasciarmi andare, ogni tanto i miei pensieri si perdevano su cose assolutamente non pertinenti e di conseguenza non riuscivo ad essere completamente lì, non essendo radicalmente concentrata sul mio corpo e su colui che del mio corpo avrebbe goduto in un secondo momento, in quel frangente chiesi sennonché aiuto alla mia impulsiva immaginazione. Incominciai a infilare il dito medio nella mia fica tenendo ben alte le chiappe per mostrare tutto il possibile, m’abbassai in seguito il tanga sulle cosce e appoggiai la fronte sul letto così d’avere tutte e due le mani libere. Iniziai a pensare d’essere legata in quella posizione, d’essere in attesa di colui che mi aveva legata per offrirgli la vista delle mie natiche e del solco in mezzo ad esse. Lui sarebbe prontamente arrivato e m’avrebbe focosamente posseduto da dietro senza slegarmi stando in piedi ai bordi del letto. Lui m’avrebbe penetrato con il suo cazzo affondando bene i colpi e mentre mi penetrava m’avrebbe spinto nel contempo le dita nel buchetto per liberarmi solamente dopo avermi riempito del suo liquido seminale.

Con questi traviati e viziosi pensieri la mia mente smise di svolazzare di palo in frasca iniziando a visualizzare sempre più un vigoroso amplesso. Intanto le mie dita si riempirono delle mie stesse secrezioni, che abbondanti m’aiutarono ad ammorbidire il buchetto grinzoso posto sopra l’altro buchetto più largo, morbido e accogliente. Inserii un dito più a fondo che potei mentre con l’altra mano ritmavo e solleticavo il clitoride. Il mio bacino incominciò involontariamente a muoversi in avanti e indietro, tuttavia ogniqualvolta lo spingevo indietro potevo visualizzare tutte le mie intimità aprirsi davanti alla videocamera. Finalmente raggiunsi l’orgasmo, nonostante desiderassi distendermi china per meglio lasciarmi andare, decisi di rimanere carponi in quella posizione per regalare al mio unico spettatore la visione del mio avvenuto orgasmo: la mia fica al presente colava abbondante così come farebbe un frutto maturo rigandomi di gocce le cosce.

Quando anche l’ultimo sussulto terminò presi da sotto il guanciale l’asciugamano e m’asciugai tra le gambe prima di ripiegarlo riponendolo dove lo avevo trovato. Sempre di spalle, m’alzai dal letto, uscii dal campo di ripresa e poi avvicinai la mia mano all’obbiettivo per mimare un gesto di saluto premendo il tasto Off. Abbandonai quella scena e tornai verso soddisfatta per il piacere appena provato, ma soprattutto per aver vinto una mia personale timidezza, perché ero incuriosita sino all’inverosimile da questa persona misteriosa. Avrei voluto vedere l’espressione del suo viso mentre si gustava il mio filmato del tutto amatoriale, naturalmente avrei desiderato sapere che cosa avrebbe fatto durante la visione, anche se potevo facilmente immaginarlo. Da quel giorno, invero, il gioco tra noi due continuò con la presenza della videocamera, che veniva appositamente predisposta dall’amico fantasma. Una volta la trovai in bagno, lì capii che lui desiderava un mio filmato mentre mi lavavo e lo feci, sempre e immancabilmente voltandogli le spalle. Un altro giorno la ritrovai ancora puntata sul letto, e nella stessa maniera ripetei l’esibizione. Trascorsi quindici giorni dalla partenza, Erica mi chiamò dal suo luogo di villeggiatura:

“Carissima, come sta la mia gattina? Riesci a trovare il tempo per startene da me e rilassarti? Da domani, quell’amico che dorme da me non ti romperà più, ammesso che vi siate mai incontrati, perché rientrerà a Londra, in quanto pare che abbia trovato il lavoro che cercava. Quindi, se qualche sera, per le prossime due settimane che restano vuoi fermarti per dormire non c’è alcun problema. Baci, grazie ancora per l’aiuto con Fuffy. A presto”.

Accidenti, pensai, il gioco stava quindi per finire. Sapevo che prima o poi la mia amica sarebbe tornata, avrebbe ripreso pieno possesso del suo appartamento e l’uomo fantasma se ne sarebbe ritornato all’oblio dal quale era comparso, però un po’ mi dispiaceva. Decisi di non dire nulla a Erica, il giochino era stato intrigante e soddisfacente, ma sarebbe stato meglio finirla così. Io non avrei mai saputo né le avrei mai chiesto che tipo fosse l’inquilino temporaneo, come si chiamasse, se fosse libero o impegnato, così come lui, ne sono certa, non avrebbe mai posto domande su di me.

Rimaneva un giorno soltanto, prima che sul nostro gioco comparisse la scritta “Game Over”. Andai nell’appartamento incerta e timorosa se scrivere due righe di saluto, no, troppo convenzionale pensai io in quel frangente. Anche in quell’occasione lui m’anticipò: la videocamera era sparita, l’appartamento ero tornato quello di sempre, sul letto trovai l’asciugamano assieme a un bigliettino che portava scritta una sola parola: grazie. Ebbene sì, era giusto che finisse così come era incominciata.

Lasciai a mia volta un ricordino per lui, mi sfilai il tanga azzurro e lo collocai sul cuscino scrivendo pure io su d’un biglietto una sola parola per lui: prego.

{Idraulico anno 1999}