i racconti di Milu
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Indice
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Note:
I fatti raccontati sono realmente accaduti.
Note dell'autore:
Introduzione alla mia situazione sentimentale, la partenza della mia fidanzata Viky, la frustrazione della mia amica Monia
Sono Jonathan, un ragazzo romagnolo di 23 anni, fidanzato da due con una ragazza unica: Vittoria, 20 anni, 20 centimetri più bassa di me (io sono alto 1,85) occhi grigio-verdi, capelli biondi, formosa ma non in carne, terza/quarta di seno, un lato B grande e tondo, di quelli che vorresti agguantare con foga alla sola vista.
Lei è sempre stata una ragazza molto aperta, tanto che ci siamo conosciuti in una festa in villa nella quale, dopo averle parlato per ore e ore e dopo svariati bicchieri di cocktail esageratamente alcolici, mi fece un pompino al sorgere del sole. Uno spettacolo magnifico, anche perché eravamo in un cortile di una collina con una vista che dava sulla valle. Da quel momento abbiamo iniziato a sentirci, più come scopamici che altro. Ma dopo poco tempo è scattato qualcosa e abbiamo deciso di iniziare una vera storia insieme.
La nostra vita sessuale è soddisfacente per entrambi. Lo facciamo ogni volta che ci vediamo, e ci vediamo 5 giorni a settimana. Fino a qualche settimana fa, almeno.
Già, perché a inizio settembre, lei è partita per l’Erasmus in Spagna per ben nove mesi. Un vero e proprio parto.
Entrambi siamo studenti: io di ingegneria e lei di economia. Il fatto che partisse non mi andava a genio perché, nonostante io mi fidi di lei, non mi fido delle persone che le ronzano attorno. Tuttavia ho fatto presto a farmene una ragione. È un’opportunità da non perdere, quando si è bravi nello studio. Lo avrei fatto anch’io se avessi avuto risultati buoni come i suoi all’università, ma non è così. Quindi la attenderò trascorrendo i miei giorni come al solito, tra università, uscite con gli amici, e i miei hobby: la corsa e il coro. Certo, qualche volta la andrò a trovare, ho già prenotato i voli per andare da lei una settimana di ottobre. E poi lei tornerà per le festività come Natale e Pasqua.
Ci sentiamo spesso su whatsapp e ci videochiamiamo su skype, e lei mi racconta di quanto sia entusiasta del campus, delle persone che conosce continuamente, dei suoi coinquilini (due ragazzi ed una ragazza). Il problema è che uno dei suoi coinquilini la trascina spesso alle feste, anche in periodo di lezione. E lei, alle feste, non sa mai regolarsi. Esagera sempre con l’alcool e diventa -eccessivamente socievole-.
Non voglio nemmeno pensare a cosa combinerà con tutta quella sangrìa in circolo, con tutti quei, a detta sua, marpioni-morti-di-figa che ci provano con lei, che lei puntualmente scansa. Almeno, questo è ciò che mi racconta. Anche perché io stesso, quando l’ho conosciuta, ero un marpione morto di figa che ci ha provato con lei, ma lei mi ha tutt’altro che scansato. A che cosa dovrei pensare, quindi?
Ogni volta che ho dovuto dire ai miei amici e conoscenti che Vittoria sarebbe partita per l’Erasmus, hanno assunto espressioni apparentemente impassibili, ma notavo un velo di malizia nei loro sguardi. È come se mi dicessero “Stai tranquillo Jonny, vedrai che si comporterà bene e nove mesi passeranno in fretta”. Ma io invece leggevo nei loro occhi: “Caro Jonny, al suo ritorno falle fare tutti i test per le malattie sessualmente trasmissibili, perché per una ragazza in Erasmus non c’è scampo”.
Il mio morale è a terra. Il solo pensiero della mia Viki nelle mani di altri ragazzi mi fa imbestialire a tal punto che vorrei che la storia tra noi due finisse ora. Sì, sono molto geloso e possessivo. Solitamente non lo do a vedere, perché sono molto sicuro di me e quando capita l’occasione in cui qualcuno ferma per troppo tempo lo sguardo sul culo della mia ragazza o accenna un contatto troppo azzardato, mi basta un’occhiata per far capire alla iena di turno di girare al largo.
Questo però non posso farlo ora che lei è a duemila chilometri da me.
I pensieri negativi mi tormentano. La sola idea che lei mi faccia le corna mi abbatte. Ma io non ci sto. Non starò qui come Penelope che tesseva la tela in attesa che Ulisse tornasse.
Dopotutto sono un essere umano anch’io, ho le mie esigenze. A 23 anni i miei ormoni zampillano da tutte le parti. Stare un anno senza inzuppare il biscotto va oltre il mio limite di sopportazione. Certo, fino ad ora sono sempre stato fedele alla mia cara Viki, ma non nego che il desiderio di trasgredire (anche come gesto di ripicca nei suoi confronti) mi solletica la mente. E non solo la mente.
Frequento un gruppo di amici veramente grande, che vanta la partecipazione di una trentina di persone. Conosco ogni componente a meraviglia, poiché sono per la maggior parte amici d’infanzia, compagni di classe e compagni di avventure. Non posso e non voglio certo descrivervi ognuno di loro.
Tuttavia, vorrei soffermare l’attenzione su Monia; anno 1996, capelli ricci e biondi, alta quanto Vittoria ma un po’ più snella e con degli occhi azzurri che le danno l’aria innocente come una bambina.
È fidanzata da cinque anni con Sebastiano. Sono coetanei ed i loro caratteri sono molto simili tra loro. Determinati ma testardi. Quello di Sebastiano, però tende a prevalere su Monia, che si ritrova ad essere sottomessa, spesso e volentieri.
È superfluo dire che sono molto legato ad entrambi, dal momento che fanno parte del gruppo. All’ultima festa estiva a cui abbiamo partecipato tutti, ho saputo di una scenata che Seba ha fatto a Monia davanti a tutti. Lei aveva bevuto un po’ troppo e si era sdraiata in giardino, così Seba l’ha sollevata e l’ha sgridata per aver esagerato con l’alcool, quando invece lei aveva semplicemente bisogno di qualcuno che la aiutasse a riprendersi.
Da quella festa passò un mese, prima che io avessi l’occasione di parlare con uno dei due di quanto fosse accaduto. Io sono un ottimo ascoltatore e capita spesso che un amico si rivolga a me per confidarsi. È anche vero che sono bravo a mantenere segreti, dote che non appartiene agli altri membri del gruppo, direi.
Una sera, dopo le prove del coro (di cui fa parte anche Monia), lei mi raggiunse al parcheggio mentre io mi accingevo ad entrare in macchina per dirigermi verso casa.
- Jonny! Sono a piedi, mi daresti uno strappo?
- Certo! Entra, il vento di settembre si sta facendo sentire particolarmente, stasera.
Nel tragitto verso casa sua, le chiesi come andasse con Sebastiano.
- Tutto bene. Cioè, più o meno. La Viki come sta? Hai sue notizie?
- Lei sta bene, è entusiasta della vita in Spagna. Non nego che mi manchi, anzi, devo ancora abituarmi alla sua assenza.
- Cavoli, immagino! Sono sicura che si diverta, là.
- È quello il problema, dipende da -come- si diverte. Ma dimmi, come mai con Seba non va bene?
- Sai, siamo sempre andati d’accordo, tra alti e bassi, ovviamente. Ultimamente, però, è ossessionato dalla palestra. Il fatto che si muova e faccia attività fisica mi fa piacere e spesso faccio esercizio insieme a lui, ma a volte se ne esce con discorsi che mi demoralizzano.
- Del tipo?
- Per esempio ieri mi ha detto “Monia, come puoi vedere io sto migliorando fisicamente, sono dimagrito e inizio ad avere un fisico più asciutto e muscoloso. Mi aspetto che anche tu ti dia una sistemata”. È come se mi avesse detto che io non sono più alla sua altezza.
- Monia, prima di tutto ti assicuro che tu vai benissimo così. Sei già in forma, e ti stai già allenando insieme a lui. Che cosa vuole vedere in te? Gli addominali scolpiti?
- Credo di sì, Jonny.
- Non esiste donna più bella di quella in armonia con le sue forme naturali, e tu lo sei. Comunque mi meraviglio di Seba, non sono discorsi da fare a una ragazza, soprattutto se è la sua fidanzata.
- Ma no, forse ha ragione, non sono abbastanza. Certo che anche io ho chiuso un occhio quando lui era in sovrappeso, che cosa avrà da lamentarsi ora?
- Se ti senti a disagio perché ti ha sminuita, significa che non ha avuto tatto. Dai, su con la vita, gli passerà. Dov’è stasera?
- È andato in discoteca con Enea e gli altri del gruppo che domani non lavorano. Tu perché non sei andato con loro?
- Io sono sotto esami, domattina devo svegliarmi presto per studiare.
- Jonny, guarda l’ora: sono le due di notte!
- Merda, non credevo che avremmo fatto così tardi. Devo assolutamente andare, scusami. È stata una bella chiacchierata. Buonanotte.
Le diedi un bacio sulla guancia per salutarla. Lei rimase immobile sul sedile del passeggero con lo sguardo fisso verso il vuoto. È stato un gesto insolito da parte mia. Di norma non mi sbilancio con baci o abbracci per salutare, ma questa volta ho agito d’istinto.
- Sei stato dolce, Jonny Disse lei. -La Viki è fortunata ad avere un ragazzo come te.
- Non esagerare, Monia Dissi imbarazzato.
I suoi occhi iniziarono a luccicare, finché non scese una lacrima e scoppiò a piangere.
- Hey! Hey, hey tranquilla. È tutto ok. Che succede?
Cercai di abbracciarla e lei affondò la testa sul mio petto, singhiozzando.
- Perché io non ho un ragazzo come te?
In quel momento non sapevo che cosa dire, sicuramente avrei cercato di tranquillizzarla, ma poi lei alzò la testa, mi guardò con gli occhi ancora pieni di lacrime e mi baciò.
Le sue labbra umide premevano contro le mie. Io non la scostai, ma non mi tirai nemmeno indietro. Sentii la sua lingua farsi strada tra le mie labbra, le quali si dischiusero e la accolsero, contraccabbiando la passione di quel momento. Chiusi gli occhi, mi lasciai trascinare. Il mio cervello era in tilt. I miei sentimenti rimbalzavano tra il senso di colpa nei confronti di Vittoria e la foga amorosa verso Monia, che intanto mi stava letteralmente stuprando la bocca. Le nostre lingue non ne volevano sapere di separarsi, i nostri respiri si fecero affannosi. Con il palmo della mano le accarezzai la guancia, poi lo feci scorrere verso la nuca e le mie dita si infilarono tra i suoi morbidi capelli. Con decisione, premetti la sua testa contro la mia e sentii le nostre lingue entrare sempre più in profondità. Era eccitazione pura.
Con l’altra mano mi feci strada sotto la sua giacchetta di jeans, fino a raggiungere i seni. Li palpai prima delicatamente, poi con forza. Volevo andare sotto la maglietta, ma prima di farlo, le presi una mano e la appoggiai sulla mia patta. Ormai il mio bastone era duro come il mogano e lei lo sentì. Con una mano sola slacciò la fibbia della cintura, fece scorrere la zip dei pantaloni ed estrasse il mio membro dalle mutande. Cominciò a masturbarmi mentre io avevo ormai le sue tette in mano. I suoi capezzoli erano completamente turgidi. Ne presi uno tra due dita e lo strizzai. Monia sussultò e mi intimò a continuare. “Ti voglio così, violento” mi disse. Lo avevo già capito, per questo interruppi la pomiciata prendendole la testa e abbassandola davanti al mio cazzo. Non commentò: il suo sguardo brillava davanti al mio sesso. Esitò un istante a contemplare ciò che le si parava davanti e poi accolse la cappella nella sua calda bocca. Sentivo la sua lingua scivolare e avvolgere tutta l’asta. Decise si andare in profondità, e i suoi occhi si girarono all’indietro come se fosse in estasi. A quel punto premetti con la mano sulla sua nuca per mantenerla in profondità. Due secondi, poi tre, poi cinque. Iniziò a ribellarsi perché effettivamente quella tecnica richiedeva uno sforzo non da poco. Ma io insistetti e cominciai a spingere la testa su e giù per fotterle la gola. Alla fine ebbi pietà, la liberai dalla presa e lei poté riprendere il fiato, ansimante. Un rivolo di bava le scendeva dalla bocca, gli occhi questa volta lacrimavano per lo sforzo. Mi guardò e sorrise. Non le diedi il tempo di proferire parola. Abbassai il suo sedile, la feci mettere a pecora e le abbassai pantaloni e slip con un solo movimento, scoprendo quel magnifico culo. “Adesso tocca a me”, le dissi.
Affondai la faccia tra le sue natiche. La lingua penetrò nella sua vulva, mentre con un dito le sgrillettavo il clitoride. Dopo un minuto di leccate avevo il viso inondato dei suoi umori. Mi posizionai dietro di lei per fotterla a pecorina. Il cazzo trovò la via con facilità, tanto era dilatate le sue labbra. Iniziai a martellare, sculacciandola sonoramente di tanto in tanto. Ormai i sensi di colpa non mi sfioravano nemmeno. Ecco la mia eccitazione in tutto il suo splendore. Le raccolsi i capelli in una coda e tirai per farle piegare la testa indietro. “Sì, sbattimi, così!” quasi gridava. I vetri della macchina erano completamente appannati. In ogni caso, a quell’ora non c’era nessuno per strada che potesse vederci, quindi continuammo imperterriti l’atto animalesco. Continuavo a sbatterla, sempre più forte e sempre più rapidamente. Lei aveva un orgasmo dopo l’altro. Nel frattempo allungò un braccio verso le mie gambe e con le dita cominciò ad accarezzarmi il pacco. “Sono piene!” disse. In quel momento mi ricordai che non avevo un preservativo. Così estrassi il cazzo dalla sua passera e le dissi:
- Scegli, o in bocca o in culo.
- Non puoi venire in un fazzoletto?
Non le risposi nemmeno. Premetti il glande contro il suo ano. Era troppo stretto.
- No, Jonny, ti prego non l’ho mai fatto!
- Sta’ zitta, ci penso io.
Lasciai cadere un po’ di saliva tra i suoi glutei, che scivolò fino alla piccola apertura. Il mio sesso iniziò a penetrarla, anche se con difficoltà, sempre più a fondo. Fui delicato. Lei non fiatò, era troppo tesa. Iniziai a massaggiarle il fondoschiena, lei piano piano allargò le cosce e mi accolse dentro. Ripresi a stantuffare sempre più in fretta. Lei iniziò a godere. Questa volta gridava di piacere e mi supplicò di aumentare il ritmo: “Vai, vai, vai!”. La accontentai, finché emise un gemito di soddisfazione. Intanto io ero venuto dentro il suo retto. Estrassi l’arnese e un rivolo di sperma iniziò a colare verso la sua vagina.
- Pulisciti, non voglio rischiare di ingravidarti. Dissi porgendole un fazzoletto
- Sei fantastico, Jonny.
- Tu sei fantastica. Ah, una cosa. Io e te non abbiamo fatto niente stasera.
- Certo, figurati, grazie per avermi accompagnata a casa.
Mi fece l’occhiolino. Io sorrisi.
Devo dire che questo episodio non mi stravolse la vita. Non provai mai un sentimento più profondo dell’amicizia, nei confronti di Monia. Spero che per lei valesse la stessa cosa, anche se il suo atteggiamento mi faceva credere il contrario.
Da quel momento fui molto più tranquillo nei confronti di Viki. Dopotutto, la amo ancora. Era solo questione di soddisfare i miei bisogni carnali.
Insomma, lei mi ha fatto il dispetto di andarsene per nove mesi, con chissà quali occasioni per tradirmi. Potevo essere da meno? Certo che no. Occhio per occhio, dente per dente.
Note finali:
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